La situazione economica di Bracco era precaria. Il 5 settembre 1935 confessava a Lucio d’Ambra: Quasi tutto il mio residuale patrimonio consisteva in titoli esteri. Il governo li ha requisiti. Seicento lire di meno al mese quando mi saranno consegnati

Tre lettere di Roberto Bracco

Mio Caro Amico… La lettera d'Autore come genere letterario

Il caso Roberto Bracco 2015
di Fausta Samaritani

Microstoria e macrostoria
Lo storico che spulcia le vecchie carte ha l’opportunità di calarsi in una microstoria con caratteri suoi propri, strettamente legati ad un luogo, a una o più persone, ad un particolare evento. Egli può far in modo che questa microstoria esca dalla marginalità di una raccolta isolata di documenti e si confronti in termini concreti con la macrostoria, che è fatta di alta politica, di guerre, di rivoluzioni. La documentazione conservata negli archivi è sempre specchio della società che ha prodotto questi particolari residui cartacei: relazioni tra persone, azioni che hanno ricadute sugli altri si ricostruiscono incrociando e raffrontando documenti depositati in fascicoli, anche in archivi diversi. Secondo il parere di Roger Chartier, la ricerca incentrata su una microstoria è l’unica che permetta di cogliere: «sans réduction déterministe, les relations entre systèmes de croyances, de valeurs et de représentations d’un côté et appartenances sociales d’un autre.» La microstoria impone di continuo la rilettura attenta di interi capitoli di macrostoria; sembra che, osservati in campo lungo, cioè visti da un punto periferico, da un particolare accadimento, i grandi eventi, i grandi temi della storia siano più comprensibili, meno astratti e che d’altra parte la microstoria, uscendo da circostanze marginali e locali, assuma caratteri sempre più generali, di livello storico superiore.
Prendiamo in considerazione tre lettere, custodite in un fascicolo, depositato in un pubblico archivio: è la nostra finestra su una microstoria legata alla storia della letteratura. Poiché fanno parte di un fascicolo omogeneo, non avrebbe senso pubblicarle senza fare ampio riferimento alle altre carte contigue: la nuda estrapolazione da un contesto organico, in cui una lettera è stata custodita, è uno dei limiti di certi carteggi che vengono pubblicati e spesso le note non compensano le fratture, perché non creano l’indispensabile dentello di dati sensibili, aperti all’ambiente circostante.

Lettera e materia letteraria
Che valore dobbiamo attribuire ad una vera lettera, pubblica o privata, che nelle intenzioni dell’autore poteva o doveva essere effettivamente recapitata, quando in calce c’è la firma di una persona comunemente accettata nella nostra repubblica letteraria? Si tratta di semplice comunicazione, oppure di letteratura? È solo un documento o una creazione d’artista? è un messaggio o fa parte dell’opera omnia del suo Autore, con lo stesso diritto di cittadinanza delle altre opere? Tutt’altra considerazione abbiamo per un epistolario fittizio, quando rappresenta l’ossatura di grandi opere letterarie, come l’Ortis: il valore letterario, qui, non si discute.
Le lettere, i biglietti, i fogli sparsi di un diario, una raccolta disomogenea di pensieri fanno parte di un genere letterario che possiamo dire “frammentato”, o “non finito”, o “poco controllato”, in opposizione ad un’opera letteraria compiuta, come un romanzo o un poema, creati con una vera architettura e le cui parti sono scandite secondo un preciso equilibrio formale. Quando questa forma di scrittura, continuamente interrotta, acquista una sua interna armonia, entra a buon diritto nella storia della letteratura. Il dubbio sulla complessiva validità letteraria rimane, quando l’epistolario non viene raccolto dal suo autore. E la singola lettera? E una lettera che sia frutto di lunghe e passionali riscritture, fino alla perfezione del linguaggio, che valore ha? Frammentato poco controllato e non finito, oppure controllato compattato e finito? E i suoi avanzi, i ritagli, le varianti, gli scorci, i residui, i brani che valore hanno? Storico, documentario, immaturo, marginale? Sono elementi di formazione ed è “utile” segnalarli in nota o sono parte essenziale di un progetto arrivato, e a volte non arrivato a maturazione?

Tipi di lettera
Un genere tanto polimorfo come la lettera, questa comunicazione a distanza, a volte sofferta e a volte effimera e fugace, non si presta ad una esatta classificazione: è il parere di Gino Tellini, che lo espone nella introduzione ad una recente pubblicazione da lui curata. Eppure, secondo Tellini, si possono individuare alcuni filoni: le lettere officiali, di raccomandazione, di domanda, di ufficio, diplomatiche, commerciali, dedicatorie, le istanze, le esortazioni, i verbali, gli elenchi ecc. fanno parte di una unica grande categoria; le lettere familiari invece, intime, officiose, i ricordi di viaggio, le epistole didascaliche, narrative, di discussione letteraria, i carteggi confidenziali, le curiosità, le confessioni d’amore, le notizie sulla propria e altrui salute, le riflessioni private su politica e affari appartengono ad una diversa categoria. Ci sono lettere renitenti per motivi particolari, come la censura; ci sono lettere dall’esilio e dal carcere; lettere di discussione filosofica e con giudizi letterari; ci sono bozze e frammenti, ciarle e ritratti d’autore, lettere erotiche, allusive, cifrate. Una riflessione sul supporto: carta da lettere, cartolina, biglietto e telegramma condizionano il messaggio e ne determinano la lunghezza, il frasario, il modo di comunicare. E’ in costante aumento l’interesse su questo genere letterario, rara è tuttavia la pubblicazione di interi carteggi, soprattutto di quelli d’amore.

Quando la corrispondenza racconta una storia vera
Tre lettere: un uomo, una donna: una storia. Sullo sfondo, molti comprimari. Non sono lettere d’amore. Estrapolate da un fascicolo d’archivio che ne contiene altre, insieme a documenti, a pro-memoria, a copie di telegrammi, queste carte rappresentano l’essenza della nostra microstoria.
Ha scritto Gérard Genette: «Nell’epitesto privato [l’autore] si rivolge inizialmente a un confidente reale, percepito in quanto tale, la cui personalità è così importante in questa comunicazione, da caratterizzarne la forma e il tono. […] L’autore ha un’idea precisa (particolare) di ciò che vuole dire sulla sua opera a un determinato corrispondente particolare, un messaggio che può al limite avere un valore o un significato solo per quest’ultimo; egli ha un’idea molto più vaga, talvolta noncurante, circa la pertinenza di questo messaggio per un pubblico futuro, e reciprocamente il lettore di una corrispondenza è del tutto naturalmente portato a far “parte delle cose”.»

La prima lettera
Composta di quattro fogli scritti a lapis e con frequenti sottolineature della stessa mano, la prima lettera appartiene al genere dell’epitesto privato. La grafia incerta, i caratteri grandi tradiscono una persona anziana, sofferente e con qualche problema di vista. Questa lettera ha accompagnato un libro, sul quale Roberto Bracco aveva probabilmente appuntato alcune modifiche al suo dramma La Piccola fonte.

Roberto Bracco a Emma Grammatica
[Pozzuoli ?, primi di novembre 1936]
«Emma carissima, la telefonata del tuo amministratore o segretario che chiedeva di me mi ha fatto ben capire che tu ignori le mie condizioni di salute. Io sono inchiodato a letto da un male atroce. Sono già tre mesi che io soffro tormenti che forse neanche Cristo ha conosciuti nelle sue tre ore d’agonia. Adesso, sto un po’ meglio. La febbre alta è stata vinta da rimedi pazienti e violentissimi. Ma non posso sperare nella guarigione. Il male che mi [ha] azzannato non è un male veramente guaribile.
Qualche amico e la mia Laura che legge qualche giornale mi avevano detto che tu avresti rappresentata per la serata d’addio la mia povera decrepita Piccola fonte. Io avevo esultato! Un onore grande essere interpretato da Emma Grammatica nel maggior fulgore della sua gloria!… E anche un ausilio finanziario, di cui non posso, ahimè, non tener conto. Per le mie cure ho bisogno d’un fiume di quattrini. E c’è anche per giunta la malattia di Laura!… Ti giuro che le lotte di questa mia estrema vecchiaia sono tremende!
La richiesta d’un libro di La Piccola fonte mi ha intontito! (Come farà Benassi che non l’ha mai recitata?)
Intanto, le poche copie residuali sono presso il mio nuovo Editore, che va pubblicando la mia opera omnia. Per fortuna ho potuto rimediare. La Piccola fonte è nel volume di cose mie che Matilde Serao volle compilare per le fanciulle: Col permesso del babbo. E’ la migliore edizione, ma nulla vi è mutato. C’è la correzione di qualche frase, di qualche parola. Il suggeritore potrà adottare o no la correzione, di piccolissima importanza.
Lo scrivere queste poche parole mi ha tanto stancato.
Non ho modo di muovermi.
Con infinita tenerezza e devozione e riconoscenza t’abbraccio. Laura ti bacia le mani.
Roberto »

La Piccola fonte era stata rappresentata per la prima volta a febbraio 1905, al Manzoni di Milano, con Emma Grammatica nella parte della protagonista. E’ la storia di Teresa, umile moglie di Stefano, un poeta vanitoso e cinico che, invasato dall’idea di essere un genio, va in cerca di avventure di classe. Valentino, un gobbo che gli fa da segretario, assiste alle angherie di Stefano contro Teresa che trova qualche conforto nella simpatia della povera gente, mentre la sua mente a tratti è attraversata dalla follia. Il dramma si chiude con l’urlo di Valentino che vede Teresa tendere le braccia al mare, mentre Stefano riconosce alfine che la moglie era la fonte unica della sua opera poetica.
La situazione economica di Bracco era precaria. Il 5 settembre 1935 confessava a Lucio d’Ambra: «Quasi tutto il mio residuale patrimonio consisteva in titoli esteri. Il governo li ha requisiti. Seicento lire di meno al mese quando mi saranno consegnati certi buoni in cambio dei titoli esteri. Ho bisogno d’un po’ di lavoro – dunque – per il mio bilancio rovinato.» Il 9 settembre, dopo aver comunicato notizie disastrose sul suo stato di salute egli aggiungeva, con tono di grande melanconia: «Il problema finanziario, sì, si fa ogni giorno più grave. Ma se il mio male si decide a farmi sparire, le grosse spese cesseranno, e quel che rimane del frutto della mia onestà e della mia (non abbondante) attività di giornalista e di artista basterà alla mia Laura abituata a una vita molto modesta.»

La seconda lettera
Questa missiva accompagnava la trasmissione immediata della precedente lettera ad un altro destinatario – circostanza non prevista da Roberto Bracco. E’ composta di tre fogli con il logo e l’intestazione del Grand Hotel de Londres di Napoli. Frequenti sottolineature, in matita blu, posteriori e d’altra mano (probabilmente di Dino Alfieri) non sono state evidenziate in questa sede.

Emma Grammatica a Dino Alfieri
«5 nov. ’36-XV
Eccellenza – permetta che io mi rivolga a Lei Ministro e a lei amico quale la ricordo – gentile – di cuore. Le accludo una lettera ricevuta stasera da Roberto Bracco. Da questa Ella comprenderà. Ma una volta io mi feci coraggio e andai personalmente dal Duce nostro a parlare di lui e avevo ottenuto da Lui parole e assicurazioni di infinita bontà – ma purtroppo allora – il lavoro di Bracco “I pazzi”, da me rappresentato a Roma – diede luogo a incomprensioni penosissime per il povero Bracco e per me che ne sopportai dure conseguenze. Da allora né avevo più rappresentato nulla di Bracco – né oserei più riparlarne al Duce. Oso parlarne a Lei – uomo di cuore – perché la situazione di Bracco è grave, come Ella vede. Io farò quanto posso, ma il mio aiuto è ben poco: se Ella potesse trovare un modo pietoso per alleviare la vita che si spegne di quest’uomo di ingegno che ha avuto gravi torti ma non ha mai fatto nulla di male e se non ha tentato nulla per riparare i suoi errori non è stato per orgoglio ma per dignitoso riserbo, temendo di essere mal giudicato. Perdoni se l’ho importunata e se mi sono permessa di scriverle questa lettera confidenziale.
Mi abbia sua
Emma Grammatica»

