Lighea ambigua, spirituale e carnale
2001
di Tina Borgogni Incoccia
Il
racconto La sirena
di Giuseppe Tomasi di Lampedusa fu pubblicato
da Feltrinelli nel 1961. Il titolo Lighea, ripreso dal nome del personaggio
mitologico rappresentato, fu dato dalla moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
morto tre anni prima. L’autore aveva scritto La sirena negli
ultimi mesi della sua vita, quando già sapeva di essere gravemente malato,
quindi Lighea
è quasi una estrema comunicazione della propria visione del mondo.
La
lunga narrazione è formata da due racconti, uno inserito nell’altro:
un racconto cornice e un racconto quadro. Quello di secondo livello ha carattere
fantastico, descrive cioè una situazione che sfugge alle norme riconosciute
e codificate dalla ragione: l’amore tra un uomo e una sirena. Sia l’uno
sia l’altro racconto si riferiscono ad un tempo passato: più recente
il primo (1938), più lontano il secondo (1887).
Il primo segmento narrativo ci dà subito le coordinate
spazio-temporali della storia e alcuni tratti psicologici del personaggio
narrante, che è un giovane redattore, unico discendente di una grande famiglia
siciliana: i Corbera di Salina.
Nel tardo autunno di quell’anno 1938 mi trovavo
in piena crisi di misantropia. Risiedevo a Torino e la “tota”
nunero 1, frugando nelle mie tasche alla ricerca di qualche biglietto
da cinquanta lire…
Si tratta di un registro linguistico disinvolto e
vivace, con alcuni termini dialettali che introducono una nota realistica,
in un contesto, per altro, letterariamente controllato.
Nella successiva sequenza, l’equilibrio iniziale
viene rotto da un fortunato incidente, cioè l’incontro in un
caffè di Torino con un vecchio professore siciliano. L’intreccio procede
quindi lentamente, abbracciando un periodo di circa cinque mesi, dal tardo
autunno alla primavera del 1939, durante il quale viene rappresentato il lento
passaggio da una prima latente ostilità tra il giovane e il vecchio, ad una
situazione di reciproca cordialità che ha per sfondo l’evocazione della
Sicilia, cioè il loro punto comune di riferimento.
L’autore sottolinea le opposizioni stridenti
tra i due personaggi: da un lato un giovane elegante, galante, di nobile famiglia;
dall’altro un vecchio professore scontroso, di origini modeste, che
si presenta con tratti repellenti:
Infagottato in un vecchio cappotto, con un colletto
spelacchiato di astrakan, […] sputa sempre […] ha
bruttissime mani […] con le unghie non sempre pulite […]
E’ però un uomo coltissimo, il più illustre
ellenista esistente, dotato di parola affascinante:
aveva una voce quanto mai coltivata, l’accento
impeccabile […] una
voce stranamente musicale.
Il vecchio professore manifesta inoltre una sapienza
quasi negromantica, parla di rivelazioni, fa allusioni misteriose, mentre
rivela una cultura classica non limitata a pura erudizione, ma ricca di una
passione quasi carnale. Viene così anticipato un lato magico che diverrà esplicito
nel successivo racconto fantastico. Avviene che il giovane ne risulti affascinato
e turbato, cosicché i loro incontri e i pasti consumati insieme sembrano scandire un graduale processo
rituale, una specie di iniziazione.
Il discorso del professore evidenzia anche il contrasto
tra una città del nord come Torino, con il suo caffè di via Po, Erebo spettrale,
Ade popolato di larve, con i suoi casermoni allineati in rigide geometrie,
o il mare di Liguria con le sue fredde scogliere, e la Sicilia lontana, la
Sicilia divina dove hanno soggiornato gli Dei, con il suo mare colore
dei pavoni, con i “rizzi” dalle cartilagini sanguigne,
quasi simulacri di organi femminili. La Sicilia viene descritta con un
linguaggio sensuale, con metafore quasi erotiche che preparano il passaggio
dalla espressione figurata a quella reale, cioè all’avventura sessuale,
fantastica, narrata successivamente.
Il
professore racconta dunque di se stesso giovane, che in una estate siciliana
infernalmente torrida, mentre prepara un tremendo concorso per la cattedra
universitaria di Letteratura greca, stravolto dalla fatica, quasi sull’orlo
della pazzia, trova finalmente pace in una casetta solitaria, in riva al mare,
dove raggiunge uno stato di incantazione che lo predispone al prodigio.
La grande calura della piena estate evoca i demoni meridiani, così come la
mezzanotte è l’ora ideale per i fantasmi. Mentre il giovane declama
i versi degli antichi poeti e i nomi di quegli Dei dimenticati sfiorano
di nuovo la superficie del mare, il prodigio si compie e appare una sirena.
