Angelo Manzone_Silvio Viberti Scavargne (Sberleffi). Da La Morra, un viaggio emozionante nel cuore della lingua
piemontese, con interventi di
José Pellegrini e Antonio Buccolo. Alba, Arvàngia Edizioni, 1997.
Viale Cherasca, 39 12051 AlbaSommario:
Giacomo Oddero
Prefazione
Giacomo Oddero
Due personaggi in quel di La Morra
Domenico
Viberti Io che li conosco
José
Pellegrini Un uomo con la chitarra
Eugenio Ecclesiastico_Fausto
Perletto Il peccato della tolleranza
Antonio Buccolo
Quadri di vita e di morte
Antonio Buccolo
Postfazione
Angelo Manzone,
luomo con la chitarra, si prese una bella rivincita, una arvàngia,
nei confronti della lingua piemontese, ufficiale e colta: scrisse poesie
nella fresca parlata, dura eppure dolce, tenera eppure ostica, con cui si
intendono uomini e donne che vivono nei luoghi pavesiani, cioè sulle colline
dove matura luva che dà il vino italiano più famoso al mondo. Per
accompagnare le poesie, scrisse anche una musica semplice, dolcissima e,
con voce un po baritonale e a volte roca, cantava le sue strane leggende
paesane, favole antiche, Alba di una volta. Di sera accanto al camino, durante
le veglie invernali e a Trezzo Tinella per la Festa delle Lune, quando si
stappa il vino migliore, Angelo Manzone, trovatore del Novecento che oggi
si dice cantautore, con arguzia ruvida e cuore grande rievocava
un mondo antico, contadino.
Nel Cha
cha cha glottologico Manzone gioca con la ricchezza fonica della parlata
delle Langhe che possiede otto suoni vocalici, due in più dellItaliano:
nojatri soma dra Langa pì nsà
e ndoma bin con ra Langa
pì nlà;
mà se s cassoma pì sù
che r Mondovì, ës capima pì!
a e i ò o, peu ncora à,
peu ncora eu, peuncora u
a e i ò o, peu ncora à,
puencora eu, peuncora u
ra pì speciala a r é
cola à
roma nojatri ënsem ar
Monfrà
cià, cià, cià.
(Siam della Langa di qua/ andiam daccordo con la Langa di là/ ma se andiamo verso Mondovì, non capiamo più!/ a e i ò o, ancora à, ancora eu, ancora u/ a e i ò o, ancora à, ancora eu, ancora u./ La più speciale è quella à/ che possediamo insieme al Monferrato cha, cha, cha.)
Anche le carole e le prose di Silvio Viberti assorbono suoni onomatopeici dal Langhetto, che è carico di umori linguistici, espressione di una civiltà ricca di favole, di proverbi, di filastrocche. I temi sono quelli eterni del vivere quotidiano in campagna, dove, in modo misterioso e arcaico, si contrappongono vita e morte, gioia e dolore, Dio e diavolo. Il tempo dello scherzo, della carestia, della colorata festa paesana convivono nei racconti di Viberti. Egli spiega che in Italiano manca il corrispondente di termini come arcaplé (curvare le cime dei tralci) liàgn (fascio di spighe per legare i covoni) scaloss (pali logori e marci che sostengono filari) tortàgna (ramo di salice per legare fascine). Litaliano deve ricorrere ad una intera frase per esprimere ciò che il dialetto sa dire in una parola sola.
(Recensione
di Fausta Samaritani)
Poesia in
dialetto piemontese Vocabolario
di Alba Langhe e Roero
20
ottobre 2001
La
Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. Il
Portale Letterario