di
Fausta Samaritani
Eleonora,
duchessa di Aquitania, la più ricca ereditiera del suo tempo, dopo il 1170
fissò la residenza a Poitiers, suo feudo ereditario, e vi tenne splendida
corte.
Per
la saison di primavera, fra Pentecoste e il giorno di S. Giovanni,
si davano convegno da Eleonora i rampolli delle due case regnanti rivali che
erano suoi figli o suoi figliastri: Margherita di Francia e sua sorella Alais,
Costanza di Bretagna, Alice contessa di Blois, Eleonora regina di Castiglia,
Giovanna regina di Sicilia, Riccardo Cuor di Leone e suo fratello Giovanni
Senzaterra. Al loro seguito si recavano a Poitiers i giovani discendenti delle
famiglie nobiliari di tutta Europa.
Cantori tedeschi, francesi e provenzali
accorrevano alla corte di Eleonora per celebrarne la virtù e la fama. Bertrand
de Born le dedicò un canto in cui giurava che lo stesso Tristano non aveva
patito tanto per amore di Isotta, quanto egli per lei, Eleonora. Un chierico,
Andrea Cappellano, compose un trattato dal titolo Dell’arte di amare
cortesemente, in cui raccolse 31 regole sulla dottrina dell’amore. Nel cortile
del suo palazzo di Poitiers, su un dais, un palco sopraelevato, Eleonora
presiedeva agli arrets d’amour, veri tribunali d’amore,
in cui si giudicavano gli uomini, con lunghe dispute sulla forma del loro
legame con le donne. Alla saison del 1174, presieduta da Maria di Champagne,
si asserì che l’amore
tra marito e moglie è impossibile,
poiché i coniugi hanno il dovere di prestarsi ai reciproci desideri e non rifiutarsi scambievolmente nulla, mentre gli amanti si concedono favori
liberamente e non spinti da necessità legale.
Per quei tempi dovette apparire
una vera e propria eresia.
Eleonora vedeva l’amore come
espressione dell’anima appassionata e voleva mitigare la brutalità della
società maschile che imponeva la logica dei matrimoni politici. Cercava di
educare gli uomini all’amore inteso come arte, come eterno corteggiamento
fine a se stesso e non come desiderio selvaggio e come possesso. Il tentativo
di dare uno stile al rapporto tra uomo e donna era più di un vano gioco: era
creare un’apparenza in cui illudersi di vivere, era concedere alla passione
la distanza psicologica che mancava nelle strutture domestiche e sanitarie
della casa medioevale.
I trovatori presenti agli “incontri”
di Poitiers avevano il compito di mettere in versi e musica il nuovo stile
d’amore. La moda dilagava: si diffuse in Savoia, Monferrato, Portogallo,
Germania. Il messaggio traversava l’Europa. A Poitiers i lirici in lingua
occitana raccoglievano gli umori di una corte irrequieta e ribelle, in canti
che erano di aspra critica al governo della Chiesa e dei principi. Bertrand
de Born istigherà il giovane re Enrico III contro il fratello Cuor di Leone
che era entrato in gran pompa a Limoges e, per volere della madre Eleonora,
vi aveva contratto matrimonio simbolico con la Santa protettrice Valeria,
patrona di Aquitania: nella chiesa di Saint-Etiènne Riccardo, in segno di
legame con i suoi vassalli, si mise al dito l’anello della Santa.
Regina di un regno immenso, che dalla Scozia arrivava
a Tolosa, Eleonora era il punto di riferimento della cultura francese, figlia
del libero sud. Sottratta alla pressione della volontà del regale marito,
Eleonora viveva nel suo feudo di Aquitania, in cui accoglieva i nobili malcontenti
del governo del re Enrico II. Riuscì ad istigare i figli contro il padre.
Nel 1173 Enrico represse una rivolta, allontanò da sé i figli ribelli e chiuse
la regina in una torre inglese. Eleonora vi restò prigioniera per quindici
anni, vittima del suo singolare gioco, tra finzione della poesia cortese e
appassionata rivolta politica; ma Enrico morrà logorato e inasprito, il cuore
mortalmente stanco.
In Aquitania arrivavano, coi venti
di oriente, i semi della libertà di spirito diffusi dalla esperienza greca
antica e lì si mescolavano coi germi della nascente eresia albigese. Al principio
del XIII secolo verseggiatori illustri italiani, alle corti estense, malaspiniana
e sabauda, già copiavano le tecniche metriche dei trovatori provenzali, dimostrando
di padroneggiare la lingua occitana e imponendo ai loro signori il gusto per
una cultura e un’arte nuova. Il più noto trovatore italiano è Sordello
da Goito, verseggiatore vigoroso, giullare quindi poeta in molte corti
italiane, protetto da Ezzelino da Romano. Si stabilì alla corte di Raimondo,
conte di Provenza e poi in quella di Carlo d’Angiò. Dante lo immagina
sdegnoso e fiero nell’Antipurgatorio.
Fausta Samaritani
Testo scritto espressamente per la Repubblica Letteraria Italiana. Vietata la riproduzione e la traduzione.
1 settembre
2001
La Repubblica
Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it