
In
realtà il Seicento è un secolo che possiamo chiamare veramente con il termine
spagnolo: siglo de oro. Pensiamo agli scrittori Luis de Gongora, Francisco
de Quevedo, Lope de Vega, Cervantes, Shakespeare, John Donne; ad artisti come
Vermeer, Bernini, Borromini, Caravaggio, Velasquez; ai filosofi e agli scienziati
che rivoluzionarono la visione del mondo. Larte, nella varietà delle
sue manifestazioni, raggiunse risultati splendidi in tante parti di Europa,
trovando lambiente più adatto alla sua fioritura nei luoghi di maggiore
rilievo politico e di maggiore apertura culturale. LItalia del Seicento,
frammentata in vari stati, indebolita economicamente e ormai asservita quasi del tutto alla potenza spagnola, dovette soprattutto
alla Chiesa, pur ferita e divisa dopo la Riforma protestante, la committenza
di opere figurative di carattere sacro, destinate a celebrarne limportanza
e i cui risultati affascinarono tutta lEuropa.
In
campo letterario la Chiesa cattolica, unico potere unificante rimasto in Italia,
data la mancanza di accentramento politico, non favorì lunificazione
linguistica a cui avrebbe potuto sicuramente contribuire, perché mantenne
il Latino come lingua ufficiale del culto, diversamente dalle Chiese riformate
che adottarono le lingue nazionali.
Un
forte ostacolo era anche costituito dalla mancanza di libertà di pensiero,
dovuta alla solerte vigilanza degli uffici ecclesiastici preposti alla censura,
per il timore di ulteriori deviazioni
eretiche rispetto alle norme dottrinali stabilite nel Concilio di Trento.
Il
nostro libro barocco più bello (lo riconosce per primo Bendetto Croce) fu
scritto in dialetto napoletano e questa scelta linguistica ne limitò naturalmente
la diffusione. Si tratta de Lo cunto de li cunti overo Lo trattenemiento
de li peccerille di Giambattista Basile (1575-1632), pubblicato postumo
con uno pseudonimo e conosciuto anche con il titolo di Pentamerone.
E una raccolta di fiabe, splendida per le metafore ricche e originali,
per la vivacità e immediatezza dei dialoghi, per il senso di lieve ironia
e di malinconia che la pervade e per il realismo dei riferimenti, nonostante
il suo mondo meraviglioso fatto di incantesimi, metamorfosi e stretta interrelazione
tra tutte le creature delluniverso. Anche in un semplice elenco si nota
il gusto barocco della sovrabbondanza. Quando i sette fratelli di Cianna si vedono trasformati in sette palommielle, per colpa della sorella che
non ha ascoltato il loro consiglio durante la loro assenza (giornata IV, novella
VIII), essi non si limitano ad un semplice rimprovero, ma esplodono in una
lunghissima e vivace enunciazione:
«E
chai magnato cellevriello de gatta, o sore mia, che te hai fatto escire
da mente laviso nuostro? Eccoce
deventate aucielle, soggette a le granfe de niglie, de sproviere e dasture;
eccoce fatte compagne de acquarule, de capofusche, de cardille, de cestarelle,
de cardole, de coccovaie, de cole, de ciaole, de codeianche, de zenzelle,
de capune sarvateche, de crastole, de covarelle, de gallinelle, de gallinearcere,
de lecore, de golane, de froncille, de reille, de parrelle, de paglioneche,
de capotortielle, de terragnole, de shiurole, de pappamosche, de paposce,
de scellavattole, de sommozzarielle, de sperciasiepe, de rossielle, de monacelle,
de marzarole, de morette, de paperchie, de lugane e de turzelupiche.
[i]
»
Povera
Cianna! Dovrà affrontare una lunga strada piena di ostacoli prima di arrivare
dalla mamma de lo tiempo, per rimediare
alla sua imprudenza.
Nel
campo della poesia brillò per ingegno e versatilità Giambattista Marino (1569-1625), napoletano
e contemporaneo del Basile, che operò non solo in Italia ma anche in Francia,
dove era stato invitato da Maria de Medici, vedova di Enrico IV.
Marinismo, dal suo principale esponente, si chiamò infatti
la corrente poetica che ne imitò lesuberanza
formale. Egli scrisse in
lingua italiana, ma le sue poesie erano destinate agli intellettuali che soli
erano in grado di valutare adeguatamente la rivoluzione formale da lui operata
nei riguardi dello stile poetico precedente, ispirato a un ideale
di compostezza e misura di derivazione classica, ma ormai ripetitivo
e tale da non soddisfare più le nuove esigenze. Fu
Marino, infatti, ad affermare orgogliosamente:
E del poeta il fin la meraviglia,
parlo
delleccellente e non del goffo,
chi
non sa far stupir, vada alla striglia!
(da La Murtoleide: Fischiate del cav. Marino)
Nei suoi versi
abbondano infatti giochi di parole, elencazioni, richiami fonici, metafore.
La sua è una poesia avvolgente, sinuosa come le colonne del Bernini che si
innalzano serpentine a sorreggere il sontuoso baldacchino dorato di S. Pietro,
in unatmosfera vagamente orientale. Marino
può generare stanchezza e sazietà, ma la sua abilità è seducente.
