di Fausta
Samaritani
Variazioni sul secondo viaggio in Sardegna di Carlo Levi
Ancora una volta, con unaureola
o un velo steso sul cuore di una Sardegna di greggi e di granito, oggi
riprendo la strada. Un altro mondo mi aspetto
di trovare, tornando, e cose diverse e mutate. Altri uomini, alberi nuovamente
verdeggianti e, forse, altre pietre, altre montagne.
Quartieri nuovi coprono invece
campagne, già deserte. Non più macerie rimaste dalla guerra e dalle alluvioni,
né i miseri abitatori del teatro romano, con il loro furore sottoproletario
e cieco.
Al mio primo salire verso il
centro di questa Cagliari di pietra e di vento, nel mattino chiaro, limmagine
è quella di sempre e le cose riscoperte sincastrano come tessere
in un mosaico: la statua di Carlo Felice, i selciati di pietra con le vecchie
chiese, i monumenti, le case coloniali piemontesi, i nuovi grandi magazzini.
Lalbergo è là, in fondo
al giardino. D. H. Lawrence lo chiama cortile
con gli alberi; invece è un giardino asciutto, meridionale, luminoso e
netto nella sua modestia: quellanticamera tipica delle abitazioni sarde
che sanno di recinto e di reggia, anche quando sono poco più che tuguri e
non si affacciano fuori, ma si chiudono nellorgoglio della loro intimità.
Attraverso luscio, passando
per il giardino, tra le due sfingi di pietra, e rivedo la costruzione che,
al tempo di Mare e Sardegna, era
forse quella dei bagni. Lalbergo è venduto allindustriale Marzotto
che lo demolirà per costruirne un altro, moderno e privo di tradizioni letterarie.
Orune
E per me una forma, un nome che
unisce una realtà molteplice, di animali e di pietre, nellimmobile ondulare
delle greggi, del tempo.
Per andarci, oggi, e riportare
al presente la sua realtà fantastica, prendo la strada nuova che non è ancora
finita e che esce da Nuoro dopo la chiesetta di Grazia Deledda, sotto il monte
Ortobene, fantastico di dirupi e di rocce, di declivi e di boschi mediterranei,
dove si mescolano le essenze e i verdi dei pini, dei fichi dindia, degli
ulivi. Salgo fino alla curva, in fondo alla valle, che dal ponte nuovo porta
su monti dalla forma bizzarra, come se la terra si esprimesse in unaltra
lingua, con misteriosi ideogrammi di pietra. 
Sui declivi rocciosi, sui pascoli
lontani appaiono boschi atti ai pastori. Su una cresta sopra si leva un nuraghe,
gigantesca roccia accanto ad una strada, come un grande cilindro, o pilastro,
o collo, o gambo in pietra su cui sovrasta una pietra a forma di ombrello,
o di testa con becco sporgente: è la roccia Nunnalle, che forse era loca
sacra, animale totemico dei pastori guerrieri; o che forse è un uomo trasformato
in grossa pietra perché bestemmiava, o colto da un temporale mentre portava
un fardello di legna.
Si sale sempre più in alto,
verso un monticciuolo conico dagli antichi strati archeologici, dietro cui,
a poco a poco, appare Orune, case senza finestre, come un solido complesso
di facciate e di spigoli entro cui si entra dallalto, per una strada
in discesa, come in un paese della Lucania.
Guido Colucci Costume di Orune, incisione colorata a tempera, c. 1935 (coll. priv.)
Avanti e indietro, sulla piazza
che si affaccia come unalta coffa, o come una torre di guardia sulle
distanze dei pascoli e dei monti. Dalla porticina del Municipio mi aspettavo
di vedere uscire, come anni fa, il sindaco: una donna dagli occhi abbassati,
chiusa nel suo scialle nero. Ma il sindaco oggi è un altro.
Le case del mio amico archeologo
sono chiuse: egli è lontano e suo padre e sua madre, pastori, sono morti.
Né ritrovo i ragazzi che seguivano nella corte gli altri fanciulli mostruosi,
dalle teste microscopiche; né i latitanti nascosti; né verrà il bambino che
mi offriva piccole cornacchie, trovate nel bosco; né ritrovo la casa del muratore,
dove passai la notte, salendo alla mia stanza con una scala a pioli, appoggiata
alla finestra perché non erano ancora fatte, né la scala, né la cucina.
