Non si vuole, non si lascia
chiudere o definire in correnti e mode, Tommaso Landolfi che, ai limiti della
nevrosi e della patologia, ha vissuto la vita in nichilistica disperazione,
come in un'assurda partita col tempo, o per meglio dire con la morte che si
annuncia e si materializza di volta in volta in spasmodico desiderio di annullamento.
Nelle opere più scopertamente autobiografiche _ i tre diari _ scritte
per igiene mentale e per salvezza (è evidente il calco di
Italo Svevo) si allentano, almeno
sembra, i freni inibitori e l'uomo lascia credere alla possibilità
di manifestare ciò che nasconde nel subconscio.
Nelle pagine diaristiche di La bière du pêcheur (1953),
Rien va (1963), Des mois (1967) osserviamo come si evolvono
e mutano i temi giovanili e puntualizziamo la sua visione esistenziale, con
particolare attenzione alle idee centrali del tempo e dello spazio_ gli esecrabili
collari del tempo e dello spazio, sole divinità padrone del mondo,
per rubare i versi a Filippo Tommaso Marinetti.
Nei tre titoli si scorge già la consapevole volontà dell'autore
di offrire un'immagine doppia di interpretazione di gioco linguistico, come
egli steso spiega, per aiutare e beffare ad un tempo quei critici che lo avevano
accusato di essere incomprensibile. In occasione di un suo tristo viaggio
a Parigi ricorda come interpretasse l'insegna in stampatello BIERE
DU PECHEUR nel senso di bara del peccatore, anziché, correttamente,
di birra del pescatore. In Rien va, al fatto che qualcosa
non vada, in lui e per lui, nella vita, Tommaso Landolfi ammicca fin l'errore
grammaticale del titolo. Anche per la terza opera, il titolo offre due possibilità
di interpretazione, in base alla pronuncia: cioè dei mesi,
o di me.
Il funambolismo e la fumisteria, come è facile constatare, sono dunque,
contemporaneamente, un avviso per il lettore distratto a ricordare di essere
in presenza di elementi di segnaletica psicologica e le spie di una voluttà
di mascherarsi, civettando e creando, fin dalle prime parole, un'ambigua complicità
con il mondo esterno. L'egotismo esasperato di Tommaso
Landolfi, anche quando si chiude a riccio nelle tortuosità del
raziocinare, chiede un pubblico non del tutto passivo, anche perché
egli sa che ogni gioco, per quanto assurdo e crudele, deve avere regole a
cui fare riferimento, sia pure quelle insondabili del caso.
Nei racconti intitolati A caso Landolfi con ironia scrive infatti
che per l'atto più insignificante, anche solo per ammazzare un
uomo, occorre pur avere una norma generale. Nella ingarbugliata varietà
dei fatti e desideri umani, nella sofferta e nascosta sua vicenda personale,
segnata dall'ossessione della memoria e del tempo, affannosamente Landolfi
cerca con disposizione riflessiva una via di uscita dal vuoto tormentoso,
dalla schiavitù del caso e del destino.
In Des mois, il diario della piena maturità, i precedenti
motivi memorialistici vengono ripresi, approfonditi, sviscerati, mentre con
orgoglio luciferino l'autore celebra il diritto di spezzare i limiti cronologici,
l'impossibilità di una vita borghese, la voluttà del nulla pervenuta
ad ossessione.
Nella Bière invece, quasi esaurita e portata ai sommi vertici
stilistici e virtuosistici la sua poetica di narratore fantastico-simblista,
che aveva trovato nel romanzo breve o meglio nel racconto la misura ideale
di novecentista amante del "frammentismo", si percepisce un desiderio
di fare il punto sulla stessa possibilità ed autenticità della
scrittura. Nel momento in cui Landolfi nella Bière si chiede
perché sia scivolato in queste paginette dal passato prossimo al
remoto, si risponde constatando quanto sia allarmante la coscienza della
realtà, se il tempo dello ieri già gli appare lontano e indefinito.
Ed ancora, l'occhio impietoso dell'autore mette a nudo l'inutilità
della sua vita, consumata nel volontario, inerte esilio della nobiliare dimora
paterna, diventata emblematico luogo di rifiuto del lavoro e del mondo nei
suoi apparati di conformismo sociale, nonché esigenza di regressione
temporale nell'infanzia.
