Grazia Deledda, Il paese del vento

 

di Paola Pinna

Con questo intervento critico Paola Pinna ha meritato la segnalazione speciale "Studi deleddiani" del Premio letterario nazionale "Grazia Deledda". Nuoro 26 novembre 2005

 

Dal paese del vento o si scappa o chi ci rimane muore, dice il marito di Marisa, pescatore, uno che dice sempre quello che pensa.

Pubblicato nel 1931, Il paese del vento è uno degli ultimi romanzi di Grazia Deledda. L’ultimo sarà Cosima (quasi Grazia).

Scritto in prima persona, con una struttura linguistica e sintattica sarda e latina _  preparativi grandi si facevano_ narra il percorso interiore e di formazione della scrittrice, in parallelo narrativo col tragitto e l’approdo del treno del viaggio di nozze nel paese, dove alla prima uscita il suono di un violino evoca la casa paterna. La casa da cui proviene il suono è quella di Gabriele, primo amore di sguardi al di sopra della tavola da pranzo, platonico e profondo amore eterno di adolescente.

La descrizione della casa paterna _ quadrata e grezza come una torre _ corre veloce dall’interno verso l’esterno, dalla culla un po’ fredda d’affetti al caldo delle prime giornate di primavera. I paesaggi sono visti dalle finestre di casa.

Il viaggio interiore parallelo al racconto svela tardi perché l’autrice ha scritto questo libro: per giustificarmi di fronte ai vivi e ai morti e soprattutto di fronte alla mia coscienza della passione giovanile per Gabriele. Anche Gabriele si svela, tardi: e posso dirle anch’io, adesso, che come tale venni. Per consiglio di mio padre, che desiderava un matrimonio fra noi due, ma soprattutto per volontà mia.

Gabriele, un Cristo senza croce, ospite in casa di un cieco si svela nel paese dove il vento della vita tacerà  per sempre. Due personaggi, questi, insinuati nel racconto quasi come fantastici in maniera letterariamente formidabile da Grazia Deledda.

I pochi essenziali personaggi familiari della prima parte del racconto compaiono tratteggiati  dentro la casa paterna _ il padre, il notaio e il servo, la madre, le servette. Gabriele, cesura-fantasma della prima parte, è collegamento fisico e simbolico con la seconda: cammina vestito di nero, con addosso i segni e il colore giallognolo della morte imminente lungo l’arenile del paese disabitato in quella stagione. Metonimia della crescita interiore, della fase di nuova vita che il marito rappresenterà da lì in poi, egli riceverà la confidenza dello smarrimento e della paura provata alla vista di Gabriele, o di un fantasma che mi ricordava Gabriele?

La maturità e il mondo, la scoperta e l’accettazione di sé, di giovane donna non più la dolce fidanzata di ieri, ma l’acre moglie dell’avvenire si fanno strada nelle domande, nella rabbia verso se stessa ripensando al ventenne che l’ha delusa, dopo l’incontro nella casa paterna. Marisa, il marito di Marisa, il cieco e il suo inquilino entrano nella seconda parte del romanzo presi per mano proprio da suo marito, come da una guida verso il futuro: Nonostante tutte le precauzioni e i provvedimenti del caso, il nostro viaggio di nozze fu disastroso.

L’incipit del romanzo trae subito in inganno e una curiosità morbosa di statistica memoria spinge a bere il racconto. La scrittrice insiste: la realtà incrinò il sogno presuntuoso dell’avere il mondo in mano, e dalle mani che si separano pudicamente per la presenza di altri nel treno, lascia che si stacchino anche le anime. Il senso di sgomento di quell’attimo l’accompagnerà a tanti anni di distanza, nonostante il temperamento forte di una donna nata in un paese dove la donna era considerata ancora con criteri orientali.

La formazione diventa grandiosa, come i piccoli temi quotidiani o dove i minimi segni della realtà prendono forma di simboli. L’istinto da ragazza  era quello di nascondersi, il suo corpo non doveva esistere né per gli altri né per se stessa, nascondeva soprattutto gli occhi per celare il bisogno intenso di vita. Per questo scelse l’uomo del suo primo viaggio sulla terra: perché nei suoi occhi che nulla nascondevano, trovavo un principio del mistero che cercavo.