Sulla prima pagina, di traverso e a matita blu, sono state aggiunte queste parole: «Il Duce dispone d’urgenza 10mila». E in alto, a lapis: «per esistenza a Roberto Bracco» e «per espresso Lunedì».
Nello stesso fascicolo, ma anche in altri fascicoli conservati nello stesso Fondo dell’Archivio, ci sono alcuni documenti sulla sfortunata rappresentazione de I Pazzi di Bracco, a Napoli, nel 1929: delirio di pubblico alla prima serata, con 33 chiamate al palcoscenico, commenti favorevoli sui giornali (quattro colonne su “Il Mattino”, titolo su cinque colonne su “Il Mezzogiorno”); fischi di un gruppo di fascisti alla prima replica; pubblico scarso ma composto alla seconda replica. Da allora, in Italia, il teatro di Bracco non era più andato in scena, per mancanza del necessario nulla osta da parte delle preposte autorità.
I Pazzi erano stati pubblicati nel 1922, prima dell’ascesa al potere di Mussolini. In questo dramma le creature sono “incomplete” e aspirano ad elevarsi; mentre si sforzano a trovare una qualche via d’uscita dalla loro angoscia, si smarriscono sempre più. Bracco, che considerava questo dramma il suo capolavoro, era stato accusato di “pirandellissismo” e definito “l’autore dei pazzi”; ma a queste interpretazioni grossolane aveva reagito con vigore, dimostrando che gran parte suo teatro era stato scritto quando quello di Pirandello era in mente Dei: semmai, era stato il drammaturgo napoletano ad influenzare quello siciliano. Alcuni personaggi di Bracco vivono nella sofferenza, ma la loro penosa condizione è sempre riferibile a fatti concreti; mentre quelli di Pirandello riducono la vita stessa a problema. Roberto Bracco scrisse il 25 settembre 1925 queste amarissime parole al critico Luigi M. Personè: «Non posso fare altrimenti per difendere un’opera che, lo confesso, ancora mi sta a cuore, I Pazzi, da un’opinione la quale non è un’accusa – ed è, anzi, deferentissima e lusinghiera – ma giustifica, in un certo modo, quell’accusa, infame che colpì quest’opera mia e mi disorientò fino al punto d’indurmi a rinunziare per sempre al teatro e a gettare alle fiamme (tre amici miei ne furono testimoni) due lavori scenici quasi compiuti, che avevo in serbo. Quell’accusa sorgeva da circostanze che non avevano nulla in comune con l’Arte […] e trovava un terreno propizio in altre circostanze determinate dall’industrialismo e dal vento iconoclastico che hanno messo a soqquadro il mondo intellettuale italiano parallelamente… al fascismo da cui è stato capovolto il mondo morale.»
Segno dei tempi, questa velenosa lettera anonima contro Bracco, datata Napoli 24 gennaio 1926, fu spedita a Mussolini, insieme all’articolo Io e gli altri. Il Genio in anticamera, firmato “Boby” (pseudonimo di Roberto Bracco) e pubblicato sul “Roma della domenica”: «Questa prosa arruffata slegata è di Roberto Bracco che aspira all’immortalità dell’Accademia, e – pertanto – sta a Roma e – come al solito spruzza fiele e veleno da tutti i pori.»
Diamo un passo di quell’articolo di Bracco “incriminato”: «Oggi come oggi, Aragno, è pur anco l’anticamera d’un fatto compiuto. L’anticamera dell’immortale Accademia d’Italia. Il novello pascolo del novello gregge a trentamila lire annue per capitale. Prima della “Farmacia” montecitorina; prima della Galleria dei busti o de’ passi perduti (ove il tempo perduto, qualche volta, non è perduto invano); prima dell’atrio parlamentare; prima ancor dell’anticamere dei nostri ministri segretari di Stato, prima di tutto ciò importa conquistare l’anticamera Aragno.»
Nel 1924 Giovanni Amendola aveva invitato Roberto Bracco a presentarsi alle elezioni, nella lista d’Opposizione Democratica e Bracco aveva accettato, giustificando il suo consenso con la necessità che ci fosse anche una opposizione. Squadristi scalmanati avevano allora invaso la sua casa e dato alle fiamme le sue carte sulla pubblica piazza, distruggendo l’unica bozza esistente del nuovo dramma La Verità. Bracco si era ritirato nel silenzio del suo studio. Negli ultimi mesi tuttavia, nel tentativo di superare l’isolamento cui il fascismo l’aveva condannato, aveva mandato timidi cenni di presenza.
Il 24 giugno 1936 Libero Bovio, calcando la mano su una presunta “conversione” di Bracco, aveva scritto a Cornelio Di Marzio, Segretario Generale della Confederazione Nazionale Fascista Professionisti ed Artisti: «Bracco è quasi ottantenne, è malato di cuore, i suoi giorni sono contati. In queste condizioni egli fa domanda di appartenere al Sindacato degli Scrittori Napoletani. E’ un grande gesto che rivela una grande anima. Ho visto piangere di gioia Bracco all’indomani della Vittoria, poi gli ho sentito esclamare queste semplici e profonde parole: “La colpa è mia: non avevo capito”. Questa domanda è sacra, perché è firmata da un vecchio che nulla ha da chiedere e da sperare e travisarne il significato sarebbe piccolezza che non ci appartiene. La invio a te con infinita commozione, perché so di compiere in questo momento tutto il mio dovere di fascista. Forse l’onesta conversione di questo nobile vecchio non dispiacerà al grande Poeta della più poetica rivoluzione.»
Prese una netta posizione a favore di Bracco anche il presidente della S.I.A.E., senatore Emilio Bodrero, il quale scrisse ad Osvaldo Sebastiani, il segretario del Duce, chiedendo l’erogazione di un sussidio a favore del drammaturgo napoletano, viste le sue condizioni precarie, economiche e di salute. Mussolini dunque autorizzò, anche perché con l’autarchia si sentiva assoluto bisogno di mettere in cartellone teatro italiano contemporaneo e di eccellente qualità.

