Male di luna di Luigi Pirandello nel Kaos dei fratelli Taviani2001

di Tina Borgogni Incoccia

Pirandello pubblicò la novella Male di luna sul “Corriere della Sera”, nel 1913. Nella raccolta Novelle per un anno si trova nel primo volume, compresa nel gruppo intitolato Dal naso al cielo.

Egli usava dire agli amici che considerava se stesso soprattutto un novellaro, e tante novelle costituirono per lui un prezioso serbatoio cui attingere per la trasposizione drammatica quando, soprattutto dopo il 1917, si dedicò principalmente al teatro. Novelle, romanzi e teatro furono spesso utilizzati per una versione cinematografica.

Nel 1930 il primo film parlato italiano La canzone dell’amore fu tratto dalla novella In silenzio e il film

Come tu mi vuoi (stesso titolo del dramma teatrale) fu interpretato da Greta Garbo.

I fratelli Taviani nel 1985, ispirandosi ad alcune novelle di Pirandello, realizzarono Kaos, un bel film il cui titolo deriva dal nome del luogo, vicino ad Agrigento, dove sorge la casa natale di Pirandello. Tra queste novelle troviamo anche Male di luna.

Il racconto potrebbe all’apparenza sembrare un bozzetto naturalistico, riferito alla realtà contadina dell’interno della Sicilia; ma il narratore ne allarga il significato, fino a farci sentire tutta la intensità di dolore umano che la vicenda contiene: significato universale che i registi hanno ben capito e rappresentato nel loro film.

 

Viene narrata la storia di un poveretto, Batà, affetto da licantropia. Sidora, la giovane moglie ignara della malattia, rimane atterrita dalla prima crisi, a cui assiste in una notte di luna piena e corre sconvolta dalla madre che, per convincerla a ritornare dal marito, le promette, d’accordo con lui, di starle vicino in tutte le notti di luna piena, assieme al giovine cugino Saro, di cui Sidora è ancora innamorata. In tal modo le fa intravedere la possibilità di una avventura d’amore, alle spalle del marito.

Anche Saro acconsente, ma nella prima notte di luna piena in cui avviene la spaventosa trasformazione, di fronte alla terribile sofferenza di Batà, Saro rifiuta sdegnato di prestarsi al gioco.

L’impianto cronotopico della novella sembra quello tipico del genere verista-naturalista, un mondo agreste, collocato in un tempo arcaico e scandito da fenomeni naturali: le fasi lunari, l’alba, il tramonto, la notte. Lo spazio è costituito da una catapecchia isolata, stalla e casa insieme, in mezzo ad una campagna assolata, un deserto di stoppie senza un filo d’ombra e un paese di cassette, buie come antri, in fondo a vicoli angusti, con personaggi primitivi, superstiziosi, da tragedia rusticana, che credono agli incanti della luna, patologicamente segnati da fattori di arretratezza ambientale.

 

Ma in questa apparente chiarezza dell’intreccio narrativo si insinua un’ombra di ambiguità, che emerge dalla prospettiva secondo cui vengono focalizzati i personaggi. Essi, nel corso della vicenda, subiscono una metamorfosi, tanto da apparire nell’ultima parte del racconto nettamente antitetici, rispetto alla loro situazione iniziale. Se all’inizio infatti, l’ignara Sidora poteva sembrare la vittima del marito, alla fine il ruolo di vittima passa al povero Batà.

Nei limiti della tipologia del genere verista si apre, come vediamo, una problematica più ampia, di natura esistenziale, quella che ritroviamo anche in altre opere di Pirandello. Chi è il mostro e chi la vittima? E’ un mostro Batà che appare con la faccia sbiancata, torbida, terrea; gli occchi foschi e velati in cui dietro la follia si scorgeva una  paura quasi infantile, ancora cosciente, infinita, oppure Sidora che si presenta a Saro sdegnato come una pazza che ride e si dimena, aizzosa e fremente? In realtà, il narratore nel corso della novella ci fa apparire l’uno (il mostro, l’abnorme), sempre più raziocinante, nella previdente difesa contro la sua orrenda disgrazia, l’altra sempre più presa dal suo folle progetto. C’è metamorfosi anche nel contrasto tra i due personaggi minori: la madre di Sidora, prudente e accorta all’inizio, mentre Saro è un giovanotto scapestrato e incapace di rinsavire, ma squallida intrigante in seguito, mentre Saro si dimostra capace di un comportamento moralmente superiore.

La novella si conclude con una risata di scherno attribuita alla luna, figura spaventosamente presente nei momenti culminanti dell’azione narrativa e che alla fine pareva ridesse beata e dispettosa della mancata vendetta della moglie.

 

I fratelli Taviani hanno dato vita nel finale ad una scena particolarmente toccante. Saro, impietosito per la sventura di Batà, lo aiuta a superare la crisi e poi si allontana con la madre di Sidora, mentre Batà si acquieta con la testa appoggiata nel grembo della moglie che sembra avere ripreso coscienza di se stessa. Non si tratta certo di un finale arbitrario, poiché il sentimento della pietà è uno dei motivi dominanti nella visione pirandelliana del mondo. Del resto, esso è già presente nella parte centrale del racconto, riferito alle donne del paese che, prima spaventate e poi commosse, svolgono una importante funzione corale nella vicenda: […] ed allora lo sgomento si cangiò in pietà […] le buone vicine […] divenute tutte pietose.

I due registi Taviani, privilegiando questo motivo, hanno forse voluto segnalarci un profondo bisogno dell’umanità, particolarmente valido anche nel tempo attuale: l’esigenza cioè di solidarietà e aiuto reciproco, indispensabile per alleviare anche il nostro male di luna.

Tina Borgogni Incoccia

 

Illustrazione: Greta Garbo e Melvyn Douglas in Come tu mi vuoi (As You Desire Me): Da: A. Walker Garbo, Londra, Weidenfeld and Nicolson, 1980.

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21 Dicembre 2001

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