La stupiditÓ della classe piccolo-borghese dei funzionari statali

La Contessa Paola Flaminj di Luigi Arnaldo Vassallo, in arte Gandolin

La Contessa Paola Flaminj di Luigi Arnaldo Vassallo, in arte “Gandolin”

Ricerca di Fausta Samaritani

«Fa un freddo cane.

Il vento, a raffiche rabbiose, fischia, ulula, sotto la tettoia della stazione di Firenze. Un’acquerugiola fine fine, piuttosto un nevischio, cade, di fuori, sulle rotaie, raccogliendosi in rigagnoli e in laghetti melmosi. I fanali, dai vetri appannati e sporchi, mandano sprazzi oscillanti di luce in quella buia solitudine. Due carabinieri, chiusi nei neri mantelli, passeggiano lentamente su e giù per lo scalo, senza scambiarsi una parola. Nei cantoni bui o sopra le panche si scorge la massa bruna, raggomitolata, di qualche facchino o di qualche guardiasale, imbacuccato in pesante pastrano, col bavero sopra gli orecchi. Il tintinnare continuo del campanello elettrico annuncia prossimo l’arrivo del treno di Roma. È una brutta serata di febbraio.»

Questo incipit cala il lettore in un romanzo giallo moderno, i cui contorni potrebbero essere lugubri, oscuri, quasi gotici, se l’autore non fosse proprio il nostro “Gandolin”, “giornalista principe”, direttore del «Capitan Fracassa», vignettista satirico, conversatore ameno e scrittore un po’ caustico, di cui oggi si legge soprattutto la comica storia della Famiglia de Tappetti, una serie di racconti confluiti in un libro edito nel 1903.

Era nato a Sanremo nel 1852. Come racconta nelle sue Memorie d’uno smemorato (uscite, con prefazione di Sabatino Lopez, nel 1911), da ragazzo sbarcava il lunario con lo stipendio di commesso di un negozio di oreficeria e scriveva versi mazziniani, anzi versi rivoluzionari, che editava a sue spese. Entrò nella cronaca del giornale mazziniano «Il Dovere», diretto da Federico Campanella e che fu stampato a Genova dal 1863 al 1970, fondendosi in quello stesso anno con «L’Unità Italiana», altro foglio mazziniano su cui scrivevano Maurizio Quadrio e Vincenzo Brusco Omnis. Passò poi al «Caffaro», fondato da Anton Giulio Barrili. Vassallo pubblicava sotto lo pseudonimo “Elio Staleno”. Lasciò poi Genova e si trasferì a Roma. Si nascondeva talvolta dietro “Gandolin”. Diresse «Il Messaggero», fondò «Il Capitan Fracassa» e il «Don Chisciotte della Mancia». Finì la carriera come direttore del «Secolo XIX» e si spense a Genova nel 1906.

Penna versatile, a volte scintillante a volte aggressiva e polemica, Luigi Arnaldo Vassallo era in grado di stendere l’articolo politico di fondo, ma anche di scrivere di cronaca e note di critica d’arte e di letteratura. Originali e limpide erano le sue vignette satiriche, disseminate a piene mani sul mensile «Il Pupazzetto». Fu anche autore teatrale: i suoi Dodici monologhi furono un successo, anche grazie alla interpretazione brillante di Ermete Novelli.

Il romanzo breve La Contessa Paola Flaminj uscì nel 1882, per i tipi della casa editrice romana A. Sommaruga. Fu ristampato per la prima volta da Rocco Carabba, a Lanciano, nel 1918, nella collana “Scrittori Italiani e Stranieri”. Sotto un velo ironico, intinto di pessimismo discreto, Vassallo scopre ancora una volta la superficialità, in certo modo la stupidità della classe piccolo-borghese dei funzionari statali. Il delegato Ovidio Roberti e il giudice istruttore cavalier Carlo Alberto Morelli, che si occupano del nostro caso di cronaca nera, sono totalmente privi di fiuto investigativo e prendono una «bella cantonata», pur ritenendosi assai scaltri ed esperti: ma questo, si scoprirà solo alla fine. Per i medici legali, «il caso è alquanto dubbio» e si “scioglierà” solo grazie ad una testimonianza tardiva e pilotata della moglie del morto, il pittore Valentino Maurizi, che sarà dichiarato dalla sentenza “suicida” e non più “assassinato”, finendo nella nutrita schiera di coloro cui la Giustizia non ha reso giustizia alcuna.

Ma chi era la bella contessa che dà il nome al romanzo? Chi era Paola, la giovane moglie del conte Giulio Flaminj?

«Una sera. Sul palcoscenico d’un oscuro teatruccio, s’era incontrato con una creatura bizzarra, una bellezza aspra, quasi selvaggia, che, in fondo al fare quasi cinico d’una certa categoria di artiste, mostrava un singolare miscuglio di fierezza e d’ingenuità. Il contino Giulio le fece un po’ di corte e lei lasciò fare tranquillamente, come una ragazza abituata a questo genere di faccende, senza prenderlo né troppo sul serio, né troppo in burletta.»

