Versi di sapore antico e umanità in

Umberto Saba 2001

di Gloria Rabac-Condric

Amai la verità che giace al fondo,

Quasi un sogno obliato, che il dolore

Ricopre amica. Con paura il cuore

Le si accosta, che più non l’abbandona.

 

Sono versi, tratti dalla poesia Amai, che smascherano l’intimo vero e confermano che la poesia affonda le proprie radici nella realtà sia personale, sia sociale.

Nato a Trieste (1883-1957) Umberto Saba, conterraneo di Italo Svevo, di Scipio Slataper e di Giani Stuparich, con Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale è considerato uno dei corifei della creatività poetica italiana, nei primi decenni del Novecento.

Una testimonianza imbattibile della epopea lirica e del credo di Umberto Saba è il suo Canzoniere, di ampie dimensioni, non privo di messaggi liricamente espressi, nel quale egli dimostra (sono parole sue) di essere un classico per temperamento, maturato nell’ambiente triestino romantico.

Lo conferma la cappella chiusa presentata nell’omonima poesia, nella quale si intravede il sentimento che trapela in quasi tutti i suoi componimenti poetici e si indica la relazione affettiva che lo lega al tempo e allo spazio dove crebbe e maturò la sua visione di solidarietà umana:

 

Ecco: qui tutto con i miei pensieri

è fraterno.

 

Negli scrittori di confine in generale il panorama si apre con spazi infiniti, il mondo si allarga e dà la possibilità al poeta di vedere con più chiarezza quel leopardiano aldilà della siepe: le dimore, i costumi, il modo di vivere di coloro che non fanno parte della sua comunità, come la nutrice slava.

La casa della mia nutrice posa

tacita in faccia alla Cappella antica,

ed al bosco riguarda, e par pensosa,

da una collina alle caprette amica,

[…]

A Dio innalzavo l’anima serena;

e dalla casa un suon di care voci

mi giungeva, e l’odore della cena.

 

(Da La casa della mia nutrice)

 

Frammisti, lirismo e naturalismo danno un tono pacato ai versi. Al di là di questo sereno soggiorno lo opprimevano i ricordi lasciategli dall’età giovanile: il distacco dalla madre che gli aveva dedicato tutta la vita, la sparizione del padre assassino che lo aveva negletto sin dalla nascita, l’ambiente ristretto che derogava al suo diritto alla comunicazione umana, l’incontro con l’amico d’infanzia, la confidenza con la poesia che poteva assorbire il grosso carico di angosce e di disperazione. Nel suo animo si aggiravano non solo affetti sublimi, speranze, ambizioni, ma anche figure concrete, come la madre, la moglie, la figlia, le ragazze incontrate, la nutrice slava e il ricordo atroce della guerra e delle leggi razziali.

Saba si era convinto che il verso poteva rendere più sopportabile l’amaro sapore della vita, ma intuiva anche che per sorreggersi meglio e per salire doveva trovare una spinta perché:

Voi lo sapete, amici, ed io lo so.

Anche i versi assomigliano alle bolle

di sapone: una sale e un’altra no.

(Da Commiato)

La spinta più valida poteva venire dalla verità, dall’esperienza, dai dilemmi intimi, dall’impegno alla vita del consorzio civile, che a dir di G. Manacorda pone al vertice degli ideali la fratellanza al di là di ogni differenza etica e razziale. Sembra una frase sfumata, ma bisogna credere che l’ideale della comprensione e della solidarietà nel Canzoniere ha inciso sull’immediatezza espressiva e sulla varietà discorsiva del motivo, al centro del quale sta il pensiero che l’uomo per sopravvivere sente la necessità non solo di comunicare ma anche di fraternizzare con i suoi simili. Saba che non esternava facilmente il desiderio di inserirsi nella vita comune schiude il proprio animo nei versi:

Trovare,

quando la vita è al suo declino, il raggio
che prima la beò: un amico. E’ il bene

che mi fu dato.

