Cataloghi di mostre (uno)

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana

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La coscienza di Svevo Roma, De Luca Editori dArte, 2002.

 

La Mostra continua il fortunato ciclo Da libro a libro: Le biblioteche degli scrittori, che dal 1993 al 2000 ha presentato d’Annunzio, Pascoli, Pirandello, Ungaretti, Verga, Manzoni, e ricostruisce l’itinerario culturale di Italo Svevo, attraverso le sue letture: da quelle nel collegio bavarese di Segniz, a quelle del tempo libero dell’impiegato di banca, puntuale ogni giorno alla Biblioteca Attilio Hortis di Trieste, fino a quelle di psicologia che rappresentano il tessuto connettivo del suo capolavoro narrativo, composto nell’ultima stagione di vita, dopo anni di silenzio.
Pochi sono i libri dello scrittore a noi pervenuti, perché la sua biblioteca è andata quasi per intero perduta, durante l’ultimo conflitto. Ci restano, ad esempio, i Promessi Sposi con dedica autografa alla moglie e lo studio Suggestion ed auto-suggestion di Charles Baudouin, un libro che getta luce sulla fitta rete di letture che hanno dato vita alla Coscienza di Zeno, un romanzo d’analisi psicanalitica.
Sono in mostra i libri della Biblioteca Hortis che sicuramente Svevo consultò, selezionati secondo i risultati di una indagine basata su testimonianze dirette dello scrittore (carteggi e recensioni pubblicate sui giornali triestini) e su elementi ricavati dalle sue opere che rivelano il laboratorio nel quale furono concepite.
In mostra, inoltre, la copia della prima edizione di Senilità, sulla quale l’autore ha apportato fitte correzioni, in previsione di una ristampa, dopo un trentennio. Tra gli autografi ci sono lettere di Joyce e di Montale. Testimone, oggi muto, della sua passione per la musica, c’è il violino che ha lenito le frustrazioni del narratore, tenacemente ignorato, almeno fino al 1925, vigilia della morte.
Una sezione è riservata a pittori triestini coevi, tra cui Veruda che era nella cerchia degli intimi e rappresenta, con altri, una variante del realismo giuliano, venata di suggestioni magiche, che sembra la traduzione iconica dell’opera sveviana, in particolare del suo paesaggio urbano.
A Trieste, dove sono ambientati i tre romanzi di Svevo, è dedicata una raccolta di foto d’epoca che ricostruiscono l’atmosfera urbana tra Otto e Novecento, segnata dal fervore delle imprese e da una vivace borghesia.

Proiezione di un filmato, realizzato in collaborazione con Rai Educational.

Dal 21 novembre 2002 al 6 febbraio 2003
Roma. Complesso dei Dioscuri. Via Piacenza, 1.

Dal 5 aprile al 30 giugno 2003 la Mostra sarà a Trieste.

Biblioteca Statale e Palazzo Costanzi.

 

 

Michelangelo. Grafia e biografia. Disegni e autografi del Maestro a cura di Lucilla Bardeschi Ciulich e Pina Ragionieri, Firenze, Mandragora, 2002.

Copertina: Michelangelo Cleopatra, matita su carta, 1535 c. (part.).

 

Michelangelo Buonarroti il Giovane (1568-1647), pronipote del Maestro, con la passione del collezionista e con amore e rispetto per le memorie familiari, raccolse nel suo palazzetto fiorentino opere, scritti, lettere, incisioni tratte dalle opere, oggetti appartenuti al grande prozio o che ne illustrano l’attività. Oggi la Casa Buonarroti conserva la più grande raccolta di documenti su Michelangelo e due sue sculture: la Madonna della Scala e la Battaglia dei centauri. La mostra romana si propone di seguire il filo della vita del Maestro, attraverso opere di grafica, lettere autografe, libri, oggetti provenienti dalle collezioni di Casa Buonarroti.

Le sue lettere familiari coprono un arco di tempo che va dal 1496 (lettera al padre Ludovico, scritta da Roma) fino agli ultimi giorni di vita (lettera al nipote Leonardo, scritta da Roma il 28 dicembre 1563). Di questo saluto estremo, inviato due mesi prima della morte per ringraziare del dono di dodici piccoli formaggi, diamo il testo:

Lionardo, ebbi la tua ultima con dodici marzolini begli e buoni: te ne ringratio, rallegrandomi del vostro buon essere, e ’l simile è di me. E avendo ricevuto pel passato più tua, e non avendo risposto, è mancato perché la mano non mi serve; però da ora inanzi farò scrivere altri e io soctoscriverò. Altro non m’achade.