Il fascino del mistero svanisce presto, già per quel contatto carnale durante l’orrendo viaggio con le reclute tanto da farle dire: sono condannata a vivere sola […] Questo forse è il destino di tutti: essere soli. Inconsapevole ancora del fatto che erano l’ignoranza della vita e la diffidenza atavica di tutto quello che è nuovo a creare il dramma, nella convinzione che tutto quello che si lascia è buono anche per l’uomo che concepisce la poesia solo in modo animalesco: Io lo seguo; ma è il cuore che mi pesa, adesso, ed ho la stanca impressione di salire su un monte, invece che di scendere verso il mare.

L’avventura del matrimonio ha sradicato la protagonista dalla sua terra, dalla sua casa e la porta il giro per il mondo. Il pianto infine suggellerà e laverà il dolore infantile, mischiandolo al fondo di compiacenza romantica destata dalla situazione. Il pianto di un’anima che non chiede aiuto, ma si lamenta con se stessa. Il suono di un violino. Quel suono che le sembrava del tutto fantastico, o che uscisse dal subcosciente, evoca quella casa paterna con le travi da cui pendevano grappoli di uva e di frutta, di cipolle e di pomidoro, la particolare residenza all’ultimo piano, rifugio di lettura e altro, con uno scaffale pieno di libri e uno scrittoio antico.

Dalle finestre, montagne e montagne, rocce all’ombra di monoliti, macchie argentee di granito e zone dorate di felci e di asfodelo. La valle, non visibile dalla finestra, coi boati del vento, mandava un’eco stessa della sua adolescenza turbinosa di sogni e desideri inappagati. E nella valle, nel podere di famiglia un vecchio contadino, un eremita, un essere aderente alla natura, il mito della terra che offre tutti i suoi doni, anche i più selvatici, all’uomo che sa apprezzarli. Da ragazza aveva la mania delle privazioni, ma si abbandonava a quello che la madre considerava il più grosso peccato, la continua avida lettura di libri non adatti a lei, ma che aprivano l’anima

 

lentamente, da sola, ora per ora, foglio per foglio di libro, come la rosa centifoglia che pare aperta del tutto mentre conserva fino in ultimo nel suo centro qualche petalo ancora chiuso.

 

I libri erano ottimi: grandi classici, nostri o tradotti, volumi in latino, libri religiosi. Gli insegnamenti religiosi le venivano dalla madre. Sempre occupata ad arrostire capretti. Il padre guadagnava bene e riadattò la casa e anche la camera alta ebbe gloria, ma per affittarla: il primo a farlo fu il padre di Gabriele, un notaio. L’uomo che più le ispirò soggezione in tutta la sua vita. Il servo del notaio aveva confidato alle domestiche il disegno del padrone: imbastire un matrimonio tra Grazia ed il figlio, cosa che le destò un malessere torbido e luminoso insieme: qualche cosa come il subbuglio delle nuvole sul Monte… Gabriele entra nella stanza mentre lei legge i Martiri di Chateaubriand: alto e bello, vestito con eleganza correttissima, serio e beffardo, spaventata dal suo sorriso e che ciò pareva quasi la rivelazione di un mistero: in realtà la mia vita di quei tempi era così sola  ed immobile che ogni più piccolo avvenimento mi pareva un fatto straordinario. Arriva Gabriele, l’ospite atteso, in fondo già amato.

La madre e le serve parlavano di lui, la madre, taciturna e pensierosa, cuciva sempre abiti per i fratelli, e all’arrivo di Gabriele ne aveva uno fra le mani sottili dove il solo anello matrimoniale brillava modesto. Ma non era contenta che lei stesse tutto il giorno  nascosta qua e là, a leggere, a fantasticare, a far nulla. La gioia di lei quando arrivavano ospiti consisteva nel preparare per loro dei veri banchetti. L’arrivo dell’ospite nella casa paterna crea l’attesa di un futuro con lui e il pranzo è apparecchiato col tovagliato dai garofani intrecciati nella trama, in una danza, come mandassero un misterioso odore di festa nuziale.

Quando l’ospite ritornerà da una passeggiata per il pranzo con la sua presenza dà un senso di minaccia, quella che attuerà poco prima della morte al paese del vento, nella casa del cieco, che, unico vedente, la salverà. Di lui tutto le piaceva, ma bastava un piccolo gesto esagerato  perché la sua immagine si scomponesse di nuovo e di nuovo le destasse turbamento d’angoscia. Fino a sentire un malessere quasi fisico, un senso di soffocamento. Come quando le chiese: Tu studii? e lei rispose: Io non ho mai studiato: non so quasi neppure scrivere e leggere.

