Umberto Saba 2001

Fuga dalla tempesta e ottimismo disperato

di Gloria Rabac-Condric

Nel suo scritto Storia e cronistoria del Canzoniere Saba presenta se stesso come il più chiaro poeta di questo mondo. Parlando in terza persona aggiunse:

Visse nella sua opera con tutta la sua personalità, complessa, sofferente, che è testimonianza di essa e di essa si illumina.

Questo detto è credibile. Per rendere più trasparente la sua opera e la sua arte, nonché il suo profilo bisogna vederlo nella sua Trieste, città di frontiera con una storia densa di sconvolgimenti, con un ambiente plurietnico e pluriculturale, dove infuriò l’etica militaristica, si cimentarono più dominazioni, nelle cui vie si scontrarono_ nell’intervallo che abbraccia la biografia di Saba_ Italiani e Austriaci, fascisti e partigiani, tedeschi e comunisti. Per tale ragione Saba non poté fare a meno di esclamare:

Tutto mi portò via il fascista abbietto

_ anche la tomba_ e il tedesco lurco.

(da Avevo)

In mezzo alle scosse provocate da fenomeni “magmatici” trovò l’ispirazione per esternare la propria desolazione di fronte alle tragiche sorti umane. Nel Raccontino coglie la madre piangente per il figlio che fuggì sui monti, vi trovò un caro amico, vi giocò con lui la vita. La reazione della coscienza si riduce a pochi versi, ma l’assenza tragica è visibile. Ha ragione Alfonso Gatto quando scrive che nella furia della tempesta si rinnova il mondo, ed emerge il pensiero dell’uomo fratello.

Partecipare al dolore di una madre aiuta l’individuo nella ricognizione delle sofferenze altrui, sorregge il desiderio di solidarietà, di reintegrazione nella comunità postbellica e aiuta a seppellire i risentimenti, gli asti, le offese alla dignità umana; infine prepara il cuore a nuove emozioni. A Saba non mancò mai lo stimolo ad accostarsi al prossimo per trovare l’amico pronto a spronarlo a superare i solchi più profondi nei quali inciampò durante la vita. Lo comprovano i versi seguenti:

Caffè di plebe, dove un dì celavo

la mia faccia, con gioia oggi ti guardo.

E tu concili l’italo e lo slavo,

a tarda notte, lungo il tuo bigliardo.

 (Da Caffè Tergeste)

Il Canzoniere si basa sul vero e sul vissuto, ciò significa che la materia poetica è attinta nella realtà e riflessa in versi con disperato ottimismo, come scrive Giuseppe Petronio, i cui suoni lirici addolciscono innanzi alle fuggitive illusioni e ai sogni:

Ho fatto un sogno, e all’alba mi ritrovo.

Parlavano gli uccelli, o in un uccello

m’ero, io uomo, mutato. Dicevano:

NOI DI BECCO GENTILE AMIAMO I FRUTTI

SAPORITI DEGLI ORTI. E SIAMO TUTTI

NATI DA UN UOVO.

(Da Fratellanza)

Questi ed altri versi sono stati scritti con la più ardita sincerità. Concordo con Bruno Maier che nelle liriche del poeta triestino la poesia e la verità coincidono senza residui e, come fu detto per Giuseppe Ungaretti, con le testimonianze di tormentate esperienze umane, ma senza che nella parola sia incentrata tutta l’espressività.

Gloria Rabac-Condric

Umberto Saba Il canzoniere (1900-1954) Edizione definitiva, Torino, Einaudi, 1961.

G. Castellani Bibliografia delle edizioni originali di Umberto Saba, Trieste, Biblioteca Civica, 1983.

2 settembre 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it