Mi
voltai e la vidi […] il
volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare. […] Sono Lighea,
sono figlia di Calliope. […] Mi piaci, prendimi.
Chi racconta è il professore, ma la convalida viene
dal primo narratore che interviene a garantire la verità dell’avventura.
Il giovane ha ormai concluso il suo processo iniziatico e sa compiere una
sintesi tra sensi e ragione, tra natura e cultura.
Mai un istante ebbi il sospetto che mi si raccontassero
delle frottole.
Anche nel racconto di secondo livello il tema della
voce è dominante. Infatti il maggior sortilegio di Lighea è proprio quello
operato dal suono della sua voce:
un po’ gutturale, velata, risonante di armonici
innumerevoli. […] Il
suo parlare era di un’immediatezza potente che ho ritrovato soltanto
in pochi grandi poeti.
Nella sua analisi dei racconti fantastici, lo studioso
Tsvetan Todorov, oltre ad evidenziarne le caratteristiche strutturali comuni,
li divide in due categorie, relativamente alla presenza o meno di una delle
due tematiche che egli chiama dell’io e del tu. Il nostro
racconto sembra appartenere alla seconda categoria, per la presenza dell’elemento
sessuale e il richiamo al sangue, simbolo di vitalità attiva. Con i suoi bianchi
dentini aguzzi, Lighea strazia la carne viva dei pesci argentati, rigandosi
il mento di sangue, maculando 1’acqua di rosso. I temi del tu
implicherebbero un desiderio di azione sul mondo circostante, quindi il “discorso”
assume in essi una grande importanza, perché attraverso il linguaggio ci mettiamo
in relazione con gli altri. La voce di Lighea ha infatti giocato una parte
importante nella seduzione.
Basilio Reale, nella sua analisi psicanalitica del
racconto, dice che la presenza della sirena esprimerebbe la pulsione inconscia
del desiderio sessuale, fino al superamento nevrotico del limite, cioè fino
alla trasgressione. Lighea è infatti creatura
ambigua, spirituale ed istintiva al tempo stesso, ragazzina seduttrice e anche
madre saggia, donna. Con i tratti fallici della coda di pesce è insieme bestiale
e divina. E’ ambigua perché forse reca ancora i segni della indistinzione
che era all’origine della vita ed evoca paradisi perduti. Un tema compresente
con la sessualità è anche la morte, come superamento del limite per il ricongiungimento
alle origini della vita.
Quando agosto finisce, la sirena torna sotto gli
altissimi monti di acque immote e oscure.
Ricorda, quando sarai stanco, quando non ne potrai
proprio più, non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre
lì e la tua sete di sonno sarà saziata.
Con
una brusca emersione nel presente narrativo, il discorso riprende per concludere
il racconto di primo livello. Il narratore comunica brevemente che il professore,
recatosi a Lisbona per un congresso, è caduto in mare durante la notte. In
tal modo si crea un motivo di stretta interrelazione tra le due narrazioni.
Con un richiamo intertestuale tra le opere dello
stesso autore, possiamo ricordare la morte del principe di Salina ne Il Gattopardo, allorché la morte appare al principe come una bellissima donna e l’episodio
si chiude con la frase: quindi si placò il fragore del mare, con un
identico richiamo all’acqua, elemento primigenio materno.
Per la contestualizzazione storico-culturale del
tempo di avventura, osserviamo che il richiamo al Fascismo, al Minculpop,
nella prima parte del racconto, lascia chiaramente intendere il punto di vista
dell’autore a questo riguardo; ma anche la Liberazione dopo la seconda
Guerra mondiale, a cui il narratore accenna nel finale, appare in una luce
piuttosto ambigua. Gli apparecchi dell’incursione aerea su Palermo vengono
chiamati ironicamente liberators, mentre distruggono i segni della
antica civiltà.
Riguardo al tempo di scrittura (1957), il testo è
anche segno del clima politico-culturale di delusione e di stanchezza che
andava delineandosi a neorealismo ormai concluso, in particolare in Sicilia.
La figura di Lighea rimanda al mito classico, ma
anche a leggende orientali e nordiche. Un nuovo interesse per la mitologia,
dal punto di vista psicanalitico, si diffuse dopo la pubblicazione, nel 1940,
dell’opera di Jung e Kereny che Tomasi di Lampedusa sicuramente conosceva.
Tina
Borgogni Incoccia
Todorov,
La letteratura fantastica Milano, Garzanti
B.
Reale, Sirene siciliane Palermo, Sellerio
C. Jung e Kereny Prolegomeni allo studio scientifico
della mitologia Torino, Boringhieri, 1940
Il fantastico in Guido
Buzzelli e I
doni fatali delle sirene
La Repubblica Letteraria Italiana.
Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it