Ex
libris su un singolo autore 

Laudomia Bonanni, Epistolario,
a cura di Fausta Samaritani, vol. I, Lanciano,
Rocco Carabba, 2006
Gli Amici della domenica, che a maggio 1948 la accolsero e festeggiarono, chiamavano Laudomia Bonanni “la penna dell’aquila” (una battuta sfuggita, dicono, a Goffredo Bellonci), perché la scrittrice abruzzese amava vivere appartata, a contatto con le sue montagne. In vita, ella ha pubblicato 15 titoli, da Storie tragiche della montagna. Novelle d’Abruzzo (1927) a Le droghe, 1982. Su giornali e su riviste, dagli anni Quaranta agli anni Ottanta, ha seminato circa 900 pezzi, tra articoli e racconti. Questo libro è una raccolta di 113 corrispondenze di Laudomia Bonanni (L’Aquila 1907-Roma 2002) quasi tutte inedite, inviate nell’arco di cinquantun anni, dal 1946 al 1997: sono lettere e telegrammi, cartoncini, cartoline e biglietti, indirizzati a Sibilla Aleramo, Goffredo Bellonci, Maria Bellonci, Arnaldo Bocelli, Alessandro Bonsanti, Fausto Brindesi, Emilio Cecchi, Giuseppe De Robertis, Giuseppe Dessí, Enrico Falqui, Ottaviano Giannangeli, Gianna Manzini, Giuseppe Porto, Giuseppe Rosato e Bruno Sabatini. Lettere, biglietti e cartoncini sono stati tutti scritti a mano. Gli Amici della domenica di casa Bellonci la chiamavano “la penna dell’aquila”, perché Laudomia viveva solitaria, a contatto con le sue montagne d’Abruzzo. Le sue lettere rappresentano uno specchio della sua anima, una chiave di lettura indispensabile per saggiarne gli umori, i sogni, le delusioni. La Bonanni, poco prima della morte, ha distrutto la quasi totalità del suo archivio, comprese agende, minute di sue lettere e lettere ricevute. Questo libro, che è frutto di ricerche pazienti in altri fondi d’archivio, pubblici e privati, dove si conservano, in originale, corrispondenze inviate dalla Bonanni, nasce quindi orfana dell’altra faccia della medaglia. Completa la raccolta una Appendice con una pagina di ricordi di Giovanna Napolitano su un amico d’infanzia della Bonanni, Gian Gaspare Napolitano, scrittore, giornalista e documentarista con spiccata curiosità per il fantastico; due lettere inedite inviate a Maria Bellonci dal critico letterario Ferdinando Giannessi; una ampia e dettagliata cronologia della vita della Bonanni e le motivazioni ufficiali di alcuni premi letterari da lei meritati.
(22/5/2006)
Elio
Providenti, Colloqui con
Pirandello, Firenze, Edizioni Polistampa,
2005
Occasione e giustificazione di questo libro sono così espresse da
Elio Providenti, nella pagina introduttiva: «Come sottrarsi al dovere
di riferire i colloqui notturni avuti con l’insigne scrittore, apparsomi
ripetutamente tra acri fumi di zolfo nei primi inverni del nuovo millennio?»
Il libro non è quindi una biografia, né una trattazione sistematica
dell’iter letterario e artistico di Pirandello, né
un’accademia di critica letteraria; bensì un viaggio intorno
a vari temi pirandelliani, suggeriti dallo stesso Autore durante nove immaginari
incontri notturni. La storia inizia con l’ultimo scaldalo, cioè
con la cremazione, decisa da Pirandello per testamento e con la successiva
“dimenticanza” delle sue ceneri in un’urna che rimase
per dieci anni al Verano, prima di essere trasferita definitivamente ad
Agrigento. Pirandello sottrasse dunque le sue spoglie alla parata dei funerali
di stato e alla celebrazione di accademici e di gerarchi, mandando in bestia
Mussolini.