L'opera finisce con le parole: mio Dio, mio irraggiungibile Dio! le
stesse che troviamo all'inizio, come a significare il ritorno sugli stessi
passi, con il cerchio che si chiude.
A Tommaso Landolfi,
oscillante nel testo tra la prima persona e i talvolta falliti conati
di terza persona, spetta il complesso compito di dare un qualsivoglia
significato alla vita, di porre in relazione tra loro i personaggi con altri
ancora o con altre cose del mondo, di cercare un'apparenza di discorso
filato. Spesso ironizza su questa alternanza tra prima e terza persona,
quasi la terza persona non fosse un'attitudine profonda dell'animo, ma
una mera questione grammaticale, chiamando in causa il lettore, nella
duplice veste di spettatore e chiarificatore del suo fallimento esistenziale.
Almeno per un attimo, vorrebbe dimenticare la voluttà letteraria che
lo spinge, inesorabilmente, verso la pagina lavorata e rarefatta; desidererebbe
far tacere la vocazione di stilista raffinato che piega la sua matita verso
un magistero d'arte, tanto da prorompere nel famoso grido:
non potrò dunque mai scrivere veramente a caso e senza disegno, sì da almeno sbirciare, traverso il subbuglio e il disordine, il fondo di me?
Al lettore si pone il problema della mistificazione landolfiana. Si chiede
cioè se veramente lo scrittore cerchi la verità su se stesso o se invece, sapendo che le categorie di vero e falso, reale e immaginario,
sono nostre pietose finzioni, faccia di tutto per elaborare un ritratto quanto
più possibile ambiguo e sfuggente, costruito con il gusto della parodia
e dell'artificio intellettuale.
Anche la psicanalisi, ultimo grimaldello della cultura borghese, approdata
non si sa bene se per mettere ordine nel disordine o se per inscenare l'illusoria
possibilità della salute mentale, trova in Tommaso Landolfi un caustico
dissacratore che, non diversamente da Italo
Svevo, utilizza con disinvoltura temi e situazioni da manuale psicanalitico,
approfittandone anche, quando se ne presenta l'opportunità, per prendere
in giro psicologi, psicoanalisti e altri simili indaffarati personaggi.
Per chi, come Landolfi, fondava la scrittura anche sulla capacità di
innescare meccanismi eccentrici e dissacranti, tali da non risolversi in chiarificazione
e prevedibilità, le risposte della psicanalisi potevano alla fine sembrare
quasi scontate, una volta venuti alla luce gli schematismi di causa e effetto
su cui essa poggia. Un sano, in definitiva, non può
conoscere il mondo
pure, un sano non potrà mai conoscere quelle orribili immagini del mondo che, anche senza essere positivamente idee deliranti o riferirsi ad alcun particolare oggetto, son come deviazioni, d'un'unghia, se si vuole, dalla comune visione o insensati esaltamenti di essa.
Anche quando Landolfi consegna alla pagina, eterna e cristallina nella
storicità, i passaggi e le coordinate che regolano i sentimenti e i
legami con gli altri, lo raggiunge il veleno del dubbio, e il furore del solipsismo,
da cui si costringe ad uscire con le uniche attività che in qualche
modo gli danno il senso del brivido, della sfida, in definitiva della vita:
il gioco e il sesso. Per lui non c'è dubbio che il gioco diventa un
atto necessario e vitale, quanto e più del sesso, visto che potrebbe
assolvere una funzione compensatoria.
Analizzare al tavolo verde il proprio comportamento e quello degli altri,
mettere a repentaglio tutto in continue perdite alla roulette, assaporare
il potere distruttivo del caso, la cieca _ ma non tanto _ deità a cui
si consegna con lucida pazzia, diventa un momento di intensa vitalità,
di concentrazione passionale, dal momento che la tirannia del tempo e dello
spazio viene come annullata, in un delirio simile all'amplesso. La sublimazione
della follia del giocatore è simile a quella che trova inconfondibile
realizzazione in tanti personaggi di Dostoevskij, autore per il quale Tommaso
Landolfi ebbe un vero culto, non solamente amato, letto, tradotto, ma fonte
di ispirazione costante, insieme a Nikolaj Gogol' e a Lev Tolstoj.
Oretta Guidi
30 Ottobre 2000
La Repubblica etteraria taliana. Letteratura e Lingua italiana online. www.repubblicaletteraria.it