Quando
la cosa, a caso
parlava a Landolfi
2000
di Oretta Guidi
Il raffinatissimo
Tommaso Landolfi, stilista prezioso, formatosi nella Firenze ermetica ed esclusiva
degli anni Trenta, pur attingendo a piene mani dai classici italiani e da
tutta la grande letteratura europea del Settecento e dell'Ottocento, non disdegna
la cosiddetta paraletteratura, con predilezione per il genere noir,
il poliziesco e il giallo. Lettore non snob, dunque, setaccia le sue gemme
preziose in ogni territorio, contaminando, facendo la parodia, nascondendosi,
con un gusto personalissimo del paradosso e con una eccezionale capacità critica
e selettiva.
Per vocazione alla immedesimazione e al pastiche, quando da lettore
si trasforma in scrittore, nel confondere le carte con i giochi linguistici
e fantastici, spericolati quanto si vuole, non desidera essere lasciato solo
nella percezione del tempo, minacciata e angosciante, per cui chiama in causa
il lettore, testimone necessario da trascinare con sé nel nulla, o quanto
meno, complice nel condividere la paura e l'angoscia.
Tutto questo si dice, per mettere in chiaro la sua particolare disposizione
verso la letteratura, di sorniona consapevolezza e di ammiccante ironia: è
vero, non esiste niente, nulla può avere senso... però, forse la parola ci
salverà.
Con la poetica della parola entriamo nel suo mondo, nel suo particolarissimo
rapporto con le categorie spazio e tempo, nei modi più complessi e sfuggenti
della sua riflessione di uomo-scrittore.
L'analisi diventa ambigua, perché Tommaso
Landolfi, come pochi, è ad un tempo dentro e fuori l'ambiente storico
e sociale, come con affetto testimoniano gli amici "fiorentini",
da Carlo Bo a Mario Luzi, rievocando la partecipazione alla vita culturale
fiorentina, il comune laboratorio ermetico. L'analisi corrosiva di ogni idea
e forse l'incapacità stessa di calarsi totalmente in un progetto anche elitario,
ma comunque da dividersi con altri, impediscono a Landolfi l'adesione a qualunque
attività o persona che potrebbero limitarlo o definirlo.
Se la cosa mi parla, che senso ha, anche sul piano conoscitivo ed artistico,
il detto di Marco Porcio Catone: Rem tene, verba sequentur? Landolfi
non può non ricusare la fondatezza della sentenza di Catone, attribuendo alla
parola ogni priorità. Secondo lui, difatti: tenere la cosa altro non significa
e non può significare che tenere le parole. Ebbene, la nostra vita è
dominata dalla parola, che è anteriore a tutto e anche quando siamo incerti
se attribuire la verità all'atto o alla parola, l'ultima
definitiva conclusione spetta ad essa. Pur potendo le parole smentire gli
atti, non meno che gli atti le parole, nessun sacrificio può sostituire
la parola, essa sola è sacrificale e fecondatrice.
Non siamo davanti ad una riproduzione del culto dannunziano per la parola:
a Landolfi non interessa l'aspetto sensuale o cromatico o stilistico della
pagina, poiché nelle parole coglie una sorta di espediente noumenico.
Mentre Tommaso Landolfi
polemizza con gli sperimentatori che desiderano raggiungere l'inconoscibile
e il cuore delle cose utilizzando gli attributi sensibili della
parole, finisce, chiarendo in questo modo la sua posizione, per distaccarsi
da coloro che pretendono di raggiungere l'astratto, attraverso il concreto,
quando secondo lui mille concetti non producono l'astratto.
Un uomo impara soltanto ciò che sa, penso nessuno lo metta in dubbio.
Questa citazione, spigolata dal diario Des mois, potrebbe farci propendere
per un Landolfi "platonico" in ambito gnoseologico. Ma per ribellarsi
alla condanna del tempo, per liberarsi da una salvezza e da una conoscenza
già segnati nei nostri geni ab eterno, non gli resta che provocare
l'enigma del caso con l'esperienza, pur sapendo che rincorrere la molteplice
faccia dell'apparenza o tentare sistematicamente il caso non serve a nulla;
tuttavia continua a raccogliere frammenti, scaglie di vita, immagini e visioni.
Meglio penetrare la varia vita con cui venivo occasionalmente e fugacemente
a contatto: far provvista di fuggevoli esperienze è sempre stata la mia ridicola
mania (ridicola perché le esperienze non sono mai utilizzabili).
L'arte dunque, nella sua ansia di rinnovamento, non è soltanto frutto
di repentine illuminazioni, ma di una certo stato indifferenziato,
nel quale è forse da ravvisare il diffuso sentimento del tempo che gli artisti
colgono prima e più acutamente degli altri. L'arte non è suddita della necessità,
anzi attinge generosamente al caso, in quanto essa non può che essere aperta,
disponibile. Il caso, difatti, non è mai del tutto casuale, anzi a volte si
rivela la cosa meno causale di questo mondo, la vera molla rivelatrice della
vita, se è vero che la vita, a ben guardare, è mossa da atti in apparenza
insignificanti, che poi si manifestano determinanti. Ma chi può scegliere,
in una casistica senza fine gli atti umani veramente rappresentativi,
gli indici, dei quali ciascuno riassume una categoria, o un ordine di fatti?
Nelle sue riflessioni diaristiche Landolfi, non dimentico della lezione
del surrealismo, cerca il punto in cui gli elementi contraddittori cessano
di essere percepiti come tali. Per questo anche in lui vita e morte formano
un tutt'uno, il reale e l'immaginario si confondono, il passato e il futuro
si intrecciano e caso e necessità trovano un momento di convergenza. Il suo
desiderio di scrivere a caso, come di vivere a caso, diventa
un modo per raggiungere finalmente il fondo segreto e inattingibile dell'io.
Se i surrealisti aspiravano a scrivere sotto l'impulso di un puro automatismo
psichico, "al di fuori di qualsiasi controllo della ragione", al
di fuori di esigenze estetiche o di preoccupazioni morali, Landolfi si spinge
anche più oltre, affermando che vivere a caso è forse l'unico modo
possibile di vivere.
Oretta Guidi
Convegno su Tommaso Landolfi
Tommaso Landolfi, Opere, a cura di Idolina
Landolfi, 2 vol., Milano, Rizzoli, 1991 e 1992.
30 ottobre 2000
La Repubblica Letteraria Italiana.
Letteratura e Lingua italiana online www.repubblicaletteraria.it