Positivismo e Naturalismo2001

di Vincenzo Laforgia

La consapevolezza dell’insufficienza dell’idealismo romantico a risolvere i grandi problemi dell’individuo e della società si espresse con la reazione del Positivismo alla interpretazione della ricerca filosofica, in termini di assoluta astrazione. Il grido risuonato in Germania: Niente più metafisica! e con il quale si rigettava ogni garanzia soprannaturale, sintetizzava un bisogno di aderenza al concreto, di presa di coscienza della realtà quotidiana. Il Positivismo sconsacrava il culto dell’Assoluto, nel momento stesso in cui abdicava alla pretesa di comporre un "sistema" e proponeva come costrutto del filosofare lo sforzo di aderire alla realtà, per riconoscerne le dimensioni genuine, per osservarla e penetrarla analiticamente, trasferendo nell’ambito delle scienze umane lo stesso metodo che tanti frutti aveva prodotto e tanti continuava a produrne nelle discipline propriamente scientifiche. Posto l’Infinito nella scienza, si costringono nella forma di essa (per usare una espressione usata da N. Abbagnano nella Storia della filosofia, UTET, 1950), la morale, la religione, la politica, la totalità della esistenza umana. Un tale abito mentale, esteso ad informare ogni manifestazione dello spirito umano, concorreva efficacemente, se pur non esclusivamente, a determinare la nascita e il rapido sviluppo di un nuovo movimento letterario, il Naturalismo o Realismo, che nell’ultimo trentennio dell’Ottocento si diffuse dalla Francia a tutta Europa, diversamente caratterizzandosi a contatto con le culture nazionali e in rapporto alle diverse situazioni politiche e sociali.

Il Naturalismo, che aveva le basi nella medicina sperimentale del biologo Claude Bernard, Introduzione allo studio della medicina sperimentale, nella filosofia e fisiologia di Lucas e soprattutto nelle originali posizioni dello storico e critico letterario Hippolyte Taine, intendeva accostarsi all’uomo con il metodo empiristico delle scienze, riconoscendolo sottoposto alle necessitanti leggi naturali e come prodotto di fattori chimico-fisici. Asseriva Taine che l’uomo è la risultante di tre elementi: il fattore ereditario (race), l’ambiente sociale (milieu), il momento storico (moment) che ne determinavano i caratteri psicologici e quindi il comportamento; sicché anche virtù e vizio erano corpi scindibili, come lo zucchero e il vetriolo. La poetica naturalista affondava quindi le sue radici in una visione deterministica della vita e di conseguenza, alla luce delle scienze biologiche e sociologiche, concepiva l’opera letteraria come "documento scientifico" dell’individuo e della collettività.

Su questo piano si muoveva l’attività letteraria di Emile Zola, che della nuova corrente fu il teorizzatore e il rappresentante più significativo, convinto che la letteratura doveva abbandonare la rappresentazione dell’uomo in astratto, o metafisico, per rivolgersi a quello naturale, cioè concreto; convinto che il romanzo era la letteratura dell’età scientifica, così come la letteratura classica e romantica corrispondeva ad una età scolastica e di teologia. Era questo il punto di vista o, se vogliamo, la poetica dei suoi seguaci, i "Médaniens", da Médan ove si riunivano. Si espressero secondo la nuova poetica i fratelli Edmond e Jules de Goncourt, Alphonse Daudet, Guy de Maupassant e altri come Alexis, Henri Céard, Léon Hennique e Joris-Karl Huysmans, che con Maupassant se ne sarebbe in seguito allontanato, passando a posizioni decadentistiche, con indulgenza per temi esasperati come occultismo, misterismo e satanismo. Tutti costoro riconoscevano come maestri Honoré de Balzac che nella vastissima opera narrativa aveva presentato un quadro quanto mai crudo della società, in tutte le sue classi, e Gustave Flaubert che con la sua Madame Bovary, libro sconcertante per il suo tempo, aveva proposto il problema del rapporto corrente fra moralità e arte.