La terza lettera
Due fogli, con frequenti sottolineature a matita blu che sono posteriori e d’altra mano, compongono al terza lettera. La grafia di Bracco è più controllata e sicura, rispetto a quella della precedente missiva.

Roberto Bracco a Dino Alfieri
«Napoli, Via Crispi 116
Li 9 gennaio 1937 – XV
A S. E. Dino Alfieri Ministro della Stampa e della Propaganda
Roma
Eccellenza,
per una serie di circostanze che sarebbe qui inutile precisare, mi è pervenuto con molto ritardo lo chèque di Lire diecimila da lei inviatomi. Mi perdoni, dunque, se con molto ritardo io faccio pervenire a Vostra Eccellenza l’espressione dell’animo mio.
Una profonda e benefica commozione ha prodotto in me l’atto generoso da Lei compiuto con eleganza di gran signore e con una squisita riservatezza, in cui ho sentito la bontà e la comprensione di chi amorosamente e validamente vigila le sorti della famiglia artistica italiana.
Ma la commozione profonda e benefica non deve far tacere la mia coscienza di galantuomo, la quale mi avverte che quel danaro non mi spetta.
Come mi permisi di scriverLe affinché non raccogliesse le voci allarmanti che corrono sulle mie condizioni finanziarie, io posso affrontare con tranquillità le spese, non lievi cui mi costringe il mio male, ahimè, inguaribile. Chi sa quante imprese d’arte non fortunate potrebbero giovarsi del bel sussidio di diecimila Lire! Chi sa quanti autori, quanti artisti, vecchi o giovani, veramente bisognosi, potrebbero trarre da un tal sussidio una qualche nuova energia.
Mi sembra ch’io non abbia da aggiungere altro. Ho già nel cuore la lieta certezza dell’adesione alla quale anelo.
La nostra grande Emma Grammatica, che è stata il prezioso tramite della generosità di Vostra Eccellenza, mi ha fatto l’onore di assumere il delicato incarico della doverosa restituzione.
E accetti, Eccellenza, insieme con i miei omaggi, l’assicurazione della mia cordialissima gratitudine d’oggi e di domani.
Devotamente
Roberto Bracco »

