Carlo Gozzi lo disprezzava palesemente e intimamente: il Goldoni gli pareva il più volgare, il più triviale, il più balordo e il più noioso fra gli scrittori teatrali

Carlo Gozzi e la fiaba (parte seconda)

Carlo Gozzi e la fiaba

(1720-1806)

Saggio di Matilde Serao

 

PARTE SECONDA

 

Il fantastico non è il contrario della vita, ma l’esaltazione della vita: è la linea in fuori, è l’aureola, è l’alone, ma la linea suppone la misura, ma l’aureola suppone la testa, ma l’alone suppone la luna!

 

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Fu, dunque, il Gozzi molto letto e molto ammirato in Germania: in un altro paese del nord, in Inghilterra, destarono curiosità, interesse, diletto le sue opere. Si dice: fu il restauratore del fantastico nell’arte teatrale, doveva piacere a coloro che amano il fantastico, che si pascono di leggende, come i popoli delle regioni fredde. Il fantastico? E’ proprio la parola esatta? E’, veramente, il Gozzi, un uomo d’immaginazione? Badiamo che fantasia è una grande parola ed è una grande cosa. Non sarebbe meglio dire che il Gozzi fu il restauratore del meraviglioso, al teatro? Meraviglioso: è una parola più semplice e più modesta, il fantastico è così diverso! Chi si sorprende, inarca le ciglia e ha l’aria di uno sciocco: costui è lo spettatore delle cose meravigliose perché strampalate, meravigliose perché senza nesso o con un nesso così lieve che un nulla lo spezza, meravigliose perché assolutamente contrarie a tutto ciò che è ordinario. Tutt’altro, tutt’altro il fantastico! Esso, credete, corrisponde alla vita e certe volte vi corrisponde con misura matematica: esso ha delle regole intime, profonde, per cui può apparire quel che è, fantastico, sì, ma logico: esso è dominato da una ragione segreta che lo nutrisce e gli dà sostanzia e colore: esso può essere alto, grande e puro, come la verità. Il fantastico non è il contrario della vita, ma l’esaltazione della vita: è la linea in fuori, è l’aureola, è l’alone, ma la linea suppone la misura, ma l’aureola suppone la testa, ma l’alone suppone la luna! Il fantastico non capovolge le leggi dell’esistenza, ma le intravvede moltiplicate, più ricche, più tristi, più tetre, più grottesche: ma le considera nelle loro glorie e nelle loro miserie, ma le sospinge alla loro nota più vibrante e più acuta! Il fantastico anche descrive dei paesaggi che esistono, ma vi aggiunge quella soffusione di poesia lieta o lugubre che le cose hanno sempre e che solo gli occhi freddi ed aridi non sanno vedere: il fantastico anche narra delle cose accadute, ma vi scorge tutto un lato nascosto, qualche cosa che sfugge all’analisi del critico e che non sfugge alla visione del poeta. Gli è per questo che gli scrittori d’immaginazione scarseggiano assai, mentre gli scrittori di verità si chiamano oramai legione; la fantasia non comporta mediocrità, non comporta volgarità, non ammette mancamenti o debolezze. E’ fantastico il grande Hoffmann [i] , di cui non una delle novelle che non parta da un assioma indiscutibile, di cui il fantastico ha le grazie e le seduzioni della vita: siete fantastico voi, voi solo, o grande Edgardo Poe [ii] , non abbastanza ammirato, non abbastanza amato, infelice nella morte come nella vita! Rammentiamo le Novelle straordinarie: non una di esse che non possa, in tutte le sue parti, corrispondere a un’assoluta verità! Ma quegli uomini sentono in una forma complessa, esagerata e febbrile: ma quelle donne dai capelli biondi, dagli occhi glauchi, dalle forme tenui, dalle mani ceree sulle nere vesti, sulle bianche vesti, hanno in loro un fuoco che le consuma: ma quei paesaggi hanno una vita interiore che li trasforma e li fa tragici: ma quelle scene hanno una intensità crescente che afferra ai capelli il lettore, e li imperla di un sudore di paura! Tutto è vero, tutto può esser vero, nel grido che sale nel Cuore rivelatore, tutto è vero, tutto può esser vero nei terribili rumori della Casa Usher. Il fantastico del rimorso, il fantastico del terrore non vengono da spettri, non vengono da vani fantasmi, ma l’uomo li porta in sé, ma sono gli abitatori del suo spirito, i tetri e fieri abitatori! Egli non diventa marmo, come il povero Zennaro, del Corvo [iii] di Carlo Gozzi, né marmo come la dolce e tenera Hermione nel Racconto di una notte d’inverno di Guglielmo Shakespeare [iv] ; non si muta in una serpe, come la dolce Cheustanì, la Donna Serpente [v] di cui Riccardo Wagner [vi] volle rendere l’amore, il dolore, la devozione coniugale nella sua opera di gioventù (Le Fate); ma quest’uomo di Poe ha le belve che gli dilaniano il cuore, porta una serpe nelle sue viscere e meglio sarebbe per lui se s’impietrisse! Questo è, il fantastico: la vita  nelle sue più cocenti passioni, l’odio, l’amore, il delitto elevato all’ennesima potenza, la vita slanciata alle altissime temperature _ dove tutto vibra e tutto finisce per infrangersi!

