15. Il nostro mondo a colori

Un parallelo tra romanzi di Laudomia Bonanni e cronaca nera odierna

di Fausta Samaritani

In questa super tecnologica società, tutto ci raggiunge a colori: da Internet, dai filmati sul telefonino, dalla televisione, dalla pubblicità: anche i carnefici, gli scenari dei delitti, gli infanticidi e i funerali sono presentati a colori. C’è Chi l’ha visto, con il mistero, sempre a colori: delitto o no? La gente comune, in pantofole davanti alla TV, si appassiona. Tutto a colori. Gravina di Puglia, i due fratellini scomparsi, la casa dei misteri, disastrata e abbandonata: la conoscevano tutti, c’erano stati tutti, da ragazzini, a inventarsi lì pericolose avventure. E il sindaco di Gravina che afferma: «La polizia municipale non mi aveva parlato dell’esistenza del fabbricato…». Quindi, per il sindaco non esisteva, al centro del paese, quel vecchio, grande caseggiato in completo abbandono, mal protetto da un cancello che si apriva con una spinta e circondato da un muretto facilmente valicabile. Ignorava il sindaco che in quel casamento sciamavano i ragazzi, a inventarsi giochi segreti, a cercare nascondigli, senza alcun controllo da parte dei grandi… Chi era la vera “imputata”, nel caso di Gravina di Puglia? La superficialità della madre, la negligenza del padre, o quella del carabiniere che consigliò al padre di tornare il giorno successivo? Perché forse era uno scherzo e i due ragazzini, Ciccio e Tore, sarebbero tornati da soli a casa… Poi le ricerche affannose… Poi l’inchiesta langue e il circo mediatico si spegne… Finché un altro ragazzino cade nello stesso buco e si trovano i due corpi… Poi le telecamere abbandonano Gravina di Puglia… Il dolore è merce da sfruttare…

Ne L’imputata i morti sono quattro: il neonato abbandonato all’angolo di un muro dentro un cartoccio di giornali bagnati, l’adolescente che s’impicca, il marchesino zoppo che si uccide con un colpo di pistola e il ferroviere accoltellato da un ragazzo.
Laudomia Bonanni Caione, giovane maestra con le trecce arrotolate
(fine anno Venti)

Al capitolo VIII de L’imputata, a proposito della refurtiva trovata nella legnaia del caseggiato, dentro il ricovero per giochi segreti dei ragazzini, la Bonanni scrive: «I bambini avevano detto: il tesoro della caverna: la più strana delle refurtive, in un vaso da fiori di creta coperto da un brindello di stuoino: c’erano pezzi di vetro colorato, forbici rotte, una catena d’argento legata a una sciabola di latta, gemelli da polso spaiati e una spilla falsa, lampade fulminate, bottoni, palline e tre orologi d’oro, fra cui quello del giovane.» Erano questi i giochi pericolosi e proibiti di quei bambini ladruncoli e bugiardi? A volte sorprendevano: erano capaci di dire con naturalezza le più spiacevoli verità. E il ragazzo più grande, quel Gianni Falone che aveva «architettato per loro la storia della caverna, permetteva che vi portassero gli oggetti presi nelle case, li teneva legati al filo d’una avventura.» Falone con la mozzetta sgrossava pezzi di legna e fabbricava per i bambini piccoli pugnali. Armi di legno, non per fare alla guerra, ma «per fare alla caccia, ai selvaggi.» «Tutte le donne del casamento lo avevano visto lavorarli e giuravano che possedeva una mozzetta.» Falone nella legnaia si stendeva sui sacchi, tirandosi accanto al corpo le ragazzine. Al capitolo VII scrive la Bonanni che i bambini erano gelosi della loro legnaia: «Col carbone e col gesso tracciavano in terra delle linee che era vietato passare, i confini della loro proprietà.»

Un giorno Falone aveva ucciso per gelosia, proprio in quella legnaia, davanti agli occhi dei bambini, con una coltellata vera, il ferroviere che era a pensione da sua madre. Al processo: «Per mesi – notò Lanti ad alta voce – le donne hanno avuto sotto gli occhi in cortile il piccolo Paris con la catena d’argento alla vita, senza accorgersi dove era attaccata la sciaboletta.» (Capitolo VIII).

