Una storia semplice di Leonardo Sciascia
2001
Lettura
di Tina Borgogni Incoccia
Le opere narrative di Sciascia
sono generalmente di taglio assai breve, ma in questo racconto il suo discorso
è veramente concentrato ed essenziale. Pubblicato poco prima della sua morte,
esso acquista quel più di senso che gli deriva dalla sua funzione di messaggio
finale sottolineato anche dalla frase di Durrematt posta come epigrafe al
testo: Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità
che ancora restano alla giustizia. Si tratta di un discorso scarnificato
di ogni orpello letterario, in cui mancano gli arabeschi verbali dei romanzi
precedenti, in cui l'eros, assente nei libri di Sciascia, era come
sublimato nella tensione logica delle argomentazioni, nei giochi di parole,
nei doppi sensi, nei contrasti. Qui, l'investigatore è persona semplice, di
modesta cultura e non il colto umanista in cui l'autore era solito identificarsi.
La storia, narrata in terza persona, è divisa in quindici brevi segmenti che
sembrano già scandire le sequenze di una sceneggiatura cinematografica _ quasi
tutti i racconti di Sciascia, hanno avuto una trasposizione filmica _e si
snoda nell'arco di tempo di una settimana circa, in una città della Sicilia
e i suoi immediati dintorni.
Siamo in un ufficio di polizia
quando arriva una strana telefonata da parte di un ex diplomatico, vissuto
sempre all'estero, il quale, ritornato improvvisamente nella sua casa di campagna
abbandonata, dice di avervi trovato qualcosa di strano Il Commissario sembra
non dare importanza alla cosa e si mette in vacanza. Il suo giovane brigadiere,
più solerte, vi si reca la mattina dopo e trova nella villa solitaria il cadavere
dell'uomo, accasciato davanti ad una scrivania, con un foglio davanti su cui
è scritto: Ho trovato. seguito da un punto fermo. In terra un vecchio
revolver. Suicidio? Il questore dichiara subito che si tratta di un suicidio
evidente, cioè un caso semplice. Ma il caso si complica per tutta una
serie di indizi fatti rilevare dal giovane brigadiere coscienzioso che ipotizza
un omicidio e si rende gradualmente conto che il movente del delitto è un
losco traffico di droga e di opere d'arte.
Abbiamo quindi un intreccio
narrativo tutto teso a ricostruire la storia assente, mediante l'analisi attenta
degli indizi da parte dell'investigatore che procede con metodo razionalmente
induttivo, deduttivo ed abduttivo. Non manca nemmeno il motivo della intuizione
illuminante, come nel giallo classico. Infatti, osservando il foglio dove
l'uomo ha scritto: Ho trovato. quel punto si accese nella mente del brigadiere
come un flash. E' anche presente l'elemento fortuito, cioè la mossa sbagliata
che fa tradire il colpevole (si tratta dello stesso Commissario), perché i
delitti perfetti non esistono, non mancano elementi del "giallo di azione"
perché si verificano altre morti misteriose mentre la tensione narrativa aumenta
raggiungendo il punto più alto verso la fine del racconto. Però, a differenza
del giallo classico, qui la storia non mira a mettere in evidenza la brillante
capacità del detective; al contrario, il nostro giovane brigadiere rischia
addirittura di essere incriminato. Gli ostacoli all'indagine e perfino le
intimidazioni dei testimoni sono opera delle stesse autorità costituite che
sono conniventi con il delitto: il Commissario di polizia, il Questore, il
Procuratore, il Colonnello dei carabinieri e perfino un prete che Sciascia
indica come l'uomo vestito da prete.
Viene infatti adottata una
tesi di comodo mentre la verità rimane chiusa nel segreto di ufficio. Tra
i personaggi, particolarmente positiva è la figura del protagonista: sensibile
e intelligente, pronto di riflessi come dimostra nell'azione conclusiva, in
cui rischia la morte ed uccide il suo Capo per legittima difesa, ma rimane
sconvolto e si mette a piangere, come aveva pianto quando ne aveva intuito
la colpevolezza. Il personaggio in cui l'autore sembra identificarsi è quello
marginale, ma importante di un anziano professore di Lettere che incoraggia
il giovane brigadiere. Ai professori di Lettere ed agli uomini di cultura
in genere, Sciascia affida in questa e in altre opere un ruolo assai impegnativo,
quasi un dovere morale: la parola da usare nella lotta per la Verità,
contro la disonestà e l'opportunismo.
Particolarmente negativa appare
l'unica donna del racconto, moglie dell'ucciso, madre fredda ed egoista, forse
metafora, come altre donne dei romanzi di Sciascia, di una maternità più ampia
e deludente, forse della Sicilia, la grande madre amata-odiata, incapace di
amare i suoi figli. In questo racconto i giovani piangono, delusi dai padri
e dalle madri e sembra che lo scrittore in questa sua ultima opera, abbia
voluto rivolgersi particolarmente a loro con l'esortazione implicita a svolgere
onestamente il proprio lavoro e a rispettare la propria terra e le proprie
radici. C'è anche un personaggio brevemente accennato, un passante, forse
simbolo dell'uomo comune, il quale, di fronte all'atteggiamento punitivo delle
autorità, rifiuta di fare la sua testimonianza ed esce di scena cantando con
un senso di liberazione.
Il racconto
poliziesco può essere considerato una allegoria della lotta sempre in
atto tra il Bene e il Male. Per Sciascia il male assume varie forme e certamente
l'interrelazione così stretta tra il suo immaginario e l'effettiva realtà
politica italiana, contribuì a creargli una posizione di solitudine e di isolamento.
Egli ebbe infatti da parte della critica tanti attestati di stima e al tempo
stesso subì molti attacchi polemici provenienti sia da destra che da sinistra.
Il suo resta comunque un esempio di narrativa moderna italiana agile e ricca,
dall'intreccio coinvolgente, che può essere letta come una moralità,
cioè un modello di indagine conoscitiva del mondo guidato da una profonda
esigenza morale di chiarezza e di giustizia.
Tina
Borgogni Incoccia
5 Marzo 2001
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it