Il fascino della poesia
cortese ![]()
Civiltà
mediterranee s'incontrano sull'immagine della donna
di Tina
Borgogni Incoccia
La fioritura della poesia cortese fu di breve durata
_ come l’amore degli adolescenti, scrive Marrou _ ma assai grande la sua influenza nelle
regioni circostanti. Oltre che nella Francia del Sud e del Nord, si scrissero e
si cantarono poesie d’amore nelle corti di varie regioni d’Italia, Spagna,
Germania, Austria, Portogallo, frequentate dai trovatori che passavano dall’una
all’altra, in cerca di protettori. In Italia si fece sentire a lungo l’eco
della loro poesia a cui si aggiunsero preoccupazioni di carattere filosofico e
religioso che accentuavano il concetto dell’amore cortese idealizzato.
Dante, che sapeva poetare anche in provenzale,
introdusse nella Commedia il ricordo di quattro poeti provenzali:
Bertran de Born (Inf., XXVIII), Sordello (Purg., VI/IX), Arnaldo Daniello
(Purg., XXVI) e Folchetto di Marsiglia (Par., IX). Francesco Petrarca ne citò
quindici nei suoi Trionfi. Possiamo dire che la poesia della fin’amor ha profondamente segnato i costumi
dell’Occidente: il concetto di cortesia, l’omaggio alla dama, il non aver
ridotto l’amore al solo aspetto carnale. Anche se oggi le abitudini e i valori di riferimento
sono tanto cambiati, non possiamo esimerci dal subirne ancora il fascino.
Come tutti gli ideali collocati ad un altissimo
livello, anche questo era destinato a deteriorarsi, e già Chrétien de Troyes,
nella seconda metà del secolo XII, all’inizio del suo poema su Ivano (Le Chevalier au
Lion), lamentava la decadenza del
concetto di amore:
Quanti
solevano amare acquistavano fama di prodezza, di cortesia, di generosità e d’onore; ma ora Amore non è che una fola.
Dante, poco più di cento anni dopo, affermava con
rimpianto:
le
donne e’ cavalier, li affanni e li agi
che ne ’nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor, son fatti sì
malvagi.
(Purg., XIV, 109-111).
Ariosto nell’Orlando furioso, pur sorridendo
ironicamente di fronte alle contraddizioni dei suoi cavalieri innamorati _ Oh gran
bontà dei cavalieri antiqui! _ lasciava trasparire fin dall’inizio del
poema, la sua profonda nostalgia per l’epoca lontana della cultura
cortese:
Le
donne, i cavalier, l’arme, gli amori
le
cortesie, le audaci imprese io canto.
Lo stesso avviene per noi lettori di fronte alla
figura paradossale di Don Chisciotte della Mancia, allorché sentiamo che
nell’eterno contrasto tra reale e ideale, la nostra risata si appanna di
sincera commozione.
Nell’Ottocento, i poeti romantici riportarono il Medioevo alla ribalta e
gli architetti ornarono di merli e torrette i palazzetti della buona borghesia.
Sui ponti levatoi calati dai poeti romantici risuonarono nuovamente le
cavalcature dei destrieri bardati di tutto punto, mentre il nostro Giosue Carducci
rievocava Jaufré Rudel e il suo impossibile amore per la lontana contessa
Melisenda di Tripoli:
Contessa,
che è mai la vita?
E’
l’ombra di un sogno fuggente
la
favola breve è finita,
il
vero immortale è l’amor.
Oggi, nonostante il realismo spesso brutale dei nostri comportamenti, i
cavalieri valorosi e le loro dame, gli incanti e le magiche pozioni ricompaiono
nei fumetti e nei film che continuano ad affascinare bambini e adulti.
Possediamo circa 2700 composizioni trovadoriche, caratterizzate
da molte e agili formule rimiche. Ci sono le coblas capfinidas, in cui
la parola finale di un verso viene ripresa in quello successivo; le capdenals,
in cui tutti i versi cominciano con la stessa parola; le recordativas (la
stessa parola è ripetuta all’inizio e alla fine del verso, o lo stesso verso,
all’inizio e alla fine della strofa); le retronchadas (si fa la rima con
la stessa parola). Esiste il trobar
plan (chiaro e comprensibile) e il trobar clus (oscuro,
astruso, ermetico).
Scrive Raimbaut d’Aurenga:
Rare,
oscure parole, colorate parole intreccio
pensoso
pensando.
Giraut de Borneil, dopo avere poetato in forme
oscure, aggiunge:
Senso
ricercato
apporta
e dona valore
[…]
Ma
credo proprio
che
nessun canto mai
valga
da principio
quanto
poi quando lo si intende.
