Quel vagabondo di Tommaso Dell’Era

di Fausta Samaritani

L’incontro col paesaggio umbro è dissolvenza verde su pietre rosate, è impasto di sonorità alte e basse, è mescolanza di profumi: «Una spruzzata di rosa nel verde: il rosa di quel Subasio frondoso alla mie spalle, che unghie pietose avevano raspato per innalzare asili di preghiera, e orgoglio di braccia divelto per sovrastare dalla rocca. S. Maria degli Angeli e la Rocca Maggiore, agli estremi; e su su, alternarsi di mura campanili bastioni cupole: scalinata di sospiri e di clamori, cielo e terra che si placavano nella basilica del santo: svettante di cuspide, aspra di roccia. Volli brindare. Levai in alto la bottiglia, bevvi a garganella, la buttai giù: capriole per i cespugli.»
Tommaso dell’Era, barese, laurea in Lettere Classiche, «ragioniere-umanista» – come si definiva – cioè funzionario del Genio Civile e letterato per passione, nato il 1° aprile 1927 e scomparso il 5 maggio 1997, per i tipi dell’editore Schena di Fasano, nel 1969 pubblicò Un ficcanaso, opera prima della sua maturità artistica e che seguiva alcune raccolte di versi. Due anni dopo uscì il suo caustico resoconto, I cari baresi, in cui raccontò vizi e virtù dei suoi concittadini; nel 1991 apparve Mozart, una monografia sul musicista, di cui Dell’Era amava le note del K477, da lui definite «il più bel canto che mai la morte abbia ascoltato» e l’anno successivo I cavalieri di San Nicola, un racconto ironico sul trafugamento delle spoglie del Santo. Dell’Era è un autore di respiro europeo, eppure legato ad una precisa identità storica e geografica.


Tra i suoi numerosi inediti c’è una raccolta di racconti brevi, intitolata Fiabe forse, dove accuratamente egli evita il lieto fine e la narrazione dell’antefatto. L’ultima sua opera, inedita e interrotta dalla morte, è Ruzzi senili. Alfredo Dell’Era, figlio dello scrittore, al Convegno “Omaggio a Tommaso Dell’Era” che si è svolto a Trani l’11 gennaio 2003, ne ha anticipato questo brano:

Cani
«Siano dei cani legati a un piolo. Lo spazio disponibile è delimitato dalla circonferenza formata dal raggio della catena. Alcuni sbadigliano accucciati, altri rosicchiano un osso, altri si fanno un giretto intorno abbaiando ogni tanto, altri tentano una sortita, ma al primo strattone tornano prudentemente indietro: solo pochi osano sfidare il loro limite, e tendono la catena fino a strangolarsi.»

Un ficcanaso, che nelle modalità narrative si collega al “Nouveau Roman”, è il resoconto di un viaggio, a zig-zag per Italia – Assisi, Modena, Bologna, Vicenza, Bassano, Verona, Lucca, Siena, Pisa, Volterra e un’ora a Firenze tra due treni – per raccogliere frantumi di vita interiore e di storia quotidiana e per costringere «all’ordine questi folletti pensieri quando capriolano in una partita doppia o nella consecutio. Corbellano la faticosa onorabilità di un ragionere-umanista. Li lasciai sfogare. Mi tirarono per le maniche in un’aerea grotta a caccia di stelle». Alcune espressioni realistiche si mescolano abilmente a nuovi cifrari linguistici ricchi di coloriture, come «ognove» con significato di “dappertutto” e a latinismi come «cotidiano», «maledire a», «insultare a», «donare qualcuno di qualche cosa». Nel «felice guazzabuglio di sensazioni» convivono autoironia e commozione poetica. In questo “diario imperfetto” di un viaggio in Italia affiorano immagini a colori, suoni armonici e disarmonici, volti parole e gesti, soprattutto paesaggi interiori ed esteriori, svelati attraverso la parola: questo veicolo fondamentale della nostra vita sociale. L’autore si esprime in prima persona.
La prima idea dell’opera risale al 1963. Il primo titolo era Un uomo di esperienza; il secondo, Quindici giorni di congedo. Il libro era pronto nell’estate del 1965 e Dell’Era lo sottopose alla lettura di Mario Scotti che il 23 agosto gli scrisse, consigliandogli alcuni ritocchi e precisando: «Mi pare che qui tu raggiunga finalmente uno stile, superando con decisione le incertezze dei versi. E raggiunga quella poesia invano tentata con le opere precedenti. Gli stessi sonetti al confronto suonano “falso”. La sincerità umana qui – seppure non sempre, ma (e ciò più conta) sostanzialmente – è figlia della sincerità artistica.»

