Primo Levi:
la materia e la letteratura 
Un
chimico, esperto in vernici, con un patrimonio immenso di metafore
di Carla Consiglio
Una
serie di quindici racconti, già pubblicati su riviste e giornali, esce da
Einaudi nel 1967, con la firma Damiano Malabaila. Ne è autore
Primo Levi che non si è ancora dimesso dalla SIVA, la società presso cui da
molti anni svolge la sua attività di chimico, esperto in vernici. La scelta
di pubblicare Storie naturali con uno pseudonimo indica chiaramente
che lautore intende proporsi al pubblico e alla critica spogliato del
suo status di chimico, che ha fatto una scelta professionale in direzione
della letteratura che lo attira ormai in modo irreversibile. In Storie
naturali, come nellaltra serie di racconti Vizio di forma
(Einaudi, 1971), Levi fa quindi le sue prove di scrittore non più testimone,
ma inventore di situazioni e personaggi fantastici e nello stesso tempo umani,
protagonisti di episodi talvolta fantascientifici. Lautore, mettendo
a frutto le sue conoscenze ed interessi nei campi, tra loro apparentemente
eterogenei, della chimica, della biologia, delletnologia, della filosofia,
propone una sua visione del mondo, attraverso lindividuazione di errori
commessi da alcuni uomini. Lesercizio della sua professione di chimico,
la sua attitudine allosservazione della materia e quella curiosità per
i dati della realtà umana e sociale che, come dichiarava, lo aveva sostenuto
durante linternamento nel lager di Auschwitz, fanno tuttuno con
lesigenza di una moralità senza uscite e incrinature. Egli dichiara
di dare forma narrativa ad una intuizione puntiforme [
] alla
percezione di una smagliatura nel mondo in cui viviamo, di una falla piccola
e grossa, di un vizio di forma che vanifica ogni altro aspetto
della nostra civiltà e del nostro universo morale. Nellindividuare
la falla e il vizio di forma del mondo, Levi rivela singolari
qualità profetiche ed anticipatrici di temi attualmente oggetto di dibattito:
la censura delle idee e delle opinioni (Censura in Bitinia); la tecnologia
che, se usata impropriamente, può provocare guasti (Il versificatore,
Lordine a buon mercato,
Alcune applicazioni del Mimete, Pieno
impiego, Trattamento di quiescenza); letica nella sperimentazione scientifica
e la violazione della natura (Angelica
farfalla, Lamico delluomo, Versamina, Quaestio
de Cantauris); il tema dellibernazione
(La bella addormentata nel frigo).
I
modi della scrittura di Primo Levi in Storie naturali sono quelli dellironia
e del grottesco, talvolta esasperati; ma non quelli apocalittici e pessimisti
della raccolta
Nei
ventuno racconti de Il sistema periodico (Einaudi, 1975) Levi si riappropria
del suo nome, nella consapevolezza di aver conquistato il diritto ad essere
considerato uno scrittore non più outsider e con la padronanza di uno
stile personale e inconfondibile. In questopera, ventuno elementi della
Tavola di Mendeleev (azoto, carbonio, piombo, nichel ecc.) offrono allautore
lo spunto per narrare eventi e incontri memorabili della sua vita, sullo sfondo
degli anni della prima Guerra mondiale e per proporre, in forma di apologo,
comportamenti ed aspetti della vita. E unopera originale, in cui
la materia, intesa in senso letterale e guardata con locchio dellintenditore
appassionato, acquista una speciale connotazione di leggerezza e diventa musa
ispiratrice di una scrittura che è logica e concreta, ma anche poetica.
Gli
elementi, presenti in natura con modalità diverse, sono portatori di verità
metaforiche che Levi può rilevare, in quanto chimico e in quanto scrittore
che ha elaborato un suo stile. Non cè frattura con il Levi testimone di Auschwitz,
perché un filo comune si riconosce nella sua scrittura: lesigenza di trovare
la verità e di demistificare la menzogna nei comportamenti, applicando lo
sguardo attento del ricercatore scientifico alla realtà umana e a quella della
natura. Cè una contaminazione di spunti autobiografici, di riflessioni morali,
di invenzioni fantascientifiche, di osservazioni antropologiche, mentre fa
le sue prove una lingua in cui le ragioni della verità coincidono con quelle
della scrittura e la descrivibilità poetica coincide con la semplice descrivibilità,
come ha notato Domenico De Robertis.