I due giovani si innamorarono l’una dell’altra, si sposarono contro il parere dei parenti di lui e andarono a vivere a Roma, in una elegante villetta presa in affitto.

Divenuta capitale nel 1870, in pochi anni Roma aveva raddoppiato il numero dei suoi abitanti. La ricca borghesia e la società aristocratica, cioè la «mezza nobilea» come la chiama “Gandolin”, che convergeva da ogni parte d’Italia, si riversò in spazi a ridosso delle mura aureliane e oltre le mura, dove, in luoghi aperti e rimasti liberi da costruzioni, sorsero i nuovi quartieri residenziali, con i graziosi villini nello stile composito, meglio noto come umbertino. Tra questi nuovi quartieri c’era il Maccao, che costeggiava la via XX settembre.

«Il conte e la contessa Flaminj, dopo due anni di matrimonio, vennero a Roma e presero in affitto un grazioso villino al Maccao, un nido fatto apposta per un idillio, vale a dire una palazzina di zucchero, in mezzo a oleandri, a lauri, a lactanie, a palmizi, a eucalipti, a captus, a piante tropicali d’ogni specie, con redole serpeggianti sparse di sabbia fine e gialla, contornate di spalliere sempre fiorite, e chiuse da una cancellata grigia dalle aguglie dorate. Un amore di villino, silenzioso, tranquillo, piccolo, come le grandi felicità.

Nella elegante palazzina, naturalmente, non c’era un pollice di spazio superfluo, ma in compenso non mancava neppure una di quelle comodità, che rendono più sopportabile, per chi abbia un po’ di quattrini, questa lacrimosa valle.

Per esempio, il saloncino era piuttosto ristretto ma ci si stava abbastanza bene e si può dire, anzi, che la scelta società, la quale accorreva ai ricevimenti della contessa, risultava anche meglio in quella scatola da confetti arredata con artistica semplicità e con quella sopraffina eleganza, ch’è il segreto speciale delle persone di buon gusto, di quel buon gusto che somiglia al buon senso in questo, che tutti crediamo averne abbastanza.»

Paola Flaminj, in un fine ritratto psicologico che ha il fascino bizzarro del Liberty.

«La contessa non era una statua greca, ma una creatura moderna, piena di seduzioni, d’attrattive, in quella sua bellezza capricciosa, sensuale, ribelle a tutte le norme fisse, a tutte le seste, a tutti i compassi.

Il profilo non era né romano, né greco, né scismatico, né classico, né romantico, né verista; era un insieme di cose fini, delicate, morbide, piacevoli, qualche cosa di diafano, di perlaceo, con sottili venature d’azzurro, con bagliori rosei, con piccole pozzette al mento e sulle guance.

Che so io! Una di quelle facce che piacciono molto, non si sa perché; una di quelle bellezze che si sciupano presto, ma che diffondono un fascino irresistibile, un profumo intenso di gioventù, di grazia, di lascivie, finché la prima ruga non segni il pronto passaggio a una precoce e antipatica maturità.

Non c’era che una stonatura, nella faccia della contessa, e questa stonatura, che faceva senso, consisteva negli occhi. Invece di due pupille cilestrine, fantasiose, sotto i sopraccigli castani come sarebbe stato il dovere di una bionda che si rispetti, elle aveva due occhi che non saprei definire se non chiamandoli occhi di gatto: due occhi vivaci, irrequieti, con la pupilla nera, cupa, e l’iride quando verdognola, come l’onda del mare, quando irradiata da fiammettine vivide, fosforiche, giallicce.»

Il sospetto del tradimento della moglie avvelenò la vita del conte: «Così è il sospetto. Un grano di pepe diventa un polipo gigantesco.» E qui “Gandolin” fornisce al lettore una chiave per interpretare il giallo.  Un’altra chiave è contenuta nella descrizione del carattere di Paola, esattamente nelle parole «un singolare miscuglio di fierezza e d’ingenuità».

Con l’assenso del marito, la contessa Flaminj riceveva in casa il giovane pittore Valentino Maurizi, incaricato di farle il ritratto. E un giorno, galeotta una panchina in un giardino, scoccò la scintilla della passione. «Giunti ad un boschetto di oleandri, dalle foglie lanceolate, sotto il quale stava uno di quei sedili alla rustica, su cui si fuma tanto bene una sigaretta, Paola fece gli occhi languidi, e con una smorfietta di bocca, tutta sua particolare, disse di volersi riposare un pochino.»

Il dramma si consuma in poco tempo: in uno scompartimento di prima classe del treno Roma Firenze, in una grigia mattina di febbraio, venne trovato il corpo del povero Valentino Maurizi, fulminato da un colpo di pistola. Nello scompartimento accanto viaggiavano il conte e la contessa Flaminj…

(Ricerca di F. Samaritani)

31 dicembre 2005

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 7 ottobre 2015