Assisi
Dell’Era arriva a Assisi con un preciso programma: «Abbandono (togliersi ogni altra idea di mente, disporsi allo spirito francescano il meglio possibile.) D’accordo. Niente arte (solo templi di preghiera: Giotto-Francesco, non Giotto-pittore; Cristo che parla, non Cristo bizantino ecc.)»
Prima sorpresa: la Porziuncola, «pigiatissima di orazioni», «un irritante misticismo sul giallo dell’ingresso, e la presunzione gotica di una edicoletta». Seconda sorpresa: il roseto, «mi trovai aggreggiato a una mandria di turisti che un fraticello menava al pascolo del roseto». Svaniti i richiami di un emporio zeppo di medagliette e di cartoline – riproduzione moderna di quella mercatura dalla quale San Francesco era fuggito – acquista su una bancarella una piccola anfora in terraglia, con l’idea di buttarla via alla prima occasione. Un sole cocente sovrasta il piazzale e Dell’Era si slaccia il colletto sventolandosi la camicia e si protegge il capo con una feluca, fatta piegando un giornale. Al caldo soffocante «umori porcini» gocciano giù dai pori. Terza sorpresa: la Basilica di San Francesco, con «il tronfio fagotto in trono del Maestro delle Vele». Quarta sorpresa: su un arco c’è questa scritta:


«Scendi le scale e troverai l’ostello
Dove nacque Francesco il Poverello.»


Ma il vecchio custode sta chiudendo il portone. Per pura cortesia, lo fa entrare, consigliandoli di considerare il «paralismo fra la vita del santo e quella di Cristo». La mancia? generosa.
La città, che vive di odori, di suoni e di colori, che pulsa aspirando succhi da radici terrestri, lo accoglie. Nelle viuzze di Assisi, magicamente, l’orizzonte si apre: «E fiori fiori. Sbarre ricurve di balconcini, quasi a dilatarsi nell’aria profumata; pennacchi sugli archi; vasi sui davanzali e in coppe di ferro protese al vento; turbinio di semi che s’insinuano nelle crepe, sfioccano in glicini, drappi di foglie sui portoni, dalle grondaie, per le ringhiere: e una casa tutta d’edera, muri tetto: mille corde verdi pizzicate dal vento battute dalla pioggia, sfiorate dalla neve: ogni stagione un concerto: ogni ora del giorno, una nota un colore.» Come sono lontane, da questa Umbria ombrosa odorosa e verde, le pietre farinose delle campagne pugliesi! Il vermiglio smaltato delle ceramiche, il sussurro fresco delle fontane, il tintinnio profondo dei vasi di rame: è questa la vera Umbria, operosa e spiritualmente legata alla materia? Vaga per l’aria l’inconfondibile aroma di una genuina «sorella» porchetta e Dell’Era si ritrova ingrottato in una taverna, davanti ad un piatto di arrosti, da innaffiare con un boccale di vino.
All’aperto, su per le stradine, presenze femminili, gaie:

«E familiari gli arabeschi dei merletti e delle lucerne; le fonti al cui chioccolio si accucciavano anfore intorno intorno. Sempre conosciuto il ciuffo, la gonna turchina di quella ragazzetta che saltellava per la cordonata un motivetto:


Notte felice
Quante dolci parole
Ci sussurrammo al buio
Notte felice.


Non incominciava così un’elegia di Properzio? Un paroliere in secca senza rischi di plagio o forse, per lungo ordine di bocche rosate, rialitavano sulle labbra di lei i canti dell’amante umbro. E a questa ragazzetta – trecce dal veroncino, piedini nudi dal tremito della lunga seta – strimpellava Francesco nelle notti di primavera, pronto a scivolare se balenasse alle amate spalle la lancia paterna.»
Una felice sorpresa lo accoglie a San Damiano, dove esiste la copia di un crocefisso che è a Santa Chiara, e che: «qui non mutò la sua posa bizantina ma, nella penombra petrosa dell’antica selva, capivo come avesse potuto parlare a un fraticello ovvero che un fraticello credesse di lui le voci dei rami o del suo desiderio.»
Fuori della chiesa, dopo la birra fresca acquistata ad un chiosco ambulante, Dell’Era accetta un passaggio su una grossa macchina guidata da un inglese, sdebitandosi col dono della feluca ad una ragazzina. All’Eremo di San Francesco dà una «zuccata» contro un architrave e gli sfugge una bestemmia: in barese, per fortuna. Un frate lo squadra, sospettoso. Fuori, lo scrittore e peregrino si affaccia da un ponticello su un dirupo, a riconoscere la varietà degli ortaggi e a «contemplare la leggenda decrepita del leccio che si reggeva su grucce arrugginite.» Il suo segreto programma, ad Assisi, è presto svelato: passare la notte dentro una vera grotta, come San Francesco, per «rubare al silenzio le voci che lui solo aveva ascoltate, i fantasmi che lui solo aveva visti. E affondare nella terra.» Nel percorso verso la spiritualità e verso l’Assoluto, il ragioniere-umanista è approdato alla fisicità terrestre. Qui la natura non è atemporale, smaltata su fondo oro; ma è un burrone rasposo e decrepito, è una pietra nuda e corrosa, è simbolo di una sofferenza antica. Dell’Era ha finalmente la sua grotta. Altra sorpresa:

«Un rosso ondeggia sui cespugli, spuntano gli artigli di un forcone. Sobbalzo. Sotto il rosso un volto, sotto il volto una tonaca.
- Mi ha fatto spaventare, perdio!
Incominciamo male, fratello.
Scusi, sa: vedere quella testa rossa e quel forcone… Come mai è qui, e perché quell’arnese?
Vengo per strappare erbacce.
Può compiere un buon lavoro oggi.
L’avevo notato stamane quando per poco non faceva cadere giù il soffitto.»

Fausta Samaritani

1° dicembre 2015

Congressi anno 2003

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