Era approdato a Roma a vent’anni, nel 1887, e all’inizio abitò
dallo zio Rocco, la cui casa era frequentata da cantanti, uomini politici,
massoni, perfino da medium. La Terza Roma, sognata da Mazzini e conquistata
dagli italiani, non appariva come una grande capitale, vivificata dall’unità
nazionale, bensì come una città assediata da affaristi e da
speculatori: non una Nuova Roma dunque, ma un’altra Bisanzio, dove
muoveva i primi passi una nuova generazione letteraria, insofferente verso
la dominante cultura positivista e la tradizione risorgimentale. Testata
di riferimento di questi giovani insoddisfatti era «La Cronaca Bizantina»
di Angelo Sommaruga che lanciò d’Annunzio. Carducci tenne a
Roma, nel 1888, una memorabile lezione sul poeta provenzale Jaufré
Rudel, traducendone i versi attraverso la precedente traduzione di Heine.
Negli immaginari colloqui notturni con Providenti, Pirandello afferma di
aver avuto, proprio dalla trobadorica storia d’amore di Rudel e di
Melisenda, vista nell’ottica di Heine, questa folgorazione che segnò
in modo indelebile la sua arte: «I personaggi dell’arte sono
sempre esistiti, liberi e vivi, più e meglio di ogni essere
vivente: sin dalle mie prime prove, sin dai primi abbozzi, io non li ho
mai considerati creazioni della mente o semplice frutto del mio lavoro.
Essi vivevano per sé, uscivano da un loro iperuranio e quando mi
raggiungevano, io li accoglievo indipendentemente da ogni personale partecipazione,
come un concepimento naturale, misterioso e ineffabile, che si concludeva,
appunto, nella loro nascita. Erano loro, erano i personaggi che mentre componevo,
mi dettavano: io li seguivo, prima con la mente e poi fermando le loro azioni
sulla carta. È sempre andata così.»
Nei nove immaginari colloqui con Provvidenti, Pirandello affronta altri
temi: l’incontro con il pessimismo romantico del Faust di
Nicolas Lenau, dove il protagonista rappresenta l’impossibilità
della conoscenza, mentre Mefistofele è il demone della ricerca incessante;
gli anni poco concludenti all’Università di Bonn e l’incontro
romantico con Jenny; l’esordio come novellista e come poeta, il rapporto
con le riviste letterarie e il fascino dell’ucronía
che significa sognare una storia con fatti diversi da come li hanno raccontati
gli storici; una genealogia delle famiglie Pirandello e Ricci-Gramitto e
la malattia mentale della moglie; la scelta del romanzo, come forma di espressione
più moderna; l’influenza del mantovano Alberto Cantoni; l’incontro
con il cinema e con il teatro; Marta Abba, i viaggi, l’opera incompiuta
Giganti della montagna, infine pagine sparse.
(f. s. 4/10/2005)
Maria
di Giovanna Giano bifronte nello specchio del presente. Tracciati
autobiografici e progetto di nuovo romanzo ne La Orestilla di Girolamo
Brusoni, Palermo, Palumbo Editore,
2003
«Complessa
macchina barocca» _
scrive Maria Di Giovanna nella Prefazione _ che nei lettori seicenteschi
provocava «meraviglia mediante
una rivelazione» che,
dopo quattrocento pagine, «per
certi versi ribalta l’immagine del protagonista»
Filiterno, il romanzo di Girolamo Brusoni (nato nel 1614? a Badia Vangadizza,
in Polesine) La Orestilla anticipa alcune tipologie della moderna
letteratura, in particolare manda in pezzi «l’unità
interiore del soggetto»
che qui vive «sofferte
scissioni e conflittualità nella vita profonda della sua psiche».
