Giorgio Bassani e i 57 grammi della palla da tennis 
di Fausta Samaritani
«Ero un ragazzo dotato di un fisico eccellente (giocavo a tennis niente affatto male, ormai posso dirlo senza falsa modestia), e la vita per me era tutta da scoprire: qualcosa di aperto, di vasto, di invitante, che mi stava dinanzi, e a cui mi abbandonavo con impeto cieco, senza mai voglia di ripiegarmi su me stesso un momento solo.» Così ricordava Giorgio Bassani il tempo della sua primavera ferrarese. Giocava a tennis al Circolo Marfisa dEste, in via Aurelio Saffi, il più esclusivo di Ferrara. A Bologna vinse il campionato di Emilia Romagna, classificandosi in seconda categoria. Poi, con le Leggi razziali, tutta la famiglia Bassani fu espulsa dal Circolo Marfisa dEste ed egli ricordò laccaduto in una pagina de Il giardino dei Finzi-Contini.
Un altro campione, uscito dallo stesso circolo di tennis ferrarese: Michelangelo Antonioni. Un compagno di banco di Bassani, alle elementari e poi al Liceo Classico Ariosto di Ferrara: Lanfranco Caretti. Un suo compagno allUniversità di Bologna: Attilio Bertolucci. Un suo amico degli anni bolognesi: Giorgio Morandi, che Bassani considerava il più grande pittore del tempo. Il suo professore di Arte allUniversità di Bologna: Roberto Longhi. Tra i suoi amici: Cesare Garboli, Pasolini, Piero Calamandrei, Mario Soldati, Elena Croce, Augusto Frassineti, Anna Banti, Pietro Citati, Carlo Ludovico Ragghianti, Giuliano Briganti.

Giorgio, Paolo e Jenny Bassani nel 1937, al Circolo Marfisa d'Este
A metà degli anni Cinquanta Bassani e Pier Paolo Pasolini lavorano insieme nella redazione del rotocalco Mondo doggi, in via Veneto, a Roma. Patiti entrambi per lo sport, durante le pause organizzano piccoli tornei di calcio con una pallina da tennis, tornei che poi spesso proseguono al Galoppatoio di Villa Borghese.
Negli anni Settanta Bassani torna alla poesia. In gran segreto (Mondadori, 1978) raccoglie liriche, scritte fra il 1974 e il 77 e in parte già note al pubblico. Il verso, che fa a meno di punteggiatura, è secco, quasi un rovescio.
no mi
riposo
Ma domani gioco però e
con
coso
da me scordato iersera dentro il metallico
armadietto del Circolo
e là rimasto nel buio pesto e stantio fra la Dunlop
laccappatoio di spugna due paia
di vecchie scarpe mezze rotte lasciugamano
non proprio di bucato quel decrepito
golf stile 38 che ti fa sempre un po ridere e non so che altro&
Tu però non venirci ti supplico non cercarmi di
notte lascia
che riposi da solo fino a giorno pieno nel piccolo
mio letto
piantala
di tirarti tutta indietro sulla sedia
di plastica
di mostrarmi soltanto la punta del nasino
di sotto in su
i bianchi degli occhi
[&] Abbiamo giocato spesso, soprattutto durante un campionato Italiano che coincise con Italia 60, a Torino. E anche a Roma. Il gioco di Giorgio era molto geometrico, e si articolava intorno a una battuta e un rovescio regolari, soprattutto ad un diritto molto penetrante. Era un giocatore riflessivo, non regalava errori gratuiti, rischiava solo a ragion veduta, ma una volta che mi inventò dun tratto una smorzata al volo, in contropiede, mi gridò: Ma tu non ricordi che io ho cominciato da poeta. E finirò, da poeta [&] Mi disse che quelli del tennis erano i soli momenti nei quali si poteva parlare in assoluto del presente, allinterno di un libro, Il giardino dei Finzi-Contini, nel quale il presente non faceva altro che volgersi al passato, mentre ancora si svolgeva, quasi un accorato disfacimento, unimpotenza a vivere.»