E chiamiamolo addirittura il meraviglioso, il portato di Carlo Gozzi nel teatro italiano, poiché additeremo così questo bizzarro, sì, ma mite e innocente materiale di arte: il meraviglioso che sconquassa, ma porge la speranza e porge il rimedio, che infligge le torture, ma ha con sé il balsamo della consolazione. Senza di esso, i protagonisti di Carlo Gozzi sarebbero delle creature semplici e amorose, e la loro istoria non potrebbe interessare gli umani: un elemento estraneo entra in loro e li rende vittime ed eroi, insieme, ma vittime temporanee ed eroi di cinque, di dieci anni: l’elemento sparisce ed essi rientrano nel giro normale dell’esistenza, freschi, sani e felici. Questo meraviglioso ha l’aspetto truce e la sostanza tenera, ha l’apparenza della fatalità e non è la fatalità: è lo slanciarsi, per breve ora, fuori dei limiti del possibile, ma è rientrarvi subito, quietamente. La fantasia, nella sua essenza, dà ben altri crucci, e il fantastico, talvolta, uccide. Fra coloro che mi ascoltano, io credo, che tutti preferirebbero di essere un personaggio di Carlo Gozzi che in personaggio di Edgardo Poe, e tutti, infine, preferiscono di essere i lettori dell’una e dell’altra opera. Infine, il Gozzi non era realmente un uomo d’immaginazione: quello che egli ha fatto, non lo ha fatto per una passione salda letteraria per il sorprendente nell’arte, ma lo ha fatto per una passione d’uomo, molto più forte, molto più acerba, per il suo odio contro Carlo Goldoni.

 

Ah parliamone un poco, di questo odio per cui il cuore del conte veneziano si è infiammato molto di più che per qualunque amore di donna: parliamone, giacché esso è l’avvenimento più importante della vita di Carlo Gozzi, giacché oh ironia, giusta e ingiusta insieme, del destino, adesso il drammaturgo di Turandot è rammentato solo perché fu nemico acerrimo di Goldoni! Ebbene, sì, egli lo ha odiato molto e lo ha, sovra tutto, disprezzato, come si conviene a un uomo che sa odiare: chi riconosce qualche cosa di buono e di serio, nel suo avversario, già non odia più! Carlo Gozzi lo disprezzava palesemente e intimamente: il Goldoni gli pareva il più volgare, il più triviale, il più balordo e il più noioso fra gli scrittori teatrali. Egli lo ha tante volte dichiarato ed era in perfetta buona fede. Tutto ciò che formava la bontà e la beltà delle creazioni goldoniane gli faceva ribrezzo: e le parole più basse per esprimere la più bassa cosa non gli sembravano sufficienti. Le sue polemiche impetuose e ardenti, la sua lotta teatrale, tutta una città posta a soqquadro, indicano come tutto il calore dell’anima di Gozzi si era riversato contro questo dispregevole avversario. Questa battaglia è durata molto tempo ed è stata combattuta su tutti i campi: è stata folgorante d’ingiurie e di vituperii: è stata fornita a colpi di penna e a colpi di voci calunniose: ha avuto sussidii e contrasti nell’amore e nella politica. Il Goldoni è stato insidiato nella reputazione e nella fortuna: è stato minacciato nella felicità e nella vita ed ha dovuto, infine, lasciare il suo paese, esiliarsi, non vinto, forse, nell’anima, ma vinto nei fatti, non sconfitto nella sua arte, ma sconfitto come uomo e come cittadino. Più tardi, certo, anche le fittizia fortuna delle fiabe decadde e lo stesso Carlo Gozzi non volle farne più nessuna: ma più tardi, ma troppo tardi, quando niente e nessuno poteva più medicare le ferite dell’animo di Carlo Goldoni, quando tutte le amarezze avevano per sempre avvelenato il fondo del cuore del buon commediografo di Venezia.

 

Ebbene, io dico che quest’odio, che questo disprezzo erano sentimenti naturali e giustificati in Carlo Gozzi: dico che egli non poteva fare diversamente che detestare Goldoni e che egli ha obbedito a una ispirazione alta e dolorosa, combattendo quella battaglia. Ricordiamoci chi era e che rappresentava Goldoni a Venezia. Egli, modesto e tranquillo scrittore, era stato tocco da quel colpo di fulmine intellettuale che non ammazza, ma sconvolge, che non atterra, ma trasforma violentemente, egli aveva avuto un’idea: egli aveva compreso che la vita nelle sue forme veraci e umili ha una potenza di fascino che sorpassa tutte le meraviglie: aveva visto che l’amore qual è, il dolore qual è, il ridicolo qual è, e non già come la falsità leggiadra e pomposa di tutto il Settecento voleva rendere, possedessero maggior attrazione che qualunque declamazione rettorica o leziosa: aveva sentito quest’uomo piccolo destinato ad albergare quella grande cosa che è un’idea, aveva sentito l’irrompere della vita nella sua lealtà comica e drammatica. La gran voce delle persone e delle cose intorno, era giunta sino al suo spirito e lo aveva commosso: non la voce del fantocci pronunzianti vuote frasi o inchinantisi ai vezzi frivoli di un amore che non può meritare questo nome. L’uomo nella sua carne e nel suo sangue, con le sue costumanze bislacche o patriarcali, con i suoi difetti curiosi e le sue qualità ammirabili, con i trasporti delle sue passioni e col giuoco delle sue astuzie, l’uomo vero, l’uomo uomo, era apparso a Carlo Goldoni: e costui aveva reso la verità, a teatro. La verità, nientemeno! La verità in quei tempi quando i più terribili soffii venivano dalla Francia, quando un timore generale faceva impallidire le vecchie dinastie, quando i filosofi e i carnefici si alternavano, causa ed effetto, nel centro dell’Europa [vii] ! La verità, cioè il popolo ritratto, il popolo elevato da spettatore a protagonista, il popolo carezzato nelle sue buone tendenze, e spesso, il nobile vilipeso, come bugiardo, come poltrone, come giuocatore! La verità; cioè, gli antichi usi, e le mode moderne dipinte magistralmente: cioè, i vizii di certe condizioni e di certe età, resi con indulgenza, è vero, ma non tanto da non vederne l’esatta riproduzione: cioè, le qualità più nobili ricercate anche in persone non preclare, e i sentimenti più alti del patriottismo, dell’onore, della dignità ritrovati nel mondo piccolo, borghese e popolare. La verità, in questa vecchia Venezia già decaduta, già sfinita, smarrite le sue ricchezze, il suo potere, la sua forza, e che assisteva sgomenta a queste nuove cose che sorgevano, a queste idee, a queste forme, a questi fatti che disperdevano le ultime sue parvenze di grandezza!

 

E come poteva permettere ciò il conte Carlo Gozzi, il patrizio di antica stipe dalmata, il patrizio che s’inchinava reverente a Venezia e alla Serenisssima? Carlo Gozzi non solo era un signore, di nascita, ma teneva moltissimo al suo nome e alla sua razza: non solo era un conservatore in arte, ma era tale anche in politica: non solo era un patriota, ma era un patriota accanito e focoso. Il tremuoto che squassava tutte le vecchie cose lo stupiva e lo sgomentava: ma lo sgomento massimo era per il suo paese, per questa adorata Venezia che potava nel sangue e nelle ossa, come la più grande delle passioni: Codino, sì, venti volte codino, ma non codino di chiacchiere vacue, non codino di poco temibili poteste, non codino silenzioso e pauroso, ma codino arrabbiato e focoso, codino pugnace e implacabile. Carlo Goldoni non parve solamente a Calo Gozzi un novatore del teatro: ma gli parve un novatore ribelle, un commediografo che volesse continuare nel teatro la esecranda opera della Enciclopedia e della rivoluzione francese. Autore drammatico egli stesso, comprendeva bene quale costante e invincibile propaganda potessero fare certe teorie propalate dal palcoscenico: e il non essere il Goldoni un teorico della verità, ma un dipintore esatto e geniale, il dare con forme semplici tutto un nuovo contingente di protagonisti presi dal popolo, il rendere con l’azione i vizii e la debolezza estrema della nobiltà veneziana lo rendeva anche più pericoloso. Carlo Gozzi odiò Goldoni come un nemico della patria, e l’opporsi a lui gli parve un atto di buon cittadino, di fedele suddito della Repubblica morente. Una rabbia profonda sorse dalle viscere dell’uomo contro l’uomo e il letterato tentò una difesa disperata!

 

Disperata! Vandeano di Venezia, il conte Carlo Gozzi combatteva come i fedeli brettoni per Dio e per il Re: il suo Dio e il suo Re erano Venezia. Di fronte alla novità rigogliosa e avvincente delle commedie di Carlo Goldoni, potanti nel seno il germe della libertà dello spirito, egli volle far tornare all’antico il pubblico, e più che all’antico, al bambinesco. Mentre tutti tentavano di pensare, mentre tutti sentivano il fremito possente che sollevava la terra infeconda e le preparava una magnifica fioritura dove il sangue non mancava per la coltura, mente tutti avean l’anima attenta a ogni nuova manifestazione del pensiero e dell’opera umana, il conte Carlo Gozzi tentò di calmare questa inquietudine coi acconti delle fate e volle addormentare i cuori turbati e le menti palpitanti, come si cerca di far addormire un bimbo nervoso, che ha paura. Egli cullò i terrori segreti, egli cantò la ninnananna a coloro che vedevano crollare il mondo in cui avevano creduto: e al fragore delle voci e delle armi, egli disse, come una buona balia: vi era una volta… Oh come si rivela bene, la disperazione interna, non del letterato che era toppo superbo e alla sua maniera, anche un po’ indifferente, ma la disperazione del conservatore che chiude gli occhi per non vedere, che si tappa le orecchie per non udire, e che, come le vergini di Francia danzavano con un filo rosso al collo, per simbolo della probabile prossima ghigliottina, in abito da victimée, tenta di raccontare delle storielle vane per togliere il pubblico dalla propaganda alle paure! In pochi anni egli scrive fiabe sopra fiabe con una rapidità, con una facilità grande, mentre polemizza nelle fiabe e fuori, mentre continua la sua guerra nelle accademie, nei saloni e nei caffè: egli non ha posa, egli non soffre indugio: egli, con la sua ferocia spinge il Goldoni a scrivere anche più, a scrivere sempre: egli non solo oppone una resistenza instancabile, egli attacca atrocemente, egli appartiene alla schiera, come ho detto, dei codini belligeri, che sono rari, ma che sono terribili, visto che la violenza pare sia un appannaggio della gente nuova e ribelle. Che importa a lui, specialmente, la fiaba e donde essa viene, visto che egli non è un uomo di fantasia, ma un autore drammatico puro e semplice, che importa se il materiale sia il meraviglioso e sia preso dapertutto, quando egli non ha di mira che distrarre il pubblico dalla commedia dell’iniquo, dello scellerato Goldoni, figliuolo primogenito delle nuove esecrabili teorie? Siano i racconti delle fate, se essi servono allo scopo ambito! Che importa se la intromissione delle maschere, se il riportare sulla scena la Commedia dell’Arte è un colpo duro a se stesso e alla propria dignità di autore? Purché sia ferito l’avversario, non importano le proprie ferite. E così tutta la ragion letteraria del Gozzi si chiarisce e si giustifica nelle sue debolezze: e tutta la sua vita, anche, si riabilita nelle sue stranezze e nelle sue acredini. Si riabilita con quest’odio! Un odio mortale sorto da un sentimento alto e incrollabile, dalla devozione alle antiche cose, dall’ossequio delle vecchie idee, dalla reverenza profonda verso Venezia: un odio che ha un’essenza d’amore, come tutti gli odii. Impossibile giudicare Carlo Gozzi isolatamente: significherebbe menomare e travisare il suo valore e dare di lui un giudizio falso. Egli fu uomo del suo tempo: anzi, dirò meglio, fu uomo anteriore al suo tempo. Non fu uno di quei letterati solitarii che, con inclinazione laudabile o no, non lo so, si chiudono nel loro lavoro e dediti alla loro arte, servi, schiavi di essa, si dimenticano di vivere: e rovini tutto l’edificio sociale intorno ad essi, non se ne accorgono, perduti in una divina allucinazione. Carlo Gozzi non fece una vita di sogno, come a tanti artisti è concessa: ma fece una vita di realtà, una vita di uomo vivente, dirò! Impossibile, anche, giudicare il Gozzi, senza considerarlo nel grande torneamento della sua violenza, torneamento scortese e cruento, contro Carlo Goldoni. Questo odio è la lettera iniziale della sua vita, è la sua cifra fatale!

 

E permettete a chi ammira tutte le battaglie fatte in un nome sacro, fatte anche in nome dell’ombra e della immobilità, fatte anche in nome del silenzio e del gelo, permettete che io esprima qui un senso di malinconica ammirazione per quel soldato del regresso che fu Carlo Gozzi e che lo ammiri nel suo odio, origine della sua arte  della sua vita. Questo odio, è vero, dette molti dolori a Carlo Goldoni: ma le avversità sono sempre un buono stimolo dell’ingegno che vi si tempera e vi si affina: ma ciò che si scrive sotto la sferza delle passioni, degli ostacoli, delle contrarietà vale, spesso, più dell’opera compita nella oscurità senza contrasto, tanto che vi è chi preferisce il mordace e dolente Arrigo Heine [viii] all’olimpico e maestoso Wolfango Goethe! Lo ammirerete anche voi, io spero, quando penserete che se la sua guerra ebbe effetti immediati, essi furono fallaci: quando ricorderete che egli vide perire prima di sé la sua effimera gloria, e fu postumo di se stesso: quando noterete che il suo nome, oramai, non è rammentato che dirimpetto a Carlo Goldoni. Che dirimpetto? Ho detto male. Di lato: molto di lato: ombra, nella luce di Goldoni. Ancora palpita il mondo alle scene degli Innamorati [ix] e ancora ride alle sue Baruffe chiozzotte: ancora la Locandiera [x] incanta gli spettatori affascinati! Gli spiriti che sparvero da questo nostro mondo, vivono di là: ma noi non sappiamo bene, come. Speriamo che essi non sappiano nulla del mondo che lasciarono: altrimenti, neppure la pace delle sfere celestiali, sarebbe una pace, pel conte Carlo Gozzi!