Brusoni ha costruito un complesso caso psicologico, manifestando il
vero volto di Filiterno che improvvisamente appare duplice, contraddittorio,
bifronte. E’ un giovane gentiluomo che vorrebbe comportarsi da libertino,
come le sue spregiudicate convinzioni gli suggeriscono; ma non riesce
a mettere in pratica i suoi desideri e matura quindi una forte repulsione
per il corpo femminile. Con la memoria egli faticosamente risale ai tempi
della adolescenza e della fanciullezza e, attraverso la conversazione,
porta gli amici, suoi interlocutori, a verificare il tempo e le ragioni
che hanno determinato il blocco psicologico che lo travaglia. Filiterno
individua la causa della sua fobia del sesso nella educazione tradizionale
e nei vischiosi rapporti avuti con la severissima madre e, in un percorso
di formazione, giunge alle soglie della iniziazione erotica con la bella
Orestilla. Brusoni, che apparteneva al gruppo di giovani libertini veneziani
che aderivano alla Accademia degli Incogniti, manifesta una valenza autobiografica
nelle vicende che narra. Egli conduce i lettori nella finzione letteraria,
utilizzando la terza persona e compiacendosi del gioco ambiguo di nascondersi
e rivelarsi, del narcisismo di riflettersi e dissolversi; ma non cela
angosce segrete e senso di colpa.
In
Appendice, passi scelti de La Orestilla, mai più ripubblicata,
dopo l’unica edizione veneziana, appresso li Guerigli, MDCLII. Questo
romanzo, che penetra nei meandri della coscienza, è stato scritto
da Brusoni dopo la sua terza ed ultima uscita dal convento ed è rimasto
oscurato dalla nota trilogia, frutto della sua maturità letteraria:
La gondola a tre remi (1657), Il carrozzino alla moda (1658)
e La peota smarrita (1662).
Giampiero
Chirico Elio Vittorini. Epistolario americano. Palermo-Siracusa,
Arnaldo Lombardi Editore, 2002
Il
nutrito epistolario tra Elio Vittorini e l’editore e poeta statunitense
James Laughlin (1914-1997), che è oggetto di questo libro, si conserva
alla Harvard University di Cambridge, con prove di stampa, corrette, di
traduzioni in inglese di opere di Vittorini. Delle 600 lettere di vari
autori, ivi conservate, ne sono qui pubblicate 111, di Vittorini e dello
stesso Laughlin, di scrittori della casa editrice americana New Directions,
di Hemingway, di Ginetta Varisco che fu compagna di Vittorini fino alla
sua morte, nel 1966. Contengono note su vita e opere di Vittorini, sulla
letteratura italiana e straniera, su problemi di traduzione in italiano,
sulla presentazione in Italia di scrittori statunitensi, sull’attività
editoriale di Vittorini alla Einaudi, sul faticoso e lento processo di
traduzione delle sue opere in inglese. Ai temi professionali e letterari
che legano Vittorini e Laughlin si intrecciano brevi riferimenti alla
vita quotidiana. Scrive Vittorini a Laughlin, il 23 aprile 1948: «Quando
Lei torna in Italia dobbiamo vederci assolutamente, e se Lei va a Rapallo
in estate può venire qualche giorno a Bocca di Magra, un bellissimo posto
vicino La Spezia dove io vado luglio e agosto. Può essere là mio ospite
qualche giorno perché non ci sono alberghi ma solo case di pescatori.
Vittorini
espresse il suo vivo interesse per la letteratura straniera, per la prima
volta nel 1929 su «L’Italia
Letteraria», quando accusò
di provincialismo i letterati italiani ed elogiò Joyce e Proust. Nel 1942,
per Bompiani, curò l’antologia Americana, con scritti di Irving,
Poe, Fante, Hemingway, Fitzgerald ed altri, tradotti da Montale, Moravia,
Pavese, ecc.
L’America
restò un sogno per Vittorini. Il viaggio, tanto desiderato, trovò sempre
ostacoli: mancanza del visto, problemi economici, scarsa rispondenza tra
le sue idee e quelle del giornale cui collaborava. Il 22 giugno 1948 Vittorini,
rispondendo a Renato Mieli, direttore de «L’Unità»,
che gli aveva proposto un reportage dall’America, scriveva: «Si
vorrebbe averne un lavoro informativo di prima mano, si vorrebbero averne
rivelazioni, si vorrebbero averne illuminazioni di carattere politico.