Nellultimo
episodio, intitolato Carbonio, Levi indica la via della comprensione
del suo operare di scrittore:
Questa
cellula appartiene ad un cervello, e questo è il mio cervello, di me che scrivo,
e la cellula in questione, ed in essa latomo in questione, è addetta al mio
scrivere, in un gigantesco minuscolo gioco che nessuno ha ancora descritto.
E quella che in questo istante, fuori da un labirintico intreccio di sì e
di no, fa sì che la mia mano corra in un certo cammino sulla carta, la segni
in queste volute che sono segni; un doppio scatto, in su e in giù, fra due
livelli di energia guida questa mia mano ad imprimere sulla carta questo punto:
questo.
Levi
realizza ne La chiave a stella (Einaudi, 1978) quello che, a nostro
avviso, rappresenta il suo vero traguardo di scrittore totale. Egli ci presenta
un campione umano, inteso sia nel senso dellesemplarità, sia
del valore o addirittura delleroismo nellagire: Tino Faussone,
un operaio altamente specializzato nel montaggio dei tralicci e ponti di ferro,
chiamato a lavorare in varie parti del mondo. 
Tino
Faussone è un personaggio portatore di un valore, in quegli anni poco riconosciuto
dallintellighenzia del Paese, quello del lavoro per se stesso, come affermazione
della positività e della creatività delloperaio che sfida la propria capacità
di portare a termine, nel modo migliore, ogni opera intrapresa.
Negli
episodi che rendono avvincente, mai noioso, il racconto delle sue avventure
di lavoro, egli riporta sulle avversità del caso o sugli ostacoli frapposti
dagli uomini o dalla natura una vittoria che sancisce la valenza morale del
lavoro ben fatto. E il rapporto delluomo con luniverso materiale
che viene esaltato, perché protagonisti de La chiave a stella, oltre
a Faussone, sono anche la carpenteria metallica, lacqua, la terra, gli
attrezzi, principalmente la chiave a stella. Sul suo rapporto, spesso difficile,
con questo universo, Faussone nellepisodio Tiresia ingaggia una
conversazione con Levi _ che nel romanzo è presenza storica di chimico delle
vernici. Qui Levi, nella veste di Levi, svela ai lettori la differenza tra
il lavoro dello scrittore e quello delloperaio: lo scrittore manca di
strumenti sensibili cui delegare il giudizio sulla qualità della materia scritta,
così che se una pagina non va, se ne accorge chi legge, quando ormai è
troppo tardi.
Ne
La chiave a stella Levi supera i rischi del mestiere di scrittore,
adeguando in modo accentuatamente sperimentale il linguaggio al personaggio
e al suo ambiente. Il frasario di Faussone è contemporaneamente consono alla
sua cultura ed espressivo di un carattere individuale. Questa invenzione,
che pone Levi tra i più notevoli scrittori del secondo dopoguerra, realizza
anche il suo sogno _ dichiarato espressamente in vari articoli, poi raccolti
in Laltrui mestiere (Einaudi, 1985) _ di colmare labisso tra la cultura
scientifica e quella letteraria, di far vedere che tra esse esiste un muto
trascinamento, che scrivere è un produrre, anzi un trasformare. La
sua militanza di chimico gli aveva offerto labitudine a penetrare la materia,
oltre che un patrimonio immenso di metafore, per cui egli si sentiva
autorizzato a rispondere a chi si stupiva del fatto che, chimico, avesse scelto
la via dello scrivere, che egli scriveva perché era un chimico.
Primo Levi: il dovere della memoria
15 marzo 2003
La Repubblica Letteraria Italiana. Lingua e Letteratura Italiana online. www.repubblicaletteraria.it