Luigi Pirandello, una vita da autore

Parte seconda

 

di Fausta Samaritani

 

Successo all’estero

 

A Londra va in scena la commedia I sei personaggi in cerca d’autore. G. B. Shaw, che assiste ad una replica, fa da intermediario con un impresario americano: il teatro pirandelliano attraversa l’Oceano e approda a New York. A Parigi si rappresentano Il piacere dell’onestà e I sei personaggi. Pirandello, superate le abitudini schive e sedentarie, inizia a viaggiare col suo teatro. Nelle grandi capitali è accolto in trionfo. Influenzato dalla tecnica di regia di Max Reinhardt, rimpasta I sei personaggi, nella versione definitiva che va in scena nel 1925. A dicembre 1923 si imbarca sul “Duilio” per assistere alla prima de I sei personaggi a New York.

Al Quirino di Roma viene rappresentata nel 1923 La vita che ti diedi (tragedia interpretata da Alda Borelli, ma scritta per Eleonora Duse che l’ha rifiutata) e ai Filodrammatici di Milano l’anno successivo la Compagnia Dario Niccodemi mette in scena Ciascuno a suo modo. Ne deriva una feroce polemica giornalistica tra Pirandello e il critico Domenico Lanza. Lo stesso anno Pirandello viene insignito della Legion d’onore.

 

Durante l’estate 1924, mentre Luigi è in vacanza con i figli a Monteluco, lo raggiungono il compositore Alfredo Casella e Jan Borlin, direttore artistico dei Ballets Suédois. Da questo incontro nasce il balletto La giara che sarà rappresentato a Parigi in novembre.

Fra il 1925 e il 1926, sulla “Fiera Letteraria”, esce a puntate Uno, nessuno e centomila, il romanzo che, in modo drammatico, esprime la scomposizione della realtà, il dualismo all’interno di una personalità, il gioco tragico fra “essere” e “parere”. E’ un romanzo, nato come canovaccio e lungamente abbandonato in fieri. Su questo brogliaccio Pirandello aveva l’abitudine di appuntare battute e idee, per poi trasferirle in novelle e commedie. Un romanzo sempre saccheggiato e interminabile quindi, iniziato nel 1910, sospeso e poi ripreso e che, come I sei personaggi, afferma alla fine il suo diritto ad esistere.

 

Il Teatro d’Arte

 

Volevano chiamarlo “Teatro degli Undici” o “dei Dodici”, dal numero dei soci ideatori: Stefano Pirandello, Orio Vergani, Claudio Argentieri, Antonio Beltramelli, Giovani Cavicchioli, Massimo Bontempelli, Maria Letizia Celli (attrice), Pasquale Cantarella, Lamberto Picasso (attore), Giuseppe Prezzolini, Renzo Rendi. Direttore artistico: Luigi Pirandello.

Il gruppo si costituisce per atto notarile del 6 ottobre 1924. Grazie ad una sovvenzione, iniziano subito i lavori di ristrutturazione del Teatro Odescalchi, che prima ospitava le marionette di Podrecca. Il 2 aprile 1925 il Teatro d’Arte viene inaugurato con Sagra del Signore della Nave di Luigi Pirandello e Gli dei della montagna di Lord Dunsany. Il pubblico è entusiasta delle novità, ma i conti economici di quattro mesi di attività si rivelano un disastro. Luigi ha aderito al Fascismo, forse nella speranza di un consistente sostegno economico da parte del governo, ma Mussolini diffida di lui: Pirandello non riuscirà mai a creare un Teatro di Stato, sganciato dalle ragioni commerciali e con una vera sede stabile.

Il Teatro d’Arte mette in scena anche opere di Savinio, De Stefani, Vergani, Marinetti, Rosso di San Secondo e, tra gli autori stranieri, di Ibsen e Unamuno.

 

Marta

 

Per la parte da protagonista, in Nostra dea di Massimo Bontempelli, viene scritturata una giovane attrice milanese. Si chiama Marta Abba. E’ una donna fulva, come tanti personaggi femminili del teatro pirandelliano. Da questo momento in poi, la produzione teatrale di Pirandello è per lei: Diana e la Tuda, L’amica delle mogli, La nuova colonia, Questa sera si recita a soggetto, Come tu mi vuoi, Quando si è qualcuno, Trovarsi, Non si sa come, l’ultima commedia, messa in scena da Ruggero Ruggeri. Alla morte di Pirandello saranno trasferiti a Marta Abba i diritti d’autore delle commedie, scritte perché lei le interpretasse.