E io so che questo non potrei darlo. Io non potrei (per il modo speciale
in cui solo riesco a lavorare) dare niente di quello che si dà recandosi
in sala stampa e telefonando ogni sera. O lo darei come un cattivo surrogato
di giornalista, forse un pessimo surrogato di giornalista, senza dare
dell’altro in compenso perché sosterrei uno sforzo tale (nel tentativo
di essere uno Stille) da restare castrato, (insensibile, sordo) nella
mia possibilità di essere Vittorini.
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Appendice
In campo
letterario accompagnano il termine “stile” aggettivi che lo qualificano.
Solitamente si tratta di uno stile scabro o ruvido, discorsivo, familiare,
rotto, franto, veloce, lineare, cromatico, denso, vigoroso, bizzarro,
pesante, leggero, spezzato, baroccheggiante, virile, irregolare, dolciastro,
effeminato e così via. […] La poesia della De Judicibus colpisce
la sensibilità del lettore e per le situazioni fuggevoli e pensose e dolci,
e per lo stile che si impone come una cifra mirabilmente singolare e accattivante,
segno chiaro di una elaborazione che ha percorso non lieve cammino. Si
ha l’impressione, ritengo non infondata, di un alessandrinismo che, pur
di provenienza decadentistica, si conserva nella forma di attenta cura
dell’espressione, depurato, quindi, della sua sovrabbondante ricerca linguistica
e delle sue non poche stravaganze, temperato dalla educazione classica
della Scrittrice, libero dal gravame di un artificio che voglia valere
come ineludibile e necessario. Questo riscattato alessandrinismo sta a
provare la ricerca assidua di una corrispondenza sempre più esatta della
parola al simbolo con il quale si identifica attraverso pregnanza e allusività.
[…] La nostalgia del Sud, dove l’Autrice ha lasciato il suo mondo,
quella situazione psichica misteriosa e acerba che fa sentire, specialmente
in certe ore, l’isolamento, lo strappo, l’esilio, si complica con il ricordo
di un vecchio detto:
dicevano
i nostri vecchi,
poeti
contadini.
Ora
vivo il senso della metafora:
il
disagio di essere fuori,
di
sentirmi al di là
del
muretto di recinzione.
Beatrice Manetti
Una carriera à rebours.
I Quaderni dappunti di Paola Masino. Alessandria,
Edizioni dellOrso, 2001
Sommario:
Vivere
per scrivere
1929-1939 I
Quaderni come laboratorio e archivio
1945-1955 I Quaderni come diario in pubblico
1955-1963 I Quaderni come specchio
infranto
1960-1975 I Quaderni come soliloquio
Bibliografia
«Con quel vuoto, la Masino talvolta si divertiva a giocare. Spesso dipingendolo come un deserto senza echi, dove la parola poetica, che aveva dato senso e bellezza alla sua vita, era stata frustrata e poi definitivamente cancellata dalle esigenze imprescindibili del quotidiano». Così Beatrice Manetti spiega lapparente silenzio di Paola Masino che, dopo un promettente avvio di carriera artistica, a 39 anni parve ripiegare nel silenzio, estraniandosi dal mondo contemporaneo. Coltivava un colloquio con i suoi taccuini di appunti, oggi integralmente letti e commentati da Beatrice Manetti, dopo un primo e incompleto approccio di Maria Vittoria Vittori. Si tratta di undici quaderni, di duemilacinquecento pagine: un insieme disorganico, talvolta tormentato, di prove autobiografiche (lincontro con Luigi Pirandello e con Giacomo Puccini, la Resistenza a Roma, la morte del padre), di diari quotidiani, di brani per articoli, di pensieri, di critica letteraria, di racconti, di romanzi incompiuti. Questo materiale integra anche la corrispondenza della Masino con i genitori. «Una bizzarra natura morta», scrive la Manetti, è questo abito indossato dalla Masino:
«Quando morì Massino avevo un
vestito da spiaggia di tela bianca a grandi fiori gialli con rami azzurri
e foglie nere. Un fantasia alla Gauguin, carica di colore e pesante di disegno,
ancor più sfacciata (avevo perfino le braccia e le spalle nude, perché era di luglio) di quante
ne avessi mai portate.»