I trovatori cantavano le loro canzoni o le facevano
cantare dai giullari, accompagnandosi con strumenti musicali, come il liuto di
origine araba, perché la poesia era inseparabile dalla musica e talvolta la
musica era più bella della poesia. Ci restano 264 melodie di trovatori, 18 solo
di Bernart de Ventadour, di cui si diceva che avea sotilessa et art de
trobar bos mots et gais sons e la cui poesia più famosa è quella che
comincia:
Quan
vei la lauzeta mover
de joy sas alas.
Quando vedo l’allodola mover
le ali per la gioia.
C’erano anche delle donne poetesse, ad esempio la
contessa di Dia, di cui è rimasta una bellissima canzone d’amore per un amore
deluso o rifiutato:
Cantare
mi tocca di ciò che non vorrei,
tanto
rancore ho per colui di cui sono l’amica;
perché
io l’amo più che nessuna cosa al mondo.
Verso
di lui non mi giova mercé né cortesia,
né
la mia bellezza, né il pregio, né il senno:
perché
sono ingannata e tradita
come
dovrei esserlo se non fossi
avvenente.
Dal
punto di vista sociale, i trovatori, secondo alcuni studiosi, (v.
Kolher), appartenevano alla piccola nobiltà senza terra o ad altre classi
sociali che avevano bisogno per la loro sopravvivenza della liberalità, la largueza
del feudatario. In cambio essi crearono un codice cortese, fatto di decoro
e di mesura, che garantiva l’ordine e l’equilibrio, in quanto le
distanze sociali venivano continuamente richiamate. Il midons (signore),
rammentato spesso nel congedo, o tornada della canzone, al posto di midona
(signora), serviva a ribadire il concetto di vassallaggio feudale. Anche il
motivo dell’amore di lontano si riferiva ad un amore represso, proprio
per la distanza sociale esistente tra il trovatore e la dama.
Chissà se erano sinceri o falsi nel dichiarare il
loro amore. Può anche darsi che fosse solo una finzione poetica dettata
dall’opportunismo.
Per i
trovatori l’amore non era pura
sensualità, ma aveva componenti assai più complesse. Questo cambiamento si
avverte già nel primo trovatore Guglielmo di Aquitania, gran signore,
proprietario di un immenso dominio che si estendeva tra i Pirenei e la Loira.
Egli partecipò alle crociate, prima in Oriente, poi in Spagna. Fu uomo di
grandi amori e di grandi vizi, ma l’ispirazione delle sue canzoni, dapprima
ciniche e oscene, cambiò completamente ad un certo punto della sua vita, con
l’introduzione di elementi di serietà e di tutto un sistema di valori completamente
diverso dal precedente. Introdusse ad esempio il motivo del segreto,
indispensabile nelle relazioni amorose, motivo che ritroveremo anche nei nostri
stilnovisti (v. Dante La Vita nova).
Il teorico
dell’amore cortese fu Andrea di Luyères, cappellano della contessa Maria
di Champagne (per questo venne chiamato Andrea Cappellano), che compose nel
1185 un trattato intitolato De Amore. L’amore di cui si parla
è quello extraconiugale, cioè adultero e non riguarda marito e moglie, tra
i quali non può esistere il senso di attesa e di desiderio inappagati. Il
cavaliere deve dimostrare di essere degno di questo amore, mediante un comportamento
improntato ad una grande generosità e nobiltà d’animo. Un tale amore,
praticato con disciplina quasi religiosa, non poteva non essere ricambiato.
Il linguaggio usato era spesso addirittura preso dalla mistica religiosa.
Ti adoro, diceva infatti l’amante
all’amata, (v. Lancillotto che ama la regina Ginevra).
Sono i
secoli in cui fiorisce anche la mistica cristiana: S. Bernardo, S. Vittore e
altri.
I trovatori e il Cristianesimo
Questa
teoria era proprio irriducibile, rispetto al Cristianesimo. Infatti, nel 1277
il trattato De Amore fu condannato e proibito dal vescovo di Parigi. I
trovatori non si accorgevano nemmeno di essere empi, perché confondevano la
forza dell’amore con quella di Dio. Jaufré Rudel affermava:
Dio che fece tutto ciò che viene e va
e creò questo amore di lontano.
L’amore
cortese poteva essere sensuale, terrestre, mondano, ma al tempo stesso
nobilitato, esaltato, purificato quasi misticamente. La donna acquistava un
nuovo valore, perché nella donna si vedeva come un riflesso dello splendore
divino, della sua luce, chiarità, dolcezza. Gli stilnovisti chiamarono angelo la loro donna, per poter
conciliare l’umano e il divino ed eliminarono quanto di troppo carnale era
nella poesia trovadorica. Dante attraversò tutte le varie fasi della
celebrazione dell’amore, prima di arrivare alla sua sacralizzazione, nella Commedia.
Nel corso
del secolo XIII ci fu un grande richiamo all’ortodossia. Divampavano
i roghi in cui si bruciavano gli eretici e le streghe. La terribile crociata
contro gli Albigesi, bandita da Innocenzo III, contribuì sicuramente a devastare
la vivace e raffinata cultura fiorita nella Francia meridionale, anche se
i movimenti culturali possono anche esaurirsi, per un interno esaurimento.