Sono in mostra gli autografi di poesie di Michelangelo: Qua si fa elmj di chalicj e spade (sonetto, 1497), Quanto si gode, lieta e ben contesta (sonetto, 1508), I’ ho già fatto un gozzo in questo stento (sonetto con autoritratto, appena schizzato, in atto di dipingere la volta della Sistina, 1508-1512), Che fie dopo molt’anni di chostei (versi, 1527), Non so se s’è la desiata luce (sonetto, 1542-1546), Per esser manco almen, signora, indegno (madrigale a Vittoria Colonna, 1541?), Non pur d’argento o d’oro (madrigale, forse per Vittoria Colonna, 1544-1546), Se dal cor lieto divien bello il volto (madrigale, 1544 c.), Deposto à qui Cecchin sì nobli salma (epitaffi per Cecchino Bracci, 1544). Sono esposti anche altri scritti e appunti di Michelangelo, che portano studi e schizzi di colonne, di blocchi marmorei, di profili di modanature, di basi per pilastro; c’è inoltre un progetto di bastioni, lo schizzo per la facciata di San Lorenzo, il progetto per la tomba di Cecchino Bracci e il disegno a matita della busto di Cleopatra. Sul retro di questo foglio, durante un recente restauro è stata scoperta una diversa immagine di Cleopatra, appena abbozzata, molto più immediata e drammatica della definitiva.

 

Roma. Palazzo Venezia. Dal 26 luglio al 6 ottobre 2002.

Michelangelo poeta e pittore
 

 

Luigi Paladin, Laura Pasinetti Il filo del tempo tra colori e pagine ingiallite. Illustratori e libri per bambini e ragazzi dalla fine dell’Ottocento ad oggi, Roccafranca (BS), La Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, 2001.

Copertina: illustrazione di Corrado Sarri (part.) da Giulio Verne, a cura di L. Chini, Le Monier, 1954.

 

La mostra itinerante Il filo del tempo, che nel 2001 e nel 2002 tocca le biblioteche del Comune e della Provincia di Brescia, ripercorre centoventi anni di storia del libro illustrato che ha accompagnato e divertito molte generazioni di giovani e di giovanissimi lettori. Il visitatore entra in un sentiero, semplice e luminoso, fatto di legno e di cartone, di casette colorate e di banchi di scuola con penne e calamai, dove sono esposte pagine e pagine di vecchi abbecedari e di libri scolastici, di catechismi, di album illustrati, di volumi di fiabe, di classici per l’infanzia in varie edizioni. Durante la visita viene spontaneo ed è lecito toccare, sfogliare, leggere, curiosare, appendersi al filo dei ricordi personali. Le illustrazioni, rispetto al testo, rappresentano un secondo livello di lettura: legate alla trama, inserite nella cornice bianca della pagina, si susseguono lungo un percorso che si carica di componenti emotive profonde.

Per ogni illustratore c’è un pannello che ne illustra l’attività e le tecniche. 417 sono le opere librarie esposte e 188 le schede illustrative, con note biografiche e bibliografiche e con la riproduzione di una pagina illustrata. Sono presenti alcune tavole originali.

 

Una illustrazione di Paola Pallottino

Tre sono i settori: L’ambiente dei nonni, con opere dal 1881, anno della pubblicazione di Pinocchio, a puntate sul Giornale per i bambini, fino al 1945. Tra gli illustratori: Vittorio Accornero, Ezio Anichini, Fulvio Bianconi, Carlo Bisi, Duilio Cambellotti, Carlo Chiostri, Fiorenzo Faorzi, Gamba, Gustavano, Enrico Mazzanti, Walter Molino, Attilio Mussino, Antonio Rubino, Sto, Aleardo Terzi, Vamba, Yambo. L’ambiente dei genitori copre i successivi quaranta anni di editoria, innovativa e caratterizzata dalla nascita di piccole case editrici, come Emme Edizioni e Rosellina Archinto. Tra gli illustratori: Carl Larsson, Jacovitti, Guareschi, Letizia Galli, Peter Cross, Edvig Collin, Emanuele Luzzati, Bruno Munari, Paola Pallottino, Luigi Veronesi. L’ambiente dei figli inizia nel 1987, anno in cui la Salani inaugura la collana “Gl’istrici”, e sfuma nell’ultimo anno del secolo scorso. Tra gli illustratori: Altan, Sophie Fatus, Mario Gomboli, Bimba Landmann, Carlo Michelini, Pef, Fulvio Testa. 

 

Emilio De Marchi (1851-1901) Documenti, immagini, manoscritti, a cura di Nicoletta Trotta, presentazione di Maria Corti, Comune di Milano-Università degli Studi di Pavia, 2001.