I discorsi della prima sera rimasero stampati nella sua memoria come in un libro, tanto da non riuscire a riferirli tutti perché nel rievocarli  le destano un senso di malessere. Dopo tanti anni il canto incerto ed ambiguo del violino di Gabriele è la voce di un lamento.

Quando muore il padre le cose in famiglia mutano in peggio. Anche la camera degli ospiti venne affittata e questa portò fortuna. L’inquilino, un segretario della prefettura, tutti spingevano perché lo sposasse, ma dopo la prima delusione, lei non leggeva più, si accaniva a pulire gli angoli più oscuri e trascurati della casa. Così scendeva nelle profondità buie della sua coscienza, ma sentiva che la vita se ne andava in malinconia. Ed ecco un giorno l’incontro in altra casa, dove si avvia un gioco di seduzione, col futuro marito e nella stanza fu uno sfolgorio di sole: al momento della penitenza _ come descriveresti il futuro marito _ rispose: come lei, coraggioso, deciso, fatale.

Nel maggio seguente furono celebrate le nozze. Dopo la digressione, il ritorno al presente del viaggio di nozze. Gli accordi di un violino si fanno lontani e come sotterranei, provenienti dalla casa del cieco. Ora il paese del vento diventa proprio il paese della luna di miele.

Si scende verso il mare, alla spiaggia di sabbia finissima, dove il vento l’ammucchia in vere dune. Appare qui in fondo all’arenile un uomo vestito di nero, giovane ancora ma evidentemente malato. Gabriele avanza e il ricordo sepolto nelle fondamenta balzò fino ad ottenebrarle la mente: nell’uomo ha riconosciuto Gabriele. Comincia il tormento: doveva o no parlarne al suo compagno? Il paesaggio è ora la sola fonte di felicità. L’aria è così trasparente che si ha l’impressione di trovarsi dentro un diamante. La camera da letto diviene familiare e lascia che Marisa senta l’odor d’amore nella stanza che ogni mattina pretende e ottiene di rigovernare. L’uomo nero compare sempre sullo sfondo, dove il muro azzurro del mare ricingeva la terra.

Doveva parlargli di Gabriele? si, doveva… non voleva intorbidare i primi giorni di vita in comune.

Arriva il vento, annunciato e descritto dal garzone del farmacista che quando ancora non è arrivato al suo massimo di  forza, ha una voce d’invito, come una musica che eccita alla danza o alla marcia. Le passa davanti, le solleva le vesti e i capelli, la riprende il desiderio di misurarsi con lui, sente di essere anche lei una forza naturale e vuole

 

attraversarlo come lui attraversa gli alberi e i cespugli. Il mare è azzurro, tranquillo, appena increspato dalla furia del mostro.

[…]

Il demonio divoratore fu una specie di tifone che imperversò per tre giorni e pareva che piangesse il vento angoscioso, ululando un suo dolore terribile e la sua follia di vendetta.

 

Lei non smette mai di leggere, quasi nascondendosi tra le pagine per nascondere il suo pensiero. Si sentiva spinta da una fatalità simile a quella che spingeva i personaggi del libro che leggeva.

 

Qui c’è un uomo che deve morire tra poco, e sa di morire, non devo negargli il conforto di quello che ha da dirmi, ma perché di nascosto? Eppure non ero contenta di me.

 

Il terzo giorno del vento Marisa annuncia che l’inquilino s’era messo a letto. Si sentiva sollevata al pensiero della prossima fine di Gabriele. Il vento cessò e

 

come una farfalla attirata dal lume, io andavo verso la casa del cieco di guerra. Una finestra venne socchiusa e il suono del violino di Gabriele tremolò nell’aria incantata, una nenia di morte in quelle vibrazioni arrivava fino a me.

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Adesso che avevo espresso il desiderio, anzi la decisione di andare, non di nascosto, da Gabriele, sentivo una grande gioia triste dentro di me. Sentivo che era lui a chiamarmi a chiedermi quel colloquio dal quale l’anima sua avrebbe tratto l’estrema forza per partirsene tranquilla da questo al paese dove il vento della vita tace in eterno.