Chi era la vera “imputata”, nel libro della Bonanni? La superficialità del sostituto procuratore Lanti che, quando vide che languiva l’inchiesta per l’infanticidio, chiuse il caso e «Non c’è stato un bambino morto di freddo sulle immondizie», ribadì (capitolo V). “Imputata” era forse la guerra che aveva «sderenato» i maschi, lasciando alle donne il compito di tirare su i figli? “Imputata” forse la magistratura che avrebbe dovuto impedire gli altri tre episodi di cronaca nera, oppure la società che nutriva un’infanzia senza innocenza e un’adolescenza senza futuro? I bambini non avevano inventato dal nulla i loro giochi pericolosi: li avevano maldestramente copiati dai grandi:

 

       Era accaduto che il bimbo stava impiccandosi a un gancio della cucina. Sua madre lo reggeva sollevato da terra e gridava. Dovettero farle annusare l’aceto, era pallidissima. Il bambino aveva appeso al gancio la corda col cappio molto ben fatto, arrampicandosi se l’era passato al collo e col piede aveva buttato giù la sedia. Senza quel fracasso la madre non se ne sarebbe accorta in tempo. Lo trovò penzolante e già un po’ strabuzzato, che annaspava con le gambe in cerca della sedia.[1]

 

Un episodio di fantasia? No. La stessa scena, riproposta con lucidità alcuni anni dopo in Vietato ai minori, nel racconto Giallo in sedicesimo, apre uno squarcio doloroso su un episodio cui Laudomia aveva assistito da bambina, senza comprenderne la gravità:

 

       Si danno casi d’impiccagione di bambini che non sono omicidi e di autoimpiccagioni che non sono suicidi. Proprio io, in casa mia, ho visto un fratellino preparare la corda col cappio, appenderla a un gancio, infilarvi la testa stando su un panchetto e buttar giù col piede il panchetto. Ancora ridevo, quando arrivarono appena in tempo a sollevarlo boccheggiante. Aveva voluto provare come si fa a impiccarsi. Né io né lui ci rendemmo conto delle conseguenze.[2]

 

            Nel romanzo L’imputata la prosa è scarna e il racconto frammentato in schegge, apparentemente sganciate le une dalle altre, ma che trovano una sintesi nelle pagine finali. L’estratto filosofico e simbolico conclusivo esce da una riflessione del piccolo Ninni:

 

“Smettila con le tue stupidaggini, tutti hanno avuto l’infanzia.” “Ma Adamo e Eva no,” disse Ninni con una specie di commiserazione. La sgomentò addirittura. Mai Cristina aveva considerato che al paradiso dei primi uomini sulla terra era mancata l’infanzia, si chiese se nessuno ci avesse pensato per tenerne conto, un’idea da rovesciare le filosofie.[3]

 

L’occhio di Laudomia Bonanni scava in profondità, seziona l’animo dei suoi personaggi; ma il romanzo L’imputata è un giallo senza una completa soluzione dei quattro casi. Di fronte alla verità l’occhio della scrittrice si annebbia, scivola e si perde in dissolvenza. Qui forse agisce il “terzo occhio” di Laudomia che, in un’unica soluzione, vede passato presente e futuro. Ella racconta ciò che accadde all’Aquila alla fine degli anni Quaranta – epoca in cui raccoglie le prime annotazioni, poi sviluppate nel romanzo – ma in qualche modo prevede ciò che accadrà sessanta anni dopo, a Gravina di Puglia: perché ogni storia tragica è destinata a ripetersi, se non si comprende chi è veramente “l’imputata”.

Sul frontespizio della redazione autografa de La rappresaglia Laudomia Bonanni scrisse l’elenco dei personaggi e alcune frasi che forse dovevano servire da epigrafe: una citazione della Bibbia, una della Divina Commedia e due frasi del romanzo, tra cui questa: «Tutto si ripete dappertutto con la storica monotonia degli irriducibili rapporti umani.»

Fausta Samaritani, Affettuosamente Sua Laudomia Bonanni, 2011

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Testo pubblicato per la prima volta sul CDRom Affettuosamente Sua Laudomia Bonanni, N. 7 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, Repubblicaletteraria.it, 2011

Messo in rete il 22 gennaio 2016

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[1] Laudomia Bonanni, L’imputata, a cura di Liliana Biondi, L’Aquila, Textus, 2007, p. 110.

[2] Laudomia Bonanni, Vietato ai minori, cit., p. 163.

[3] Laudomia Bonanni, L’imputata, cit., p. 135.