 

A cento anni dalla morte di Emilio De Marchi e a centocinquanta anni dalla nascita, una mostra e un convegno celebrano questo narratore, critico e drammaturgo, uomo schivo, generoso e versatile, scrittore prezioso di ambienti fine Ottocento, che adoperava una lingua semplice e pura, ma usava anche il milanese, con cadenze di straordinaria malinconia. Alla mostra hanno collaborato, tra gli altri espositori, gli eredi De Marchi, la Casa del Manzoni di Milano e il Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei della Università di Pavia, che possiede una vasta raccolta di manoscritti di De Marchi, alcuni inediti, tra i quali testi per il teatro e Milano Vecchio, un romanzo interrotto dalla morte dell’autore.

 

Questi, i settori della mostra: Vita giovanile e formazione culturale (quaderni con appunti, traduzioni dal latino e poesie, foto, autografi di bozzetti drammatici, prime edizioni a stampa). Vita familiare (fotografie, lettere familiari autografe, miniature fatte dalla moglie Lina Martelli che ha disegnato il ritratto a lapis di De Marchi che appare sulla copertina del catalogo). Carriera e vita pubblica (minute di discorsi di De Marchi, attestati, lettere autografe di Paolo Ferrari, di Iginio Gentile). Attività pedagogica e filantropica (quaderni autografi, libri e riviste, strenne per beneficenza, ritagli di articoli, cartoline, foto, minute di conferenze). Di particolare interesse documentario e letterario il materiale sugli spazzacamini. Milano di De Marchi (libri, tra i quali Prose cadenzate milanesi di De Marchi, foto di Milano fine Ottocento, quadri di Filippo Carcano, Luigi Medici, Leopoldo Burlando, Domenico Induno, Angelo Morbelli, Vespasiano Bignami, Paolo Sala, Arturo Ferrari). Esperienza narrativa (stesure autografe, edizioni ottocentesche, lettere cartoline e biglietti autografi, contratti con case editrici). Da notare il ritratto a lapis di Demetrio Pianelli, tracciato dallo stesso De Marchi e i fotogrammi di un filmato del 1943, girato da Lattuada. Esperienza teatrale (stesure manoscritte, fotografie, lettere, libretti d’opera). Esperienza critica (quaderni di appunti, autografi di conferenze). Ultimi anni (lettere, autografi, acquerelli del figlio Marco, discorsi funebri e necrologi).

 

Milano, Museo di Storia Contemporanea, dal 3 dicembre 2001 al 27 gennaio 2002.

 

Maschere e Mascheramenti. I Sartori tra arte e teatro a cura di Donato Sartori e Paola Pizzi, presentazione di Dario Fo. Padova, Il Poligrafo, 1996. ISBN 88-7115-056-2

Copertina: “Arlecchino gatto”, maschera per Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, interprete Marcello Moretti, regia di Giorgio Strehler, Piccolo Teatro di Milano, 1952.

 

In mostra a Mantova una parte della collezione di maschere, create dagli anni Trenta da Amleto Sartori e poi anche da suo figlio Donato e destinate al futuro Museo Europeo della Maschera, che sarà ospitato nella barocca Villa Savioli di Abano Terme. Sono vere sculture, realizzate in vari materiali, legno, cuoio, bronzo, terracotta, decorate con argento e fibre sintetiche. Maschere create per la Commedia dell’Arte messa in scena da Strehler e da Gianfranco De Bosio, per il Pulcinella di Eduardo De Filippo e il Galileo di Brecht, per il teatro di Dario Fo, Jean Louis Barrault e Jacques Lecoq. I Sartori hanno collaborato a spettacoli di Pirandello, di Ionesco, di Molière, di Shakespeare.

Create intorno al 200 a. C. in Campania per la Fabula Atellana, forma scenica farsesca e popolare, le maschere decadono nel Medioevo, quando si afferma il teatro sacro ispirato alla Passione di Cristo e sopravvivono come facile strumento per attirare un pubblico dai gusti semplici, che nei giorni di fiera si diverte ai lazzi grotteschi e sboccati di buffoni e ciarlatani. Da questi attori da strada nascono gli Zani, caricature del contadino del Bergamasco, povero e ignorante, e dagli Zani nascono Arlecchino, Brighella, Pulcinella, Truffaldino, che compongono la famiglia dei servitori.

Poicinella, Truffaldino, che compongono la famiglia dei

I vecchi della Commedia sono Pantalone ricco veneziano e il Dottor Balanzone medico pedante. Ad imitazione del Miles Gloriosus di Plauto, nasce il Capitano che muta nello spaccone spagnolo. Tutti portano sul viso una mezza maschera scura di cuoio che si identifica con il proprio caricaturale “tipo” fisso, amplificandone in modo grottesco la gestualità e l’eloquio dialettale. Tra la fine del Cinquecento e il Settecento la Commedia dell’Arte vive un periodo aureo, approda alla corte di Francia e utilizza complicate scenografie e macchine teatrali. Attore e scrittore in dialetto “pavano”, Angelo Beolco, detto il Ruzzante, trasformò una tradizione popolare in una forma teatrale compiuta, in linea con la tradizione classica che risaliva a Plauto.   

Foto di Dario Fo.

 

Mantova, Casa del Mantenga, via G. Acerbi 47. Dall’11 ottobre al 25 novembre 2001.

Futurismo 1909-1944. Arte, architettura, spettacolo, grafica, letteratura a cura di Enrico Crispolti. Milano, Mazzotta, 2001 . ISBN 88-202-1491-1

Copertina: Giacomo Balla Paesaggio + sensazione di cocomero, 1918, tempera su carta intelata (part.).

Contiene due articoli sulla letteratura futurista:

Claudia Salaris Aspetti e figure salienti nel percorso della letteratura e visualizzazione poetica del futurismo fra il 1909 e il 1944

 […] La teoria delle “parole in libertà” formulata a tre anni di distanza dal manifesto di fondazione, si collega alle riflessioni dei pittori futuristi sulla simultaneità degli stati d’animo, che mettono a punto una nuova visione della percezione, costituita appunto dalla “sintesi di quello che si ricorda e di quello che si vede”. Sull’onda delle ricerche degli artisti, che tendono al superamento della prospettiva tradizionale e a porre lo spettatore al centro del quadro, la poesia futurista aspira a rappresentare la simultaneità di tempo e spazi, indirizzando la scrittura non più in senso logico-lineare, ma in diverse direzioni, tra vissuto e passato, ricordato e immaginato. […]

Christoph Hoch SCRABRRRRRAANG! Sul programma e l’estetica letteraria del futurismo nel contesto europeo

[…] L’obiettivo dell’articolata teoria di Marinetti del “paroliberismo” è la liberazione delle parole dalla prigione delle loro relazioni formali e convenzionali, in particolare dalla sintassi, dalle congiunzioni e dai segni di interpunzione, sostituiti da simboli matematici. […] Il “poeta asintattico” bandisce l’avverbio  quale “vecchia fibbia che lega una parola all’altra”, così come l’aggettivo “che crea sfumature secondo la sua essenza”, e da qui contraddice  il “sentimento della prosecuzione della vita”, così da modellare, con sostantivi liberamente accostati e verbi all’infinito, una “visione dinamica” della percezione della realtà attuale. […]

Roma, Palazzo delle Esposizioni, dal 7 luglio al 22 ottobre 2001.

Gastronomia futurista e In automobile con i Futuristi

 

 

D’Annunzio l’uomo l’eroe, il poeta a cura di Annamaria Andreoli. Roma, Edizioni De Luca, 2001. ISBN 88-8016-422-8

 

Segnaliamo due articoli:

Annamaria Andreoli  L’esteta di una nuova Italia

Scrittura e gesta, poesia e imprese eroiche sono in d’Annunzio strettamente e volutamente connesse anche se la critica più accreditata, sia militante che accademica, ha preferito ritagliare, in una sorta di forzosa quanto esaustiva antologia, alcune belle pagine del poeta o del prosatore. Pagine belle senza dubbio, ma senza dubbio sempre le stesse: la “Pioggia nel pineto”, il canto dell’usignolo nell’ “Innocente”, qualche verso del “Poema paradisiaco” che ha il fascino mondano della missiva galante. […] Ecco un “dandy” esteta dall’eleganza impeccabile, le cui case diventano leggendarie per la ricercatezza degli arredi; mondano e sportivo come ben di rado i poeti laureati, intenti invece a distillare in una loro scontrosa e risentita separatezza il male di vivere, secondo uno stereotipo romantico che ancor oggi ha largo corso. […]

Lucio D’Arcangelo Ritorno a d’Annunzio

[…] L’Abruzzo dannunziano, infatti, rappresenta “un Sud più profondo del Sud”: una regione isolata, emarginata dalla storia italiana. Senza questo “sonno” durato settecent’anni, come dice Aligi nella “Figlia di Iorio”, non si comprenderebbe il fondo arcaico, semipagano, da cui germogliano “Terra Vergine” e le “Novelle della Pescara”, opere che costituiscono, anche linguisticamente, la palestra in cui si forma lo stile dannunziano. Certo, il verismo abruzzese di d’Annunzio è più parente di quello napoletano che di Verga, come giustamente osservava Pasolini, ed è piuttosto un “realismo descrittivo” (Elwert), che in certi casi può ricordare perfino lo stile liberty (Paratore). Ma se per Verga il verismo fu un punto d’arrivo, per d’Annunzio fu appena un inizio, ed egli non tarderà a prendere le distanze da una “scuola” che lo avrebbe condannato all’oscurità dei tanti “novellieri paesani” dell’epoca. […

Roma, Museo del Corso, dal 2 marzo al 1 luglio 2001

 

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

Cataloghi di mostre (due) Opere di d'Annunzio

  Per favore non copiate queste recensioni che mi costano tempo e fatica. (f. s.)