Le tragedie di Alessandro Manzoni 2001

di Vincenzo Laforgia

Il genere tragico ha sempre rappresentato per gli scrittori italiani un punto di arrivo, perché l’Italia non ha mai avuto una tradizione tragica. Le rare espressioni nella nostra letteratura non costituiscono una storia della tragedia. Nel periodo neoclassico si produssero molte tragedie, ma su antichi schemi. Imitando Vittorio Alfieri, ne composero Giovanni Battista Niccolini, Vincenzo Monti, Ugo Foscolo, i quali rispettarono le tre unità aristoteliche: tempo, luogo ed azione. Nel Romanticismo risorgimentale si ebbe un numero impressionante di tragedie, tutte volte ad educare la società all’amor patrio: durarono sulla scena meno di una settimana, e furono mediocri. Entro questo quadro non entusiasmante ha un suo rilievo poetico l’opera tragica di Alessandro Manzoni.

Compose due tragedie e ne abbozzò altre due, Spartaco e Ataulfo, ma si allontanò del tutto dallo schema classicistico. Le due tragedie, Il conte di Carmagnola e Adelchi, sono in cinque atti e in endecasillabi, come voleva la retorica corrente, ma sono assolutamente originali per struttura e spirito. Manzoni respinge le unità aristoteliche, perché gli impedirebbero una articolazione piena e libera della vicenda. Nella tragedia obbediente a queste norme, l’azione scenica non poteva sintetizzare una azione reale superiore alle quarantotto ore; Manzoni invece diluisce nell’Adelchi un periodo di tre ani e ne Il conte di Carmagnola un periodo di sette. Né rispettava l’unità di luogo: ne Il Conte di Carmagnola l’azione si svolge ora sul campo di battaglia, ora nelle aule del senato veneto; nell’Adelchi presso il campo di Carlo Magno, nella reggia di Desiderio, nel convento dove Ermengarda muore e in altri luoghi. Quanto all’azione, non è strettamente unitaria, semmai è essenziale, cioè l’autore non indulge a storie marginali.

Un’altra innovazione di carattere esteriore, o meglio tecnico, è l’introduzione dei Cori. Nella antica tragedia greca aveva grande importanza il coro, cioè un insieme di personaggi, un gruppo di cittadini, di vecchi, di prigionieri, di schiave, dialogante con personaggi singoli: era quindi insopprimibile. I Cori di Manzoni, uno ne Il conte di Carmagnola e due nell’Adelchi, rappresentano un cantuccio lirico in cui il poeta espone le sue personali considerazioni e dà al lettore la chiave di lettura intellettuale e morale di ciò che si sta svolgendo. Il Coro potrebbe anche essere eliminato dalla rappresentazione, senza che per questo il filo del fatto tragico subisca una menomazione.

Quanto allo spirito della tragedia, anche qui Manzoni presenta una originalità. Nelle due vicende, oggettivamente storiche e intorno alle quali egli svolse approfondite ricerche storiche, è sempre presente la considerazione dei risvolti morali, di quegli spaccati psicologici e segreti che Manzoni riteneva indispensabili alla comprensione vera e profonda della storia. L’autore scava negli avvenimenti per ritrovare le ripercussioni che ebbero sull’animo dei personaggi. Egli associa il rispetto della storia ad una interpretazione morale, o meglio moralmente cristiana dei fatti. Emerge una visione pessimistica della storia, chiaramente esposta nelle parole di Adelchi che, rivolgendosi al padre, afferma che la sorte dell’uomo, la legge alla quale deve sottostare, è far torto o subirlo. Quindi gli uomini vivono nell’esercizio del male, in uno scontro tra coloro che gustano la realtà terrena in modo materiale, cioè secondo interessi politici, militari, terreni insomma, e coloro che vorrebbero interpretare la vita secondo valori ultraterreni, ma poi cedono alla violenza degli altri. Il bene è proiettato nell’altro mondo: sulla terra c’è soltanto sofferenza. Questa visione morale sarà superata ne I promessi sposi.

Il conte di Carmagnola

La prima delle due tragedie fu composta fra il 1816 e il 1820, accompagnata da approfonditi studi intorno alle vicende storiche in cui inserire la vicenda e intorno alla struttura tecnica di una tragedia libera dalle leggi tradizionali. E’ la storia di Francesco Bussone, nato a Carmagnola in Piemonte, che aveva scelto il mestiere delle armi mercenarie per sete di gloria. Capitano di ventura, era al servizio del duca di Milano Filippo Maria Visconti; ma per un dissidio con costui, del quale aveva sposato una parente non si sa di quale grado, si mise al servizio della repubblica di Venezia. Non era un fatto inconsueto tra i mercenari, i quali passavano da un signore all’altro, allettati da maggiