Il Novelliere di Matteo Bandello 
Dichiarava
di non aver un preciso stile, di non possedere la purezza della lingua – era
infatti lombardo e non toscano – di aver come unico fine «giovar altrui e
dilettare» e di ispirarsi al «gentile ed eloquentissimo Boccaccio». Le 214
novelle del frate domenicano Matteo Bandello si riallacciano alla felice tradizione
letteraria trecentesca. Ognuna è preceduta da una lettera introduttiva che
talvolta contiene anche la dedica ad un amico oppure ad un protettore.
Nato a Castelnuovo Scrivia, nel 1484, aderisce alla vita monastica e, senza abbandonare mai l’abito domenicano, diviene segretario privato di famiglie legate ad ambienti filosforzeschi, proprio nel periodo in cui l’Italia settentrionale è contesa fra francesi e spagnoli. Incaricato di delicate incombenze e di missioni diplomatiche, frequenta assiduamente nobili e letterati lombardi i cui nomi diventeranno familiari al lettore delle sue novelle.
Quando i francesi
riprendono il controllo sul Milanese (1515), si rifugia a Mantova presso Francesco
Gonzaga, dove entra a far parte del raffinato entourage
d’Isabella d’Este e frequenta altri membri dei numerosi rami collaterali
dei Gonzaga. Sconfitti di nuovo i francesi, rientra a Milano nel 1522, ma
pochi anni dopo in seguito all’occupazione spagnola (1525) la lascia definitivamente.
È al seguito di nobili signori in Romagna, Toscana e a Roma (1526), prima
di legarsi definitivamente alla famiglia di Cesare Fregoso, con il quale si
trasferisce a Verona (1529-1536) e partecipa alla spedizione nella guerra
di Piemonte (1536-1537). Dopo che
Cesare viene fatto assassinare da Carlo V (1541), con la vedova e i figli
del Fregoso si rifugia in Francia, a Bazens, sotto la protezione di Francesco
I. Qui trascorre il resto della sua vita, reggendo la diocesi di Agen per
Ettore, figlio di Cesare, ancora minorenne, e dedicandosi alla preparazione
del Novelliere in vista della pubblicazione.
Muore a Bazens nel 1561.
Matteo Bandello
in un primo tempo si cimenta con la poesia, senza raggiungere esiti distinguibili
da quelli di altri epigoni petrarchisti. Le sue Rime,
come altre opere, quali un poema in ottave intitolato I canti XI, in lode di Lucrezia Gonzaga, hanno più interesse biografico
che valore artistico. In seguito, già vecchio, concentra le sue ambizioni
sulla prosa e il Novelliere, a pochi
anni dalla pubblicazione, raggiunge una vasta eco, testimoniata fra l’altro
anche dalle derivazioni del teatro shakespeariano.
Le
tre parti de le novelle del Bandello escono in Lucca, per i tipi di Vincenzo
Busdrago, nel 1554; la Quarta parte,
postuma, viene pubblicata a Lione nel 1573.
Le ripartizioni contengono rispettivamente 59, 59, 68 e 28 novelle,
per un totale di 214 testi.
Il valore artistico
del Novelliere non va ricercato tanto nella singola novella quanto nella
somma di esse, nel numero dei casi, delle persone e delle cose, nello spettacolo
infinitamente mobile che il libro, considerato nel suo effetto totale, sa
dare. Testimonianza di un periodo storicamente caotico, il Novelliere si offre ai lettori come rappresentazione
di un mondo contemplato e giudicato secondo una visione rovesciata rispetto
a quella del Decameron. Il racconto
non vale più in quanto esemplare, ossia «come modello di un certo aspetto
dell’esistenza, selezionato da un unico gruppo narrante, capace di passare
in rassegna tutti i personaggi e i fatti significativi»
[1]
, ma vale in quanto fatto, in quanto accadimento,
“accidente”.
Ogni novella
è preceduta da una lettera dedicatoria a personaggi contemporanei, ove si
descrivono l’occasione in cui la novella sarebbe stata raccontata, il nome
e le qualità di chi narra e si rammenta il ruolo dello stesso Bandello come
fedele trascrittore. Si tratta di un artificio retorico, pensato in vista
della messa a stampa, con lo scopo di raccogliere e ordinare i frutti dispersi
del suo talento da narratore, fiorito negli ambienti mondani frequentati nel
corso della sua vita. Novelle e lettere dedicatorie sono talvolta distinte
e separate, in altri casi compenetrate tanto da fondersi.
Aspetto originale
non è tanto la presenza della lettera, adottata fin dai tempi del quattrocentesco
Novellino di Masuccio Salernitano,
quanto l’uso insolito e multiforme che si fa delle dedicatorie. L’autore ha
infatti una diversa e chiara coscienza di come la lettera esprima, in linea
con il travagliato periodo storico, la nuova intenzione di rappresentare l’esperienza.
Esperienza che il caos dei tempi e il disordine del mondo rendono centrifuga
e sfuggente, non inquadrabile in un’architettura preordinata, non inscrivibile
in una cornice chiusa, di ascendenza boccacciana.
Il luogo privilegiato
e protetto da cui guardare il mondo, la circostanza eccezionale della pestilenza
o di qualche altro evento al di fuori del quotidiano, non sono più indispensabili
a giustificare la narrazione di novelle. Certo il punto di vista appare ancora
quello di una classe sociale elevata, di prevalente matrice cortigiana, colta
e raffinata. Gli ambienti descritti sono quelli che Bandello frequenta assiduamente,
quali le corti, i palazzi, le dimore nobiliari di campagna dell’Italia settentrionale;
ma non esiste alcuna vera protezione che isoli e difenda dalle brutture del
mondo: il Sacco di Roma ha tolto ogni illusione a tal riguardo. E ogni giorno,
ogni occasione si prestano a novellare perché la novella è diventata elemento
di conversazione abituale fra coloro che fanno parte della società cortigiana.
Le dedicatorie
sono anche un sipario aperto sulla poetica di Matteo Bandello e sul gioco
ambiguo di rapporti e di polemiche che lo lega all’ambiente letterario del
tempo e ai modelli del passato. Nello spazio di riflessione della dedica emerge,
sebbene in modo frammentario, l’elaborazione di una specie di teoria del racconto,
che non riguarda solo la novella, ma comprende anche il gusto del “ragionamento”,
nato in seno alla tradizione boccacciana.
Le novelle,
come spesso dichiara l’Autore, sarebbero state accumulate a caso, senza ordine
e disegno. In questa decisione risiede una precisa concezione dell’esistenza
e si avverte il peculiare timbro dell’opera. La vita secondo Bandello si manifesta
in un’infinità di casi, mirabili, irripetibili, eccezionali, vera e propria
“mistura d’accidenti”. Per questo si deve rinunziare alla volontà di stabilire
categorie e legami, di rappresentare tutto. Si può invece fissare, caso per
caso, quello che colpisce in ordine alla stravaganza, al particolare, all’imprevedibile
del reale.
La mancanza
di un ordinamento interno per nuclei tematici implica che il lettore non sappia
mai cosa gli riserva la prossima novella. Il salto di contenuto appare talvolta
vertiginoso: Bandello non disdegna il brusco passaggio dalle raffinate atmosfere
cortigiane a situazioni che per violenza, efferatezza e brutali connotazioni,
lasciano il segno. Anche l’osceno e lo scatologico sono ugualmente rappresentati,
sia sul versante del contenuto di molte novelle sia su quello della scrittura,
che non risparmia allusioni triviali e pesanti incursioni nello scurrile.
Il
Novelliere realizza una fitta galleria
di personaggi maschili e femminili, di ogni ceto e condizione sociale. Figure
attinte dal presente, o da un passato recente e anche remoto, sottratte alla
cronaca, alla storia, ma anche al mondo degli aneddoti, della tradizione popolaresca,
o al contrario a quello della tradizione letteraria antica o recente. Nel
tardo Rinascimento “plagio” è espressione priva di significato e il concetto
di originalità non esclude la ripresa di argomenti, modelli e personaggi affrontati
in precedenza da altri autori.
La fenomenologia
dei comportamenti umani si dispiega in una quasi infinita variazione di forme
e situazioni: sotto questo profilo il Novelliere inaugura una nuova stagione
narrativa estranea ai canoni del classicismo volgare. Quello che conta, per
Matteo Bandello, è tutto nei fatti, negli avvenimenti, nelle “istorie”, in
ciò che esse hanno di “mirabile”. Ma insieme al caso nudo e crudo, acquistano
rilevanza e significato la scelta e la ricostruzione di quest’ultimo, attraverso
la parola di chi lo racconta, uomo o donna di esperienza, che sa dare valore
e senso alla vita. Ogni caso viene affrontato in un contesto di conversazione,
in cui le opinioni non sono definitive ma occasione di confronto, espressione
della molteplicità dei punti di vista. Tutto ciò ha una ricaduta immediata sul piano
stilistico: non si tende più ad una scrittura ispirata al nobile modello del
Boccaccio, ma si persegue la registrazione di una lingua comune, anche se
cortigiana, che sia accessibile a tutti. Una lingua tuttavia mantenuta libera
da aspetti troppo marginali e da particolarismi espressivi, caratteristica
non indifferente nel favorire la fortuna europea di questo autore.
Se il racconto
non è più campione di esemplarità, ma fatto di cronaca, conseguenze fatali
investono la moltitudine dei personaggi, poiché la cronaca manca di una struttura
logica e segue sviluppi discontinui e imprevedibili. Cade la consapevolezza
razionalizzante che prevede che fra l’uomo e la sua condotta esista sempre
una corrispondenza esatta e predeterminata. Irrompono così l’oscuro ed il
terrificante orroroso: «Racconti tragici, casi di cronaca nera, omicidi, suicidi
portano nella raccolta bandelliana una torbida materia delittuosa e patologica
che costituisce un fenomeno culturale nuovo nell’evoluzione della narrativa
italiana e europea»
[2]
.
16 aprile 2008
La Repubblica
Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it
[1] Delmo Maestri, Lineamenti di novellistica italiana del Cinquecento, in D.Maestri, A.Vecchi (a cura di), Matteo Bandello. Studi di letteratura rinascimentale, Novi ligure, Joker, 2005.
[2] Adelin Charles Fiorato, Scrittura narrativa e patologia nelle Novelle del Bandello, in Gli uomini, le città e i tempi di Matteo Bandello. II Convegno internazionale di studi (8-11novembre 1984), Tortona, Centro studi M. Bandello e la cultura rinascimentale, 1985, p.301.