Dalle
biografie dei trovatori (le Vidas), si sa che un terzo dei trovatori finì
la sua vita in convento: Bernard de Ventadour, Bertran del Born, Folchetto di
Marsiglia. Molti, alla fine della loro vita, cantarono la donna divina, la
Madre di Dio, la Donna estela del
mondo. E’ storicamente certo che il culto della Vergine prese nuovo slancio a
partire dal XII secolo, tanto che non sappiamo se fu la poesia mariana ad
essere all’origine della poesia cortese o la poesia cortese ad essere la
precorritrice della poesia mariana.
Fonti della poesia
trovadorica
I critici
si sono affannati a lungo, senza risolvere pienamente il problema, riguardo
alle fonti della poesia trovadorica, arrivata in così breve tempo alla sua
piena maturità. Vi sono sicuramente elementi derivati dalla poesia e dal canto
in latino e in particolare dai componimenti lirici di argomento sacro, inseriti
nella liturgia fin dal secolo IX in Aquitania (i cosiddetti tropi, cioè
invenzioni di versi). Fin dal Cinquecento fu sostenuta anche la tesi
dell’influenza araba e giudaica, tesi che molti fieramente ostacolarono ed avversarono.
Già nel secolo IX troviamo a Bagdad una concezione
estremamente elaborata dell’amore, che ha molti tratti comuni con l’amore
cortese. Gli Arabi, in contatto con l’Oriente bizantino, l’Iran e la
Mesopotamia, erano giunti velocemente ad una sintesi originale di queste
civiltà. Una leggenda dei cavalieri beduini del deserto, della tribù degli
Odriti, sosteneva la preminenza dell’amore casto sull’amore fisico. Il Profeta
aveva detto:
Colui
che ama, ma resta casto,
non rivela il suo segreto e muore, questi muore martire.
Questa
tesi fu sostenuta anche dal poeta Ibn Dawûd di Bagdad, (868-910), teorico
dell’amore puro, cioè della pura bellezza e del desiderio inappagato, il quale
riferisce in questi versi:
Noi siamo restati entrambi questa notte, indietro,
lontano dalle tende,
senza fermarci presso di esse, né raggiungere il
nemico.
E abbiamo passato la notte immobili, mentre cadeva
la sera, e poi
la rugiada, sotto un mantello dello Yemen, pieno di
profumi,
allontanando da noi, al pensiero di Dio, il folle
ardore della giovinezza,
quando i nostri cuori, dentro di noi, cominciavano a
battere,
e siamo ritornati, abbeverati di casto ritegno,
avendo calmato appena
tra le nostre labbra la sete dell’anima.
Ibn Sara di Santarem, arabo andaluso,
(1095-1123), scriveva:
Spesso la mia amica mi ha visitato durante una notte
(nera)
come la sua capigliatura, ed è restata
presso di me fino all’alba
splendente come il suo viso,
Io l’ho avuta come commensale, mentre l’amore odrita
era là
come terzo e il vino faceva assalti al mio spirito
come la pupilla dei suoi occhi.
Io mi sono mostrato casto a suo riguardo come fa un
uomo
nobile nella pienezza delle sue forze: la castità è
un virtù
quando colui che la osserva è in tutta la sua forza.
Tutto ciò faceva certamente parte della cultura
raffinata della Spagna meridionale, dove fiorivano i trattati d’amore che
esaltavano l’amore di lontano e l’eccellenza della castità. Tra i trovatori ritroviamo
questo motivo in Jaufré Rudel, vissuto probabilmente tra il 1130 e il 1170, che
cantò in maniera suggestiva l’amore di lontano:
per voi tutto il cuore mi duole
e non posso trovar
medicina.
Amors de terra lonhdana
per
vos totz lo cors mi dol
e
non puosc trobar meizina.
Nell’ambiente
mozarabico esisteva sicuramente una cultura mista romano-araba, cioè latina e
orientale al tempo stesso, anche se con molte diversità. L’amore arabo è
infatti spesso come l’amore greco a carattere omosessuale, mentre l’amore
cortese è sempre eterosessuale. Inoltre, la donna cantata dagli andalusi non è
la Dama dei trovatori, ma spesso una schiava cantatrice o una danzatrice.
Bibliografia: Henry-Irénée Marrou, I
trovatori, Jaca Book,1983 _ Aurelio Roncaglia, Antologia delle
letterature medievali d’oc e d’oil, Accademia, 1973 _ Eric Kohler, Sociologia della
fin’amor, Liviana, 1976 _ Chrétien de Troyes, Ivano, Mondadori, 1983
_ A. Maria Liborio, Storie di dame e trovatori di Provenza, Bompiani,
1982.
La
Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it