 

Si costituisce una nuova Compagnia Pirandello che parte in tournée a Parigi, Londra, Berlino; poi si trasferisce in Argentina, Brasile, Uruguay. Luigi assiste alle prove e divide le fatiche delle trasferte, le ansie del debutto, le amarezze di attori e tecnici. Ma si sente stanco delle crisi finanziarie della Compagnia, stanco delle polemiche con i critici teatrali (in particolare quella che lo contrappone a Adriano Tilgher), dei litigi con le agenzie teatrali e con i proprietari di teatri che privilegiano le commedie commerciali creando, di fatto, monopoli.

Da Buenos Aires, nel 1927, scrive ai figli: Io non voglio più tornare in Italia. Scrive a Marta Abba: La politica entra da per tutto. Fuori! Fuori! Lontano! Lontano!

Dopo la rappresentazione della Donna del mare di Ibsen, dopo tre anni di attività, la Compagnia Pirandello si scioglie.

 

Fra cinema e teatro

 

Luigi Pirandello scrive al figlio Stefano: L’idea di chiudermi in una vita sedentaria mi fa orrore. E terrore la compagnia di me stesso. E più tardi, alla figlia Lietta: Non so s’io vado fuggendo la vita, o la vita me.

Pirandello prende la decisione di andare, con Marta, “esule” a Berlino, nella speranza di sistemare le pendenze bancarie, con gli introiti del cinema tedesco. Frequenta Corrado Alvaro e Pietro Solari, che a Berlino sono corrispondenti di giornali italiani. Dopo cinque mesi, Marta Abba torna in Italia, perché non è maturata nessuna occasione nel cinema. Luigi termina Questa sera si recita a soggetto che va in scena, in prima mondiale, a Konigsberg. A Berlino sarà un insuccesso, perché la critica vi legge una satira a Max Reinhardt.

Scrive a Marta, offrendole la parte da protagonista, per la edizione italiana. La prima è fissata a Torino, per la regia di Guido Salvini.

 

Pirandello trascorre brevi periodi in Italia, dove sente di essere osteggiato. Anche dai figli ha gioie e dolori: Lietta vive col marito in Cile, ma saltuariamente torna in Italia. I rapporti con questa figlia, amatissima, restano difficili.

Luigi lavora a I giganti della montagna. E’ disperato, è depresso perché gli è negato il diritto di vivere accanto a Marta Abba, unica ragione della sua vita. Pubblica con l’editore Mondadori Lazzaro, che definisce mito in tre atti.

Prossima dimora, Parigi: ma da questa sede i suoi viaggi diventano sempre più frequenti.

In Portogallo assiste alla prima di Sogno, ma forse no. A Roma commemora Giovanni Verga all’Accademia d’Italia. Continua a scrivere. La nuova commedia Quando si è qualcuno viene interpretata da Ruggero Ruggeri. Pirandello termina una novella che da tempo ha in mente: La favola del figlio cambiato, un racconto basato sulla popolare credenza che di notte le streghe maligne si divertono a scambiare i bambini nelle culle. Il maestro Gian Franco Malipiero mette in musica questa leggenda di sapore arcaico: è un successo in Germania, ma l’opera cade a Roma, in una serata tempestosa, travolta da presunti sentimenti antipatriottici che gli spettatori leggono nel libretto. Mussolini ne vieta le repliche.

Il cinema americano finalmente premia Pirandello, con la produzione di Come tu mi vuoi, film interpretato da Greta Garbo.

Luigi sente nostalgia di casa, gli è venuto a noia questo suo vivere arroccato, lontano dagli affetti familiari. Ha trascorso una serena estate a Positano, con figli e nipotini. Dopo quattro anni di “esilio volontario”, nel 1932 si stabilisce in Italia.

 

Ancora luci, al tramonto

 

Durante l’estate 1932, a Castiglioncello, ospite del figlio Stefano, scrive la commedia Quando si è qualcuno che in prima mondiale viene rappresentata a Buenos Aires. Pirandello parte sul “Duilio”, insieme a Massimo Bontempelli: Marta Abba e Paola Masino, la scrittrice amica di Bontempelli, li accompagnano all’imbarco a Genova. Marta resta in Italia, per impegni teatrali, la Masino al contrario raggiungerà Pirandello e Bontempelli in Argentina. Il calore della accoglienza della colonia italiana commuove Pirandello.

