Gesù Bambino adorato dai Pastori 
Pastorale da cantarsi nell’Oratorio dei P.P. della Congregazione di San Filippo Neri
detti della Madonna di Galiera
Musica del Signor Giambattista San Martini
Bologna, Nella Stamperia bolognese di San Tommaso d’Acquino, 1734
Interlocutori:
Tirsi, Pastore, Elpino, suo Figliuolo, Giglia, Pastorella, Angelo
Tirsi. Oh qual’io veggio insolito splendore
Spargersi ai colli intorno!
Come mai s’avvicina
Più chiaro a noi, pria dell’usato, il giorno!
Elpino!
Elpino. Padre?
Tirsi. Ah come al sonno, o Figlio
Ti pieghi mai: Già sorta è in Ciel l’Aurora,
E ancor non apri il ciglio?
Elpino. Ah come presta mai scorse la notte!
Tirsi. E pur, s’io miro il carro suo stellato,
Leggo nel Ciel, che a mezzo il corso è ancora.
Elpino. E sarà dunque Aurora, e notte insieme?
Tirsi. Come esser può? Ma penso
Forse, che io sogno, o che m’inganna il senso,
Gira il Sol d’orto in occaso,
Con misura,
Per volere di natura,
Che cangiar mai non si può.
E se torce dall’usato
Suo sentiero,
E’ sol forza dell’impero
Di Colui, che lo formò.
Gira il Sol ecc.
Elpino. O tu, Padre, non sogni, o sogno anch’io;
Ch’io veggio, e appena il credo
Nascermi i fiori al piede;
Privo di neve il monte, e verde il campo;
E per le valli correre i ruscelli.
Sento un’aura d’Aprile
Scherzarmi in fra i capelli,
E tra le siepi odo cantar gli Augelli.
Tirsi. Ah Figlio, ora m’avveggio,
Ch’io non sogno, o vaneggio.
Altro dirti non so. D’alto stupore
Ripiena ho l’alma.
Elpino. Ed io gioia il core.
Quanto diletto avrò,
Se torna Primavera,
Veder mattino, e sera
Danzar sul praticel Ninfe e Pastori.
La rete allor potrò
Tendere ai cari Augelli
E dai verdi arboscelli
Cogliere i dolci pomi, e i vagli fiori.
Quanto ecc.
Tirsi. Poco, o Fanciul, comprende
La tua semplice età, perciò misuri
Nell’umane vicende
Il tuo diletto e la cagion non curi.
Ma intanto il Sol non veggio,
E già s’avanza il giorno più veloce
Del nostro ragionare, e del pensiero.
Elpino. Oh strana maraviglia! oh gran mistero!
Tirsi. Mira l’onesta Pastorella Giglia,
Come, attonita anch’essa, alza le ciglia.
Ella a gran passi già ver noi s’accosta.
Giglia. Elpino, Tirsi, e come mai sì presta
L’Aurora è giunta, ed è già nato Maggio?
Tirsi. Cerchi in van, Pastorella,
Ch’io ti sveli il profondo, occulto arcano,
Ove la rozza mia mente non giunge.
L’alta cagion sia manifesta a Lui,
Che l’universo regge,
E prende sol dal suo voler la legge.
Elpino. Deh, Padre, Giglia, meco in Ciel lo sguardo
Volgete a quella bianca nuvoletta.
Oh quali spande dal purpureo lembo
Bei rai di foco. Il Sole forse ha in grembo.
Giglia. Oh come s’avvicina a poco a poco!
Ecco si squarcia. Ah che mi abbaglia il lume!
Tirsi. Non so se Spirto, od Uom, Giovine alato
Da quella a noi discende,
Che farà mai? chi l’alto arcano intende?
Giglia. Qual’arboscello tenero
L’aure agitate scuotono,
Combattono quest’anima
La gioja, ed il timor.
Godo in mirar gl’insoliti
Segni, che in Cielo nascono;
Ma pria che a me si scoprono
Non s’assicura il cor.
Qual ecc.
Angelo. Questa ch’io vi recai, luce Divina
Sul poter di natura
Le vostre menti affina;
E bench’io parta, ella con voi qui dura.
Per lei compreso avete
L’alto mistero. Ella v’ispirerà
Sensi, e parole, e tutto oprar saprete.
Che più bramar si puote? Ite felici
Messaggero son’io: Colà mi chiama
Il Divin Pargoletto,
Ite, ch’io là men volo, e là vi aspetto.
Elpino. O dolce Messaggero,
Sulle tue belle piume
Deh portami con te.
D’ogni Pastor primiero
Del Pargoletto Nume
Vorrei baciare il piè.
O dolce ecc.
Volò, né più m’ascolta.
Qual sarà mai del mio Signor l’immago
S’ha fra suoi servi in Ciel Spirto sì vago?
Padre, vorrei mirarlo tosto.
A veder la grand’opra,
Che Dio ci palesò;
Ma pria sian scelte nostre umìli offerte,
Povere sì, ma forse a Lui più grate.
S’ei nacque, e così volle, in povertate.
Credo, ch’almen s’appagherà del core.
Tirsi. Elpino, Giglia, oh come in pochi istanti
Il cor mi crebbe, e il senno!
Anch’io da quel di pria
Sento cangiarmi, e cose
Penso fra me troppo di me maggiori.
Elpino. Prodigio è questo della nuova luce,
Ed ora ben comprendo
Quel, che nascendo poco fa dicea
La bella Aurora, ed io non l’intendea.
Giglia. Ed io non intendea quel, che nascendo
Dicea la Primavera, ed or l’intendo.
Volea dir la bella Aurora:
Di quel Sole io son foriera,
Che la fiamma del suo amore
Né suoi figlj accenderà.
Volea dir la Primavera:
Chi di voi la cuna infiora
Del Supremo Facitore
Alla bella Umanità
Volea ecc.
Tirsi. Cogliete i fior, cogliete, o Pastorelli
E i verdi ramoscelli,
Per coronar la capannella umìle,
Pria, che il Verno li strugga. Il cor mi dice,
Che questo è un verde Aprile,
Indizio sol di quell’età novella,
Ch’ei ci promette in Ciel eterna e bella.
Giglia. Taci, Tirsi, ed ascolta
Quale armoniosa voce in Ciel risuona!
Elpino. Oh come dolci mai
Sono i celesti suoni!
Fosser così le pastorali avene [1] .
Tirsi. Con sì soavi modi
L’etereo coro a festeggiar c’invita
L’alta bontà infinita
Di lui, che nacque col leggiadro velo
A far più chiaro il suolo, e bello il Cielo.
Dunque ciascun di noi
A preparar s’accinga i doni suoi,
E sia concorde in tanto
Alle voci del Ciel il nostro canto.
Angelo. Gloria a Dio su l’alte sfere,
Pace all’Uom, che l’ama in terra.
Tirsi, Elpino, Giglia. Pace all’Uom, gioja, e piacere.
Angelo. Gloria ecc.
Gian Battista Sammartini (Milano 1701-Milano 1775), musicista dallo stile personale, si colloca tra l’età tardo barocca e il preclassicismo. È considerato il primo maestro della sinfonia. Nel 1724 è nominato maestro di cappella a Santa Maria delle Grazie e nel 1728 divine maestro di cappella a Sant’Ambrogio. Per quattro anni accoglie tra i suoi studenti Gluck. Nel 1758, insieme ad esponenti della nobiltà milanese, fonda l’Accademia Filarmonica. Pubblica a sue spese le Sonate Notturne (1763). A casa Melzi incontra nel 1770 il giovane Mozart. Le sue 71 sinfonie sono brevi: durano circa 10 minuti. Eccelle nel genere sacro extraliturgico, per oratorio: si conoscono circa 50 suoi libretti e le partiture manoscritte di otto cantate, composte tra il 1751 e il 1760, che si articolano in una breve sinfonia di apertura, in recitativi, in arie e in un terzetto finale. La sua cantata sacra più nota è L’Addolorata Divina Madre e Desolatissima nella Soledad (1759).
Il libretto di Gesù Bambino adorato da’ pastori, composto di due parti, di cui la prima qui pubblicata, si conserva a Roma, alla Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II, collocazione 40.10.H.10(12)
(a cura di F. Samaritani)
1 giugno 2007
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

[1] Avena = zampogna.