Questo orientamento della letteratura verso il concreto trovò una immediata, efficace sollecitazione nei fermenti sociali, di cui erano espressione le prime lotte di classe, non ancora sostenute da saldi principi di dignità umana e civile, in quanto determinate da questioni di stretta misura economica. Sotto l’urto violento di problemi urgenti e di difficile soluzione che, nel ribollire delle lotte di classe, evidenziavano le radici oscure del bisogno, tramontavano le romantiche illusioni di giustizia, ordine, libertà e prosperità che avevano nutrito le rivoluzioni europee della prima metà del secolo. Erano, queste lotte e questi fermenti, i non soffocabili effetti del travaglio sociale ed economico che portava con sé la rivoluzione industriale, in atto nell’Europa più evoluta. Investita quindi dalle esigenze inarrestabili di una società inquieta, la letteratura francese era sospinta per un cammino obbligato, per un tracciato, diremo, tanto più suggestivo e prepotente, in quanto quel richiamo alla problematica sociale non era un fatto nuovo: era semmai la riviviscenza di vecchie, non antiche e non ancora spente, esigenze. Il Naturalismo trovava alimento e modelli nella stessa tradizione letteraria francese che riproponeva, attraverso il realismo sociologico romantico, il lievito tutto illuministico della eguaglianza degli uomini, della libertà sociale, della visione, se pur confusa, dell’incontestabile diritto di tutta intera la collettività alla soddisfazione dei bisogni materiali. Il Naturalismo, recepito quel massaggio, avrebbe affrontato con spirito umanitario e con intento apertamente sociale (intento destinato ad inaridirsi nelle dimensioni di pura maniera, non solo nel differenziarsi delle opere di scrittori diversi, ma anche nello sviluppo dell’esercizio letterario di uno stesso autore) i problemi della fame, delle malattie, dell’abbrutimento fisico e psichico dei diseredati, dello sfruttamento economico e morale delle classi subalterne. Il Naturalismo avrebbe puntato l’indice accusatore contro le classi sfruttatrici, a toccarne la coscienza e a metterne in luce responsabilità e colpe.

Sostenuto da queste basilari ragioni, filosofiche, storico-sociali e letterarie, e giovandosi anche di un impulso che veniva dalla letteratura spagnola e da quella russa, come afferma G. Mazzoni in L’Ottocento (Vallardi, 1944), il Naturalismo francese si proponeva l’analisi fredda e spassionata della realtà osservata con rigorosa obbiettività, fin nei più sfuggenti particolari: una analisi e una rappresentazione estranee ai sentimenti dell’autore. L’opera narrativa (giacché narrativa-romanzo-racconto sembra il genere più rispondente alle esigenze di obbiettività e più idoneo a vanificare gli slanci passionali dello scrittore) sarebbe stata documentazione di fatti e caratteri e ambienti e situazioni, al di là dei princìpi morali e del mondo intellettuale dell’autore: il risultato, insomma, di una ricerca di laboratorio. I Naturalisti si scelsero un loro paesaggio, o meglio un loro bisogno di rappresentazione che, pur ritrattistica, si arricchisse di colori vivaci, sia per sé stessi, sia per il loro impegno sociale. Orientarono la scelta su quei personaggi che meglio rappresentavano gli strati più bassi della società (più bassi non solo economicamente), quelli che portavano impressi più palesemente nel corpo e nell’animo le sofferenze, cui li costringeva la società capitalistica. Ed ecco, ai margini della metropoli, una moltitudine di storpi del corpo e della psiche: espone i suoi cenci e le sue morali brutture una folla di ladri, parassiti, alcolizzati, prostitute, fannulloni, sfruttatori di donne, maniaci, dementi; una moltitudine nella quale vivono, quando vivono, singolari e sorprendenti valori morali, rispondenti alle condizioni di quegli uomini e di quelle donne, a cui il vizio offre l’unica evasione dalla opprimente miseria. Né diversi da costoro sono gli altri personaggi, che occupano una scena diversa per ambiente socio-economico, legati anch’essi ad una visione distorta della vita e dei suoi valori, ricondotti anch’essi alla deformità comune, per più sottili ma non meno vistose deviazioni.

Vincenzo Laforgia

Foto: Emile Zola ritratto a Roma nel 1894 da Luigi Capuana che gli dedicò il suo Giacinta.

5 Febbraio 2001

La Repubblica Letteraria italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

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