A Roma, l’Accademia d’Italia organizza un Convegno sul Teatro Drammatico e chiama Pirandello a presiederlo. Luigi firma le regia de La figlia di Iorio di Gabriele d’Annunzio, che va in scena al Teatro Argentina: una scelta felice, che segna la riconciliazione “ufficiale” tra i due massimi esponenti del teatro contemporaneo, inaspriti da una vecchia polemica antidannunziana di Pirandello. Quando si spengono le luci della ribalta, arriva la notizia che Luigi Pirandello è il Nobel 1934 per la Letteratura: il premio che gli viene assegnato per il rinnovamento ardito e ingegnoso _ è la menzione ufficiale _ dell’arte drammatica e della scena.

A novembre 1934 la rivista “Quadrante” pubblica il secondo atto de I giganti della montagna che Pirandello considera la vetta suprema della sua arte poetica. Incompiuto, questo testo sarà rappresentato postumo a Firenze, al Giardino di Boboli.

 

Vive a Roma, nel villino di via Antonio Bosio 15, dove abitava negli anni della guerra. Il suo studio, con i severi mobili di noce in stile Rinascimento toscano, si affaccia su una terrazza a mezzogiorno. La luce è riverberata dalla cortina verde del giardino, l’aria fa vibrare le tende in seta azzurra. Un antico vaso greco è lì, a memoria della sua Sicilia. La casa, in cui Pirandello abita da solo, è aperta ai figli e agli amici.

Viaggia sempre: a New York, dove risiede tre mesi in attesa che il cinema americano lo chiami, scrive le novelle della raccolta “Una giornata” e inizia il romanzo, rimasto incompiuto, Informazioni su un involontario soggiorno sulla terra. Sogna un altro romanzo, che dovrebbe intitolarsi Adamo ed Eva, la storia di due fanciulli che per un cataclisma si ritrovano soli sulla terra.

Di ritorno dall’America, prima di sbarcare a Napoli, Pirandello è colpito da attacco di cuore.

 

Marta Abba prende le distanze da Pirandello: è a Londra, per imparare l’inglese e poter così recitare anche fuori dell’Italia. Debutta a Broadway. Nelle lettere a Marta, Luigi esprime angoscia per la lontananza, profonda tristezza per il distacco: si sente abbandonato. E’ prigioniero di una curiosa frenesia, di una incontenibile forza vitale: avverte che non gli resta molto tempo. Milano, Venezia, Castiglioncello, Viareggio per la Commissione del Premio letterario: è sempre in viaggio. Antichi dissapori sembrano svaniti: gli sono accanto i figli e i nipoti; frequenta gli amici di vecchia data: Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli e Paola Masino, Mario Labroca, Silvio d’Amico. Nel suo ultimo soggiorno a New York, nel 1935, ha reso visita ad Einstein. Con il giovane e promettente Eduardo de Filippo trae una commedia dalla novella L’abito nuovo. L’unico testo teatrale, non suo, che Eduardo lascerà sempre nel suo repertorio è Il berretto a sonagli.

Mentre a Cinecittà segue le riprese del film tratto da Il fu Mattia Pascal, Pirandello accusa una febbre violenta. Nel 1934 il “Corriere della Sera” pubblica la novella breve Di sera, un geranio, che prelude alla morte, e nel numero dell’8 ottobre 1936 la novella Effetti d’un sogno interrotto.

Pirandello muore alle 8 e 55 del 10 dicembre 1936.

Secondo le sue volontà testamentarie, scritte più di venti anni prima, la sua morte passa sotto assoluto silenzio. Piace pochissimo il suo funerale ai gerarchi, che si reputano defraudati di un funerale di Stato. Piace pochissimo anche l’elogio funebre che, vestito in orbace, Massimo Bontempelli pronuncia all’Accademia d’Italia e che gli varrà un “esilio” a Venezia.

Avvolto (nudo come le sue maschere) in bianco sudario, senza lumi né fiori, il corpo di Luigi Pirandello è portato via dal carro funebre dei poveri, cocchiere e un cavallo, senza accompagnamento, nella nebbia di una mattina d’inverno. Le sue ceneri non vengono disperse, come avrebbe preferito, ma chiuse in un’urna, murate in Sicilia, ad un sasso, nella campagna di Caos, alle radici del pino solitario, di fronte al mare africano.

 

Fausta Samaritani

 

Vita di Luigi Pirandello (parte prima)

 

3 gennaio 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it