Matilde Serao

(Note di Fausta Samaritani)

(fine)

31 dicembre 2003

Opere di Carlo Goldoni

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 31 ottobre 2015

Per piacere non copiate il testo


[i] Ernst  Theodor Amadeus Hoffmann (Königsberg 1776-Berlino 1822). Musicista, pittore, scrittore tedesco. Dopo i primi racconti fantastici, nel 1815 pubblicò Fantasie alla maniera di Callot che contiene La pentola d’oro, storia di uno studente che si perde in un mondo popolato da esseri bizzarri. Nel romanzo Gli elisir del diavolo (1815-16) si assiste allo sdoppiamento della personalità.

[ii] Edgar Allan Poe (Boston 1809-Baltimora 1849). Autore di saggi: Fondamento del verso (1843), La filosofia della composizione (1846), Il principio poetico, postumo. I suoi celebri Racconti sono del terrore, o metafisici, o polizieschi, con protagonista l’investigatore Auguste Dupin. I moduli dei suoi racconti derivano dalla cultura “gotica” inglese e dagli intrecci fantastici di E. T. A. Hoffmann. Romanzo: Le avventure di Gordon Pym (1838).

[iii] Il corvo, favola teatrale, 1761. Millo, re di Frattombrosa, uomo malinconico, ama Amilla, figlia di un mago.

[iv] Il titolo esatto è Racconto d’inverno di Shaekespeare.

[v] La Donna Serpente, favola teatrale, 1762. Una fata principessa è innamorata dun mortale, contro le leggi che regolano la sua esistenza. Gli innamorati approdano per magia alla favolosa terra delloro, luogo di ogni felicità.

[vi] Richard Wagner (Lipsia 1813-Venezia 1883). I suoi primi tentativi operistici Le fate (1833) e Le nozze (1832) rimasero nel suo cassetto.

[vii] Nel 1750-50 Goldoni fa recitare a Venezia sedici commedie nuove, ottenendo un grande successo. La sua rivalità con l’abate Pietro Chiari, poeta al San Samuele, sale di tono. Dal 1759 al 1762 Goldoni, che è nella piena maturità artistica, mette in scena le sue commedie al teatro San Luca (Gli innamorati, I rusteghi, Un curioso accidente, Sior Todero brontolon, Le baruffe chiozzotte e la trilogia della Villeggiatura). Quasi in contemporanea,  nel 1761, al teatro San Samuele si recita L’amore delle tre melarance, in cui Carlo Gozzi satireggia sia Goldoni, sia l’abate Pietro Chiari. Il clima veneziano contro Goldoni diventa ancora più aspro, fomentato delle critiche maligne di Carlo Gozzi. Nel 1760 Goldoni riceve versi di elogio da Voltaire, ciò dimostra che era conosciuto ed apprezzato dagli illuministi. A febbraio 1762 parte per Parigi, dopo la recita di Una delle ultime sere di Carnevale. Il ventaglio va in scena a Venezia nel 1765. Goldoni muore a Parigi a febbraio 1793. Non c’è nella sua vita e nel suo teatro alcuna corrispondenza col nuovo corso politico e sociale, impresso dalla rivoluzione francese che egli non vide e che, del resto, appartiene ad una generazione a lui successiva. Egli è stato un innovatore, non un rivoluzionario. Le argomentazioni di Matilde Serao non tengono conto della esatta cronologia degli eventi, quindi non reggono.

[viii] Heinrich Heine (Düsseldorf 1797-Parigi 1856). Nel 1817 scrisse le sue prime liriche d’amore. Visse in Francia, come corrispondente di varie riviste tedesche. Intermezzo lirico (1823), racconti lirici  raccolti nelle Impressioni di viaggio (1826-31) sulla falsariga di Sterne, Libro dei canti (1827), Notti fiorentine (1836), Salon (1834-40), in 4 volumi, in cui sono compresi anche scritti politici. In Germania, fiaba d’inverno (1844), pungente satira politica in versi, c’è qualche traccia delle idee di Marx.

[ix] Gli innamorati, 1758, commedia di Goldoni.

[x] La locandiera, 1753, commedia di Goldoni.