I versi di Foro Italico giugno 72 sono in Epitaffio, edito da Mondadori nel 1974. In questo volume Bassani ha raccolto poesie scritte nel biennio 1972-74. Sono versi tracciati senza il filtro del sentimentalismo, in una forma scarna che risente della improvvisazione. Bassani poeta raccoglie il germe del narrare tipico di Bassani romanziere, lo libera dai legacci del racconto spiegato a tutto tondo, lo riassume nellattimo di una singola azione, di uno scorcio, dentro una dimensione tempo-spazio delimitata e conclusa in poche parole. Questo Bassani poeta, adulto e innamorato, è ironico, dolente, spersonalizzato. Scrive versi con accelerazioni e fermate brusche, avaro di aggettivi, e quando li trova sono freddi, vitrei. Riversa locchio sul presente, escludendo ogni soggettivismo lirico. In questi anni Bassani è un intellettuale deluso, assediato da una letteratura montante che gli è estranea e a volte contraria. Piano, piano prende anche le distanze da vecchi amici.
Inutile cercare a Ferrara, in corso Ercole I dEste, la villa e il parco dei Finzi-Contini, con i faggi, i tigli, i pioppi, i platani, i lecci, gli abeti e& il campo da tennis. È un luogo dellanima. Inutile cercare una famiglia Finzi-Contini. Hanno la vocazione di vivere appartati, in solitudine. Il muro di cinta, entro il quale questa famiglia ebrea esclusa dalla comunità ferrarese si è chiusa, non è che una illusione ottica. Questo isolamento aristocratico e superbo forse è un rimpianto del ghetto: vogliono forse lottizzare il Barchetto del Duca _ si chiede il padre di Giorgio _ trasformandolo in una specie di kibbùz, sotto il loro preciso controllo?
Eppure, la descrizione delle persone e del posto, fatta da Bassani, è più vera della realtà e lo scarto tra luogo immaginario e paesaggio concreto, tra persone e personaggi, è minimo& Cera davvero una piccola Micòl, a cavalcioni del muro di cinta del Barchetto del Duca? Sarebbe ozioso, oggi, tentare di sapere se sia esistita veramente.
«_ E questautunno, di mettermi lì buona buona me la sento ancora meno. Lo sai che cosa mi piacerebbe fare, caro te, invece di seppellirmi in biblioteca?
_ Sentiamo.
_ Giocare a tennis, ballare, e flirtare, figurati!
_ Onesti svaghi, tennis e ballo compresi, a cui, volendo, potresti benissimo darti anche in Venezia.
_ Sicuro. Con la governante dello zio Giulio e dello zio Federico sempre alle calcagna!
_ Beh, per il tennis non mi dirai che non potresti farlo. Io, per esempio, appena posso prendo il treno e filo a Bologna a&»
Con questo dialogo tra Giorgio e Micòl siamo alla fine del secondo capitolo, parte II, de Il giardino dei Finzi-Contini. Dopo il colloquio Giorgio, le cui dimissioni dal Circolo di Tennis Eleonora dEste sono state già accolte, con un piccolo e scelto gruppo di amici è invitato a giocare a tennis sul campo che è nel parco Finzi-Contini, per «godere assieme, in barba a tutti i divieti, quanto di bello restava da godere della stagione.»
Era solo un polveroso campo di patate: ma Micòl e Alberto Finzi-Contini, su quel campaccio avevano giocato fin da bambini.
Lultima scena del romanzo è un notturno nel parco: «La radura, il tennis, il cieco sperone della magna domus, e poi, là in fondo, incombente sopra le cime fronzute dei meli, dei fichi, dei susini, dei peri, lo spalto delle Mura degli Angeli. Tutto appariva chiaro, netto, come in rilievo, in luce meglio che non di giorno.»
Giorgio ha scoperto che Micòl e Giampi Malnate si incontrano segretamente.
«_ Che bel romanzo, sogghignai, crollando il capo come davanti a un bambino incorreggibile.»
Bibliografia: Giorgio Bassani Opere, II edizione, a cura e con un saggio di Roberto Cotroneo, Milano, Mondadori, 2001.
Convegno Giorgio Bassani La palla da tennis di Mario Soldati
8 gennaio 2004
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it