I nomi e le rose2001

Un romanzo e un film, come proposta di lettura

di Tina Borgogni Incoccia

Sono trascorsi circa venti anni dalla prima edizione de Il nome della rosa di Umberto Eco che dopo Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è stato il romanzo italiano più ammirato, tradotto e venduto all'estero, anche se all'inizio nessuno dei due ebbe in Italia molta fortuna. Il nome della rosa fu accolto infatti con una certa perplessità e giudicato un brillante collage di citazioni, quasi un divertente fuoco di artificio letterario, sia pur fatto da un abilissimo maestro. Le citazioni erano assolutamente esplicite, direi esibite da parte dell'autore che nelle postille al romanzo dichiarava:

Si fanno libri solo su altri libri e intorno ad altri libri. […] I libri parlano sempre di altri libri e ogni storia racconta una storia già raccontata. Lo sapeva Omero, lo sapeva Ariosto, per non dire di Rabelais o di Cervantes.

Integrando la lettura del libro con la visione del film realizzato da Jean Jacques Annaud, con la consulenza di un grande medievalista quale Jacques Le Goff, il doppio impegno può sicuramente risultare di aiuto per entrare nella dimensione spazio-temporale del romanzo, tanto più che lo stesso Eco con tono semiserio ci avverte all'inizio che le prime cento pagine sono imposte, quasi come penitenza indispensabile per acquisire lentamente il respiro e il ritmo adeguati all'impresa.

Scorrono dunque davanti ai nostri occhi architetture e paesaggi medievali: la vita quotidiana di un'abbazia, gli amanuensi al lavoro nello scriptorium, intenti alla trascrizione dei codici, le raffinate miniature dal caldo impasto cromatico, il disegno fantastico dei bassorilievi. Le immagini ci richiamano la storia appassionante del 1300: i prestigiosi ordini monastici, lo spostamento della sede papale da Roma ad Avignone, i difficili rapporti tra Papato e Impero, i processi con i terribili inquisitori e le condanne degli eretici al rogo. Ovviamente, data la condensazione visiva propria del film, soltanto la lettura del romanzo ci fa apprezzare il fascino di certi ampi passaggi del discorso narrativo, quale ad esempio la lunga dichiarazione d'amore mistico-erotica del giovane Adso ad una fanciulla; soltanto la lettura può farci cogliere la trasparenza a volte maliziosa delle citazioni che danno al romanzo un'intonazione inconfondibilmente moderna (vedi la frase: Elementare, mio caro Adso! che richiama fonicamente e spiritosamente Elementary, mister Watson! di Sherlock Holmes). Tra le citazioni infatti, quelle tratte dal genere poliziesco sono le più evidenti: la serie delle morti inspiegabili, la figura dell'investigatore che svolge l'indagine, il senso di suspense, i colpi di scena, perfino l'oggetto misterioso costituito da un prezioso codice contenente il secondo libro della Poetica di Aristotele dedicato alla commedia, cioè al riso e che non deve essere conosciuto secondo la concezione tetra della cultura propria di padre Jorge, il quale nella sua follia conservatrice provocherà l'incendio dell'intera biblioteca.

Dopo la dinamica propria dell'azione filmica, la lettura attenta e meditata dei segni del testo ci permette di riconoscere il progetto di mondo, veicolato dalla trama degli enunciati verbali e forse rimasto un po' in ombra nel veloce succedersi delle sequenze visive. Sembra infatti proprio "la parola" il tema dominante del racconto, annunciato fino dal titolo Il nome della rosa, presente con intonazioni diverse nei punti strategici della narrazione. In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio, leggiamo all'inizio del romanzo. I nomi sono segni di segni, con i quali l'uomo tenta di dare un ordine al mondo. Il semiologo Umberto Eco non ha scritto soltanto per divertirsi e divertirci con gli stereotipi del romanzo storico, poliziesco, fantastico. Ha scritto il romanzo filosofico della parola, della sua forza e dei suoi limiti e dell'uso negativo o positivo che l'uomo può farne. Nell'antica biblioteca medievale avviene la più alta celebrazione della parola scritta. E' un edificio dalla mole gigantesca, dove sono raccolti i codici di commento alle Sacre Scritture e tante altre preziose testimonianze della cultura greca, latina, araba, ebraica che il dotto padre Jorge da Burgos ha portato dai conventi della penisola iberica. Altro spiritoso richiamo fonico: Jorge-Borges, lo scrittore argentino, anche egli cieco, che ha scritto l'affascinante racconto La biblioteca di Babele.

Nutrimento dello spirito, la biblioteca è collocata nella parte più alta dell'edificio. In basso ci sono la cucina e il refettorio, dove si alimenta il corpo e si soddisfano i suoi istinti, ma da cui sale il calore indispensabile a riscaldare i gelidi ambienti soprastanti. Sia nel romanzo che nel film la biblioteca, alta e chiusa come una fortezza, assume connotazione negativa in quanto segno di isolamento, ambizione, lussuria della parola, fonte di corruzione. Essa è aperta soltanto a pochissimi iniziati, nonostante che alcuni monaci siano venuti da tanto lontano, per nutrire la loro mente con le meraviglie celate nel suo ampio ventre, come dice Bencio da Upsala che sarebbe pronto a prostituirsi, pur di superare la soglia proibita. Cultura aristocratica, chiusa, severa negatrice del riso che fa ridere la verità, incapace di apprezzare il mondo nuovo che è fuori, laggiù, nelle città operose, dove sta nascendo un modello di cultura laica che ha trovato nell'uso della lingua volgare lo strumento agile per una comunicazione più ampia. In questo paese il più grande filosofo del nostro secolo non è stato un monaco, ma uno speziale, dice Guglielmo da Baskerville, alludendo a Dante Alighieri. Padre Gugliemo e padre Jorge sono i duellanti, espressione di due opposte concezioni della cultura, che si fronteggiano con una raffinata e tagliente dialettica, mentre Adso esprime la forza poetica e intuitiva della giovinezza.

Il romanzo della parola ne sfiora anche un aspetto fantastico e perturbante. Certe profezie apocalittiche di sventura sembrano prendere corpo per la sola tragica forza evocativa delle parole, quasi non sia più possibile prevedere e arrestare lo sviluppo di un processo di distruzione, una volta che sia messo in moto da una intelligenza malefica. Romanzo e film ci mostrano al termine della vicenda il discepolo Adso, divenuto vecchio a sua volta, che utilizza gli occhiali ricevuti in dono dal suo maestro, per decifrare gli sparsi frammenti dei codici recuperati dopo la distruzione dell'abbazia. Romanzo e film concludono con la stessa citazione del verso esametro:

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus

La rosa primigenia esiste nel nome, noi possediamo soltanto i nomi, citazione che nel testo letterario si connota maggiormente di profonda malinconia, derivante dalla consapevolezza dei limiti della nostra conoscenza.

Tina Borgogni Incoccia

16 Aprile 2001. Lunedì dell’Angelo.

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

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