 

Un suono d’organo si sostituisce al violino nella passeggiata per una strada alberata chiusa da fossi dove l’acqua verde è ricamata di  foglie strappate dal vento, e il ricordo dell’accordo del violino di Gabriele pare sgorghi dall’acqua  e ne rifletta il tremolio verde: E’ il rospo che chiede amore alla sua compagna.

Compare il sorriso diabolico dell’antico Gabriele, che ora svela di aver portato la sua anima nella casa paterna e lì l’ha lasciata, mentre lei lo ha scambiato per un commediante, un giocoliere e le parole si fanno violente come i gesti e l’alito di malato viola i suoi capelli. Il ricordo del marito le diede una forza violenta capace di strappare i polsi dalle mani di Gabriele.

 

Io stessa ero un’altra. Ora gli occhi riflettono quelli del mio nemico. Ma il ricordo del piccolo specchio che raccolse il mio viso, e gli occhi miei dopo il primo incontro con lui, illumina l’opaco affanno del mio cuore: io sono ancora come quel giorno, senza colpa e senza responsabilità; e se, involontariamente, ho fatto del male, è perché il male è nella vita stessa, come il bene.

 

Narra una leggenda che quello è il paese in cui tutti i forestieri che tentano di stabilirvisi o si ammalano o impazziscono o muoiono. Dunque, bisogna  andarsene presto, da questo paese. E d’improvviso le parve di essere riafferrata dalle mani di Gabriele.

A casa, dopo un banchetto in onore di suo marito, esclama: Finalmente! Mi pare di essere tornata da un lungo viaggio e il viaggio interiore nel paese battuto dal vento del ricordo _ ora distrutto _ sta per finire. La scena diventa film. Il marito

 

anche lui si spogliava,  con lenta indolenza: poi d’un tratto si rimise la giacca, si riannodò la cravatta, come dovesse uscire  di nuovo. Si appoggiò invece al dappiede del letto e disse con quella strana voce che ancora non gli conoscevo: dove sei stata, oggi.

[…]

Come rispondere? con la verità. Il mio compagno però indovinava i miei pensieri. Finalmente le lagrime sgorgarono silenziose dai miei occhi e mi purificarono il viso. Ma le labbra rimasero chiuse: poiché solo il pianto che scaturisce dall’anima meravigliata del mistero che guida le vicende umane può esprimere questa meraviglia. E invero qualche cosa moriva in me, quella notte.

 

La mattina dopo il signor Fanti, il cieco, le annuncia la morte di Gabriele.

La realtà si era fatta luminosa, di spazio, di sollievo, di gioia. A costo di apparire dura e crudele al Fanti disse: meglio così. 

E’ la scrittura, lo stile, a fare di questo romanzo breve coraggiosamente autobiografico un gioiello di narrativa del Novecento.

L’intera opera di Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura nel 1926, oggi è da rileggere con  rispettosa sensibilità per meglio liberarne le fragranze finalmente dalle pastoie degli stereotipi interpretativi onnicomprensivi e lapidari. La descrizione dei paesaggi e dei personaggi è funzionale alla narrazione di sé, presto e spesso riferite alla sua terra, ma non solo. La critica ha osservato finora più l’ambito dei contenuti piuttosto che l’insieme complessivo di forma felicemente compresa nei diversi e spesso gravi elementi di introspezione, più densa questa delle lievi eppure intense descrizioni. La difficoltà dei critici di restituire letterariamente l’intera opera di Grazia Deledda parte forse dalla scarsa divulgazione delle ultime fatiche della scrittrice, ma appartiene con maggior probabilità alla sfera più alta di quel fenomeno non ancora del tutto scientificamente spiegato che è la comunicazione artistica e che per Grazia Deledda alberga felicemente nascosta nella lingua adoperata che si intuisce “altra” ancorché scritta in italiano.

La leggerezza della felicità di leggerla sta nel lasciarsi trasportare dalla sua scrittura, come quelle barche che dopo il maestrale lei stessa vede andare calme al largo, con le vele gonfie, colorite come tulipani.

Paola Pinna

Illustrazione: Aligi Sassu per Cosima di Grazia Deledda (Milano, Mondadori, 1947)

Il paese del vento è pubblicato dal 1981 negli "Oscar" Mondadori.

8 marzo 2002. Giornata internazionale della donna                               

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