Nel
sonetto Per la sua donna (dalla raccolta di versi La lira, del
1602, arricchita nel 1608), dopo un invitante doppio richiamo al gioco di
parole caro al Petrarca (laura,
laura), il poeta si diverte a evocare il
termine oro, metafora dei capelli
biondi, o direttamente: globi dor,
aurea selva, aurati
stami, o fonicamente: sorgendo,
oriente, fiori, or del bel seno or del bel volto,
amor, cor. Allo
stesso modo egli fa risplendere la parola sole,
annunciata nella prima quartina, ripresa nella prima terzina con cambio di
accento, sòle e trionfalmente
ripetuta ben quattro volte alla fine del sonetto: sol, sole, girasole, sole.
A laura il crin cha laura il pregio
ha tolto,
sorgendo il mio bel Sol del suo oriente,
per doppiar forse luce al dì nascente,
da suoi biondi volumi avea disciolto.
Parte scherzando in ricco nembo e folto
piovea sovra i begli omeri cadente,
parte con globi dor sen gia serpente
tra fiori or del bel seno or del bel volto.
Amor vidio, che fra i lucenti rami
de laurea selva sua, pur come sòle
tendea mille al mio cor lacciuoli ed ami;
e nel sol de le luci uniche e sole
intento e preso dagli aurati stami,
volgersi quasi un girasole il sole.
Lartificio
risalta talvolta in maniera troppo evidente, come avviene nel sonetto intitolato
Alla gelosia (Da La lira):
Tarlo e rima damor, cura mordace
che mi rodi a tuttore il cor dolente,
stimolo di sospetto a laltrui mente,
sferza de lalme, ondio non ho più pace,
vipera in vasel dor cruda e vorace,
nel più tranquillo mar scoglio pungente,
nel più sereno ciel nembo stridente,
tosco tra fior, tra cibi arpia rapace,
sogno vano duom desto, oscuro velo
agli occhi di ragion, peste dAverno,
che la terra aveneni e turbi il cielo,
ovamor no, ma sol vivodio eterno
vanne a lombre dabisso, ombre di gelo!
Ma temo non taborra anco linferno.
Notiamo
la sproporzione tra le parti, cioè una rottura di codice allinterno
della forma equilibrata tradizionale del sonetto. Cè infatti un primo
lunghissimo periodo di tredici versi che contrasta con il secondo brevissimo,
formato da un solo verso, lultimo. La costruzione è prevalentemente
nominale, trattandosi di un lungo elenco di tredici nomi accompagnati da aggettivi,
un vero caleidoscopio di metafore: tarlo,
lima, cura, stimolo, sferza, vipera, scoglio, nembo,
tosco, arpia, sogno, velo,
peste, sei delle quali allinizio del verso, quindi in posizione
di maggiore efficacia. Il poeta gioca sulle ripetizioni, le assonanze, le
inversioni foniche. Eevidente
linsistenza sulla parola chiave: amor
esplicita o implicita per tre volte nel primo verso: (tarlo
e lima damor, cura mordace) e il rincorrersi
ad arte nei versi successivi, della vibrante lettera r, con ripetizioni
o inversioni foniche di alcuni fonemi: (tosco
tra fior, tra cibi arpia rapace),
(che mi rodi a tuttore il
cor dolente ), le costruzioni grammaticali ossimoriche:
(che la terra avveneni e turbi il cielo),
(sogno vano [...] oscuro
velo), i parallelismi: (ombre
dabisso, ombre di gelo).
Cè
un grande sfoggio di bravura, il gusto dellornamentazione più che il
rigore della linea. Manca unimmagine della gelosia frutto di una vera
intima pulsione, mentre il verso finale ha un effetto un po troppo risuonante,
con il ritorno raddoppiato della lettera r: ma
temo non taborra anco linferno. Forse, levocazione più
sincera dello stato danimo amaramente struggente della gelosia (che
non è mai nominata), è al verso nove, con limmagine malinconica del
sogno vano che fa pensare ai fantasmi dellimmaginazione e delloscuro velo che turba la razionalità.
Giambattista
Marino, apparentemente così felice di abbandonarsi alla creazione poetica,
tanto da mettersi addirittura in gara con un usignolo nel suo sterminato poema
Adone, non ebbe vita facile. Fu oggetto di gelosie e di critiche invidiose
per il suo successo, fu anche in prigione per la sua indipendenza di parola
e di giudizio, subì una dura condanna da parte della Chiesa per il carattere
erotico dellAdone. Innovatore nel campo poetico, seppe mettere
in evidenza il valore musicale e pittorico della parola, facendo scorrere
le immagini riprese sempre dalla realtà anche la più umile, con un uso continuato
di metafore che si snodano in una serie di altre metafore, suggerite dalla
sua ricca immaginazione.
25
marzo 2004
La
Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it
[i]
E che? Hai mangiato cervello
di gatto, o sorella, che ti sei lasciata scappare dalla memoria lavvertimento
nostro? Per te siamo diventati uccelli, soggetti agli artigli dei nibbi,
degli sparvieri e degli astori; per te siamo fatti compagni di meropi, di
capinere, di cardellini, di strigi, di gufi, di piche, di gazze, di colbianchi,
di fanelli, di tarabusi, di verle, di allodole, di sciabiche, di beccacce,
di lucherini,di fringuelli, di regole, di cinciallegre,di capirossi, di
collitorti, di strisciaroli, di balie, di tuffetti, di forasiepi, di ranocchiaie,
di ballerine, di marzaiole, di bubbole