Un maiale squartato è appeso
come un trofeo selvatico, nellandrone semi-buio del macellaio. Il giro dei
vicoli mi riporta alla piazza del Municipio, davanti ad una casupola che la
chiude da un lato: la scuola. La porta, malgrado il freddo, è aperta. Una
stanzetta piena di bambine colorate, capelli sparsi di nastri vermigli e occhi
acuti, vivacissimi e neri nel cerchio delle ciglia, le guance rosate, come
una raccolta di frutti primaverili visitati da farfalle.
Orune è uno dei miei luoghi
della fantasia e della memoria: forse per il suono del nome, forse perché
lho custodita in casa nella sua forma di uccello, di snella e selvatica
carroga, dagli occhi neri e lucenti. In
questo simulacro identificavo quel paese, quei monti, quel vento daprile,
e la cucina vecchia e nera di fumo antico, e gli attittos,
e le poesie, e i balli sardi, e i pastori, e i ladri di pecore, e i latitanti:
un mondo archeologico e presente.
La casa ha la porta sprangata e un cartello dove c’è scritto, forse per gioco: “scala rotta, chiuso per lutto”.
Il caffè Genovesi ha riproduzioni di Renoir e pitture giovanili di Giò Ponti. Una intera parete è coperta da uno specchio, sul quale sono dipinti i due eterni vecchietti del cacao Talmone, incorniciati da fiori, che sorridendo versano cioccolata nelle tazzine. Sono il simbolo del vecchio impero torinese, prima della Grande Guerra che fece cadere, in modo tragico, tanti imperi.
Sui muri delle case le parole
contro la guerra atomica si mescolano ad invocazioni: “Gesù, salvateci dal
terrore americano!”
Cura dimagrante per I
Promessi Sposi
Quel ramo del Lario che volge
a sud, tra due creste di monti, tutto a seni e a golfi, viene a restringersi
e diventa fiume, tra un promontorio a destra e unampia costiera a sinistra;
e il ponte che congiunge le due rive segna il punto in cui il lago cessa e
lAdda ricomincia, per tornar lago dove le rive nuovamente si allontanano
e lacqua rallenta in nuovi golfi e in nuovi seni. La costa, formata
dal deposito di tre grossi torrenti, scende lungo due monti, il San Martino
e il Resegone _ voce lombarda, per i cocuzzoli in fila che somigliano ad una
sega. Chi si affaccia dalle mura nord di Milano discerne il Resegone, per
la lunga e vasta sua giogaia, da altri monti di nome più oscuro e di forma
più comune. La costa sale con pendio lento e continuo, poi si rompe in poggi
e valloncelli, in erte e in spianate, secondo lossatura dei monti e
il lavorio delle acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci dei torrenti,
è ghiaia e ciottoli grossi; poi ci sono campi e vigne, sparse di terre, di
ville, di casali, boschi che salgono sulla montagna. Lecco, che dà il nome
al territorio, giace accanto al ponte, in riva al lago, dove simmerge
quando lacqua ingrossa. Un gran borgo, al giorno doggi, che sincammina
a diventar città.
Addio monti, che dall’acqua
sorgete verso il cielo; addio vette ineguali, note come il volto degli amici;
addio torrenti, dei quali distinguo lo scroscio come il suono di voci domestiche;
addio case, bianche sul pendio come pecore al pascolo; addio! Come è triste
il distacco! I sogni di ricchezza svaniscono dalla mente di chi volontariamente
parte, con la speranza di fare altrove fortuna: si meraviglia della sua decisione,
anzi, tornerebbe indietro se non pensasse che, un giorno, ricco tornerà. Quanto
più si allontana, tanto più ritrae l’occhio stanco e l’aria gli pare gravida
e morta. La città vorticosa, case aggiunte alle case, strade che sboccano
nelle strade, gli leva il respiro. Di fronte a palazzi da tutti ammirati,
sogna inquieto il campicello del paese, la casuccia alla quale ha messo gli
occhi addosso e che comprerà, una volta tornato, ricco, ai suoi monti.
19
ottobre 2003
La
Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it