Non poteva certo sfuggire a Dino Alfieri il tono troppo cerimonioso, quasi venato di ironia, della lettera di Bracco; ma il drammaturgo aveva saputo anche scindere la persona del ministro dal regime che rappresentava e i cui sistemi il drammaturgo napoletano non condivideva: mostrava quindi rispetto per il lavoro e per la personalità del singolo ministro, indipendentemente dal sistema entro cui svolgeva le sue funzioni. Era un antifascismo non strettamente ideologico, aprioristico e astratto, ma dettato da considerazioni pratiche su rapporti reali tra cittadini e istituzioni. Forse questo era il motivo per cui Bracco, nelle alte sfere non era più considerato un nemico da condannare, bensì il portatore di una devianza non grave, recuperabile con i buoni uffici di una cara amica che aveva rapporti col sistema.
Quel sussidio straordinario di 10 mila lire era una cifra enorme, per quei tempi, tanto più che in circostanze simili di solito si autorizzava un esborso di 300-500 lire. L’erogazione di cifre contenute aveva lo scopo di indurre il beneficiario, dopo pochi mesi, alla umiliazione di una nuova richiesta Si decise dunque di consegnare il sussidio a Bracco attraverso Emma Grammatica che garantì di portare a termine, con grande tatto, la delicata operazione. Nel fascicolo d’archivio si conserva sia la regolare ricevuta dell’assegno, sia la sua restituzione: i due documenti sono firmati dalla Grammatica.
Bracco aveva scritto a Lucio d’Ambra il 26 dicembre 1937: «Ho fatto chiedere al Capo del Governo se sia permesso di ridurre per la cinematografia opere mie. Il Capo del Governo ha risposto: Sì. Io ne sono contento. E lodo il Capo del Governo. Ma, scusa, Lucio caro, perché avrebbe dovuto rispondere: No? […] Tutti… volete fare passi risolutivi affinché Starace tolga al Dopolavoro il divieto di rappresentare le mie cose. Sono certo che la proposta è venuta da te, e non dubito che Marinetti – alla testa di tutti come tu mi scrivi – abbia accettato e caldeggiato la proposta.» Pochi giorni più tardi, su proposta di Marinetti fu offerto a Bracco un forte sussidio dalla Cassa del Sindacato Centrale. Grato per «l’idea graziosa e generosa» avuta dai colleghi, il 13 gennaio 1938 Bracco scriveva Lucio d’Ambra: «E avete avuto un dubbio delicato: “Le accetterà Bracco o non le accetterà, visto che, cortesissimamente e con parole di riconoscenza rifiutò il forte sussidio del Ministero della Propaganda?” Rispondo. Dai miei compagni di lavoro, dai miei compagni d’arte sarei stato pronto ad accettare qualunque conforto, qualunque sussidio, qualunque dono. Ma l’anno passato, per un telegramma doveroso e affettuoso che feci a un congressino d’autori furono dette di me, anche in alcuni giornali, le cose più strane, le cose più assurde e, implicitamente più offensive che si potevano dire. La mia accettazione del dono offertomi dal Sindacato Centrale, con alla testa Marinetti, sarebbe necessariamente strombazzata da tutti i giornali d’Italia, se ne inventerebbero sul conto mio di tutti i colori.» Bracco confidava poi di aver accettato l’assegno, ma desiderava donare una pari somma in beneficenza. Si chiedeva tuttavia come questa decisione sarebbe stata interpretata.
Roberto Bracco è morto a Sorrento il 20 aprile 1943. Aveva 81 anni.
Maggiore attenzione si dovrebbe dare alla corrispondenza dei grandi uomini di spettacolo, soprattutto quando manca o è carente la documentazione sonora e visiva. Di queste lettere si dovrebbe analizzare la struttura, ma anche il segno grafico, evidenziando le sottolineature, le pause, la distanza tra le parole: contengono informazioni preziose sulla psiche e sull’universo poetico di un Autore, e talvolta sono anche una straordinaria ed inaspettata lezione di teatro.

Fausta Samaritani

Guida Bibliografica
(in ordine cronologico)

M. Gastaldi, Una coscienza. Roberto Bracco con 15 lettere inedite, Milano, 1945, pp. 39-77.
M. Spaziani, Con Gégé Primoli nella Roma bizantina, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1962, pp. 261-265 e passim.
U. Galeotta, Roberto Bracco. Con lettere di Bracco a Galeotta, Napoli, Arti Grafiche Ardenza, 1967.
P. Iaccio, Un caso editoriale degli anni del fascismo: Mondadori-Bracco, in «Padania», a. VI (1992), n. 11, pp. 149-164.
F. Samaritani, Due lettere di Roberto Bracco e Luigi Albertini, in La Repubblica Letteraria 2002, a cura di F. Samaritani, Cd-Rom, Roma, repubblicaletteraria.net, 2003, file RobertoBracco_lettere.html.
A. Di Nallo, Roberto Bracco e la società teatrale fra Ottocento e Novecento, Lanciano, Carabba, 2003.

Questo testo, presentato al Congresso Nazionale dell'ADI, Macerata 24-27 settembre 2003, è stato pubblicato negli Atti del Congresso, dal titolo: Le forme del narrare, a cura di Simona Costa, Marco Dondero, Laura Melosi, Polistampa, 2004, vol. I, pp. 521-531. Si ripubblica qui, privo di note, ma con bibliografia.

Riccardo Bacchelli a Pestum Lettere di Roberto Bracco a Luigi Albertini

29 novembre 2015