(Da Amico)

E’ un bene che arricchisce lo spirito, rimuove i dolci ricordi quando si ha l’impressione di trovarsi dentro l’abisso:

Era una gioia improvvisa l’amore
per il compagno che gli era d’appresso;

sì che levava sorridendo ad esso

lo sguardo.

(Da L’uomo)

Il ricordo della fraterna amicizia (Lettera ad un amico) non solo risveglia nel poeta il sentimento di una pace infinita, ma ristabilisce l’equilibrio tra lui e le cose, tra lui e gli altri. Trovare nel vicino un farmaco benigno e, trasmetterlo in versi, significa formulare un messaggio tutto imperniato nell’idea della convivenza, che infine si articola nell’aspirazione ad un dialogo capace di arginare la paura della eterogeneità che incombe sul globo terrestre. Questo detto non è una constatazione arbitraria, per rendersene conto basterà leggere la poesia Quasi una moralità. In essa si riscontra il richiamo ad un ragazzo di apprendere

 

da chi ha molto sofferto, molto errato,

che ancora esiste la Grazia e che il mondo

_ TUTTO IL MONDO_ ha bisogno damicizia.

 

Ad attestarlo si presentano anche i versi della poesia Lavoro, dove si legge che per dissodar un terreno secco e duro quando la vanga urta in pietra, in sterpaglia, quando la vita diventa un sorso amaro, la presenza o l’intervento di un amico dissolve le nubi più tetre, apre gli spiragli per agevolare il respiro.

Nei versi suggeriti ad Umberto Saba dagli incontri amichevoli o in quelli dedicati a persone care è facile rintracciare l’ideologia di una civile umanità o intravedere la nota universale che parla agli uomini, che serve agli uomini tutti (E. Caccia). A più riprese il poeta triestino esprime l’idea della coesistenza e della assistenza di coloro che possono attutire gli scontri pericolosi e creare l’illusione di offerte di felicità, magari sedendo insieme in un caffè:

 

Cinque persone tra loro congiunte,

e non di sangue, del Caffè in quel canto

che dalla via la vetrata separa,

siedono, venti e più anni, ogni sera.

 

(Da Due felicità)

 

Sedere insieme in un caffè costituisce un’arma di difesa contro l’isolamento, contro l’emarginazione, rinsalda i nessi della intercomunicazione. Non sono soltanto gli amici a tenere desta la speranza nell’esistenza, c’è anche la docile creatura_ la nutrice Peppa. I giorni trascorsi con questa umile creatura, appartenente ad uno strato sociale negletto, di schiatta diversa, desta in Saba un umore che, trasmesso in versi si riempie di significati emblematici. Beppa, balia, per la quale scrive:

 

Custodivi me

nella casa da cui sorse il sole

dell’infanzia, su cui tramonta quello

dell’abbagliante vita?

 

(Da La casa della mia nutrice)

 

Pare che il passato e il presente si ricongiungano come le dolci ed amare gocce che il poeta aveva assaggiato nella vita. Dopo tante vicende e tante stagioni Saba va in cerca di essa e la trova viva: Un sorriso illumina, a vedermi, il volto ancora bello per me, misterioso. (Da Tre poesie alla mia balia). Questa è un’altra testimonianza del profondo bisogno di vedere intorno a sé volti misteriosi e belli.

Va detto che Saba non canta mai verità generali e si guarda bene dal lanciare messaggi universali. Più che un ottocentesco intellettuale, portatore di verità, egli ci appare un critico novecentesco delle verità costituite (Romano Luperini).

Gloria Rabac-Condric

 

Umberto Saba Il canzoniere (1900-1954) Edizione definitiva, Torino, Einaudi, 1961.

G. Castellani Bibliografia delle edizioni originali di Umberto Saba, Trieste, Biblioteca Civica, 1983.

Illustrazione: Pietro Marchesi Arena di Pola vista dal mare

Congressi 2002 Confini

 

2 settembre 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it