Poesia della sovrabbondanza

 nel secolo d’oro

di Tina Borgogni Incoccia

 

Il nostro atteggiamento nei riguardi dell’arte barocca è stato a lungo influenzato dal giudizio negativo di Benedetto Croce. Oggi la critica sembra meno diffidente di fronte alla fastosità del barocco, nelle sue varie manifestazioni, e più disposta all’ammirazione, sia pure temperata da una lieve ironia per gli aspetti truculenti o macabri che talvolta sono presenti. La ricerca secentesca di modelli, sempre più originali e tali da stupire, rivela un’irrequietezza a noi oggi piuttosto familiare, indizio di un’inquietudine interiore dovuta  forse alla mancanza di sicurezza, alla paura del futuro e della morte. C’è la presenza di una forte aspirazione edonistica, ma al tempo stesso anche un bisogno di rifugiarsi nel mistero del sacro o nella dimensione esoterica.

In realtà il Seicento è un secolo che possiamo chiamare veramente con il termine spagnolo: siglo de oro. Pensiamo agli scrittori Luis de Gongora, Francisco de Quevedo, Lope de Vega, Cervantes, Shakespeare, John Donne; ad artisti come Vermeer, Bernini, Borromini, Caravaggio, Velasquez; ai filosofi e agli scienziati che rivoluzionarono la visione del mondo. L’arte, nella varietà delle sue manifestazioni, raggiunse risultati splendidi in tante parti di Europa, trovando l’ambiente più adatto alla sua fioritura nei luoghi di maggiore rilievo politico e di maggiore apertura culturale. L’Italia del Seicento, frammentata in vari stati, indebolita economicamente e ormai asservita quasi  del tutto alla potenza spagnola, dovette soprattutto alla Chiesa, pur ferita e divisa dopo la Riforma protestante, la committenza di opere figurative di carattere sacro, destinate a celebrarne l’importanza e i cui risultati affascinarono tutta l’Europa.

In campo letterario la Chiesa cattolica, unico potere unificante rimasto in Italia, data la mancanza di accentramento politico, non favorì l’unificazione linguistica a cui avrebbe potuto sicuramente contribuire, perché mantenne il Latino come lingua ufficiale del culto, diversamente dalle Chiese riformate che adottarono le lingue nazionali.

Un forte ostacolo era anche costituito dalla mancanza di libertà di pensiero, dovuta alla solerte vigilanza degli uffici ecclesiastici preposti alla censura, per il timore di ulteriori deviazioni eretiche rispetto alle norme dottrinali stabilite nel Concilio di Trento.

Le fiabe ingenue e scherzose di Basile

Il nostro libro barocco più bello (lo riconosce per primo Bendetto Croce) fu scritto in dialetto napoletano e questa scelta linguistica ne limitò naturalmente la diffusione. Si tratta de Lo cunto de li cunti overo Lo trattenemiento de li peccerille di Giambattista Basile (1575-1632), pubblicato postumo con uno pseudonimo e conosciuto anche con il titolo di Pentamerone. E’ una raccolta di fiabe, splendida per le metafore ricche e originali, per la vivacità e immediatezza dei dialoghi, per il senso di lieve ironia e di malinconia che la pervade e per il realismo dei riferimenti, nonostante il suo mondo meraviglioso fatto di incantesimi, metamorfosi e stretta interrelazione tra tutte le creature dell’universo. Anche in un semplice elenco si nota il gusto barocco della sovrabbondanza. Quando i sette fratelli di Cianna si vedono trasformati in sette palommielle, per colpa della sorella che non ha ascoltato il loro consiglio durante la loro assenza (giornata IV, novella VIII), essi non si limitano ad un semplice rimprovero, ma esplodono in una lunghissima e vivace enunciazione:

 

«E c’hai magnato cellevriello de gatta, o sore mia, che te hai fatto escire da mente l’aviso nuostro? Eccoce deventate aucielle, soggette a le granfe de niglie, de sproviere e d’asture; eccoce fatte compagne de acquarule, de capofusche, de cardille, de cestarelle, de cardole, de coccovaie, de cole, de ciaole, de codeianche, de zenzelle, de capune sarvateche, de crastole, de covarelle, de gallinelle, de gallinearcere, de lecore, de golane, de froncille, de reille, de parrelle, de paglioneche, de capotortielle, de terragnole, de shiurole, de pappamosche, de paposce, de scellavattole, de sommozzarielle, de sperciasiepe, de rossielle, de monacelle, de marzarole, de morette, de paperchie, de lugane e de turzelupiche. [i] »

 

Povera Cianna! Dovrà affrontare una lunga strada piena di ostacoli prima di arrivare dalla mamma de lo tiempo, per rimediare alla sua imprudenza. 

 

Meravigliare e stupire

Nel campo della poesia brillò per ingegno e versatilità Giambattista  Marino (1569-1625), napoletano e contemporaneo del Basile, che operò non solo in Italia ma anche in Francia, dove era stato invitato da Maria de’ Medici, vedova di Enrico IV. Marinismo, dal suo principale esponente, si chiamò infatti la corrente poetica che ne imitò  l’esuberanza formale. Egli scrisse in lingua italiana, ma le sue poesie erano destinate agli intellettuali che soli erano in grado di valutare adeguatamente la rivoluzione formale da lui operata nei riguardi dello stile poetico precedente, ispirato a un ideale  di compostezza e misura di derivazione classica, ma ormai ripetitivo e tale da non soddisfare più le nuove esigenze. Fu Marino, infatti, ad affermare orgogliosamente:

 

E’ del poeta il fin la meraviglia,

parlo dell’eccellente e non del goffo,

chi non sa far stupir, vada alla striglia!             

(da La Murtoleide: Fischiate del cav. Marino)

    

Nei suoi versi abbondano infatti giochi di parole, elencazioni, richiami fonici, metafore. La sua è una poesia avvolgente, sinuosa come le colonne del Bernini che si innalzano serpentine a sorreggere il sontuoso baldacchino dorato di S. Pietro, in un’atmosfera vagamente orientale. Marino può generare stanchezza e sazietà, ma la sua abilità è seducente.

Nel sonetto Per la sua donna (dalla raccolta di versi La lira, del 1602, arricchita nel 1608), dopo un invitante doppio richiamo al gioco di parole caro al Petrarca (l’aura, l’aura), il poeta si diverte a evocare il termine oro, metafora dei capelli biondi, o direttamente: globi d’or, aurea selva, aurati stami, o fonicamente: sorgendo, oriente, fiori, or del bel seno or del bel volto, amor, cor. Allo stesso modo egli fa risplendere la parola sole, annunciata nella prima quartina, ripresa nella prima terzina con cambio di accento, sòle e trionfalmente ripetuta ben quattro volte alla fine del sonetto: sol, sole, girasole, sole.

 

A l’aura il crin ch’a l’aura il pregio ha tolto,

sorgendo il mio bel Sol del suo oriente,

per doppiar forse luce al dì nascente,

da’ suoi biondi volumi avea disciolto.

 

Parte scherzando in ricco nembo e folto

piovea sovra i begli omeri cadente,

parte con globi d’or sen gia serpente

tra’ fiori or del bel seno or del bel volto.

 

Amor vid’io, che fra i lucenti rami

de l’aurea selva sua, pur come sòle

tendea mille al mio cor lacciuoli ed ami;

 

e nel sol de le luci uniche e sole

intento e preso dagli aurati stami,

volgersi quasi un girasole il sole.

 

L’artificio risalta talvolta in maniera troppo evidente, come avviene nel sonetto intitolato Alla gelosia (Da La lira):

 

Tarlo e rima d’amor, cura mordace

che mi rodi a tutt’ore il cor dolente,

stimolo di sospetto a l’altrui mente,

sferza de l’alme, ond’io non ho più pace,

 

vipera in vasel d’or cruda e vorace,

nel più tranquillo mar scoglio pungente,

nel più sereno ciel nembo stridente,

tosco tra’ fior, tra’ cibi arpia rapace,

 

sogno vano d’uom desto, oscuro velo

agli occhi di ragion, peste d’Averno,

che la terra aveneni e turbi il cielo,

 

ov’amor no, ma sol viv’odio eterno

vanne a l’ombre d’abisso, ombre di gelo!

Ma temo non t’aborra anco l’inferno.

 

Notiamo la sproporzione tra le parti, cioè una rottura di codice all’interno della forma equilibrata tradizionale del sonetto. C’è infatti un primo lunghissimo periodo di tredici versi che contrasta con il secondo brevissimo, formato da un solo verso, l’ultimo. La costruzione è prevalentemente nominale, trattandosi di un lungo elenco di tredici nomi accompagnati da aggettivi, un vero caleidoscopio di metafore: tarlo, lima, cura, stimolo, sferza, vipera, scoglio, nembo, tosco, arpia, sogno, velo, peste, sei delle quali all’inizio del verso, quindi in posizione di maggiore efficacia. Il poeta gioca sulle ripetizioni, le assonanze, le inversioni foniche. E’evidente l’insistenza sulla parola chiave: amor esplicita o implicita per tre volte nel primo verso: (tarlo e lima d’amor, cura mordace) e il rincorrersi ad arte nei versi successivi, della vibrante lettera r, con ripetizioni o inversioni foniche di alcuni fonemi: (tosco tra’ fior, tra’ cibi arpia rapace), (che mi rodi a tutt’ore il cor dolente ), le costruzioni grammaticali ossimoriche: (che la terra avveneni e turbi il cielo), (sogno vano [...] oscuro velo), i parallelismi: (ombre d’abisso, ombre di gelo).

C’è un grande sfoggio di bravura, il gusto dell’ornamentazione più che il rigore della linea. Manca un’immagine della gelosia frutto di una vera intima pulsione, mentre il verso finale ha un effetto un po’ troppo risuonante, con il ritorno raddoppiato della lettera r: ma temo non t’aborra anco l’inferno. Forse, l’evocazione più sincera dello stato d’animo amaramente struggente della gelosia (che non è mai nominata), è al verso nove, con l’immagine malinconica del sogno vano che fa pensare ai fantasmi dell’immaginazione e dell’oscuro velo che turba la razionalità.

Giambattista Marino, apparentemente così felice di abbandonarsi alla creazione poetica, tanto da mettersi addirittura in gara con un usignolo nel suo sterminato poema Adone, non ebbe vita facile. Fu oggetto di gelosie e di critiche invidiose per il suo successo, fu anche in prigione per la sua indipendenza di parola e di giudizio, subì una dura condanna da parte della Chiesa per il carattere erotico dell’Adone. Innovatore nel campo poetico, seppe mettere in evidenza il valore musicale e pittorico della parola, facendo scorrere le immagini riprese sempre dalla realtà anche la più umile, con un uso continuato di metafore che si snodano in una serie di altre metafore, suggerite dalla sua ricca immaginazione.                                                                                    

Tina Borgogni Incoccia

 

25 marzo 2004

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it



[i] E che? Hai mangiato cervello di gatto, o sorella, che ti sei lasciata scappare dalla memoria l’avvertimento nostro? Per te siamo diventati uccelli, soggetti agli artigli dei nibbi, degli sparvieri e degli astori; per te siamo fatti compagni di meropi, di capinere, di cardellini, di strigi, di gufi, di piche, di gazze, di colbianchi, di fanelli, di tarabusi, di verle, di allodole, di sciabiche, di beccacce, di lucherini,di fringuelli, di regole, di cinciallegre,di capirossi, di collitorti, di strisciaroli, di balie, di tuffetti, di forasiepi, di ranocchiaie, di ballerine, di marzaiole, di bubbole.