Sopra la morte

sonetto di Vincenzo Monti

 

Morte, che se’ tu mai?… Primo dei danni

L’alma vile e la rea ti crede e teme,

E vendetta del ciel scendi ai tiranni

Che il vigile tuo braccio incalza e preme:

 

Ma l’infelice, a cui dei lunghi affanni

Grave è l’incarco e morta in cor la speme,

Quel ferro implora troncator degli anni,

E ride all’appressar dell’ore estreme.

 

Fra la polve di Marte e le vicende

Ti sifda il forte che nei rischi indura,

E il saggio senza impallidir ti attende.

 

Morte, che se’ tu dunque?… Un’ombra oscura,

Un bene, un male, che diversa prende

Dagli affetti dell’uom forma e figura.

 

Vincenzo Monti

 

Sonetto pubblicato su “L’Illustrazione Popolare”, volume I, n. 6 (25 novembre 1869), p. 43.

 

Vincenzo Monti nato ad Alfonsine (Ferrara) il 19 febbraio 1754 e morto a Milano il 13 ottobre 1828. Considerato il massimo esponente del neoclassicismo, fu autore di composizioni poetiche di armonioso nitore che oggi giudichiamo pure, ma astratte. Dopo gli studi presso il Seminario di Faenza, si iscrisse a Legge all’Università di Ferrara. Nel 1778 seguì a Roma il cardinale Scipione Borghese e lì divenne segretario di Luigi Braschi, nipote del papa Pio VI, che gli conferì la pensione di un canonicato di San Pietro. In questo periodo, classicheggiante e intinto di ispirazioni poetico-religiose, scrisse alcuni poemetti, tra cui La bellezza dell’universo (1781) e La Feroniade (1784) e due tragedie. Sposò Teresa Pichler, dalla quale ebbe Gian Francesco e Giulia. Scrisse nel 1793 La Bassvilliana, un poemetto con forti accenni antirivoluzionari. Al tempo delle Campagne napoleoniche lasciò Roma, per trovar rifugio a Firenze, a Bologna, a Milano. La sua vena poetica assunse improvvisamente toni democratici, quasi acattolici. In onore di Napoleone scrisse il Prometeo (1797) e per la vittoria di Marengo compose la famosa Bella Italia amate sponde. Ebbe incarichi politici e la cattedra di Eloquenza a Pavia. È questo il tempo di Monti cortigiano, autore della Mascheroniana (1800), nelle cui note dichiara di aver sospirato ardentemente per l’unità d’Italia. L’ultimo trasformismo politico si manifestò alla caduta di Napoleone: anche la Restaurazione gli ispirò cantate e azioni drammatiche. Monti fu poeta, ma anche linguista duttile e appassionato filologo: tradusse Saffo, Lucano, Simonide e trasferì in ottave la Pulcella d’Orléans di Voltaire.

Gli strali del Risorgimento investirono Monti, accusato di essere sempre e comunque organico al potere politico, e certo i suoi rapporti con i potenti di turno non furono di facile definizione. Del resto, se gli fece difetto il senso della storia, mutevolissima fu in quegli anni la scena politica. Oggi si riconosce in Monti una profonda competenza letteraria, ma anche una vis polemica e una attenzione alla realtà circostante, vedi ad esempio la sua critica verso l’ala più radicale del giacobismo milanese. Non solo la traduzione dell’Iliade: rileggiamo il sonetto anticlericale Costei, le cantate d’occasione Invito a Pallade e Il ritorno d’Astrea che celebravano la restaurazione austriaca, il delicato frutto poetico senile dedicato Alla sua donna, la tragedia Aristodemo, del 1788, limpida per forma e ricca per l’amalgama di prestiti lessicali.

(a cura di Fausta Samaritani)

 

Bibliografia: Vincenzo Monti Poesie (1797-1803), a cura di Luca Frassineti, Ravenna, Longo, 1998.

 

31 dicembre 2003

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 26 ottobre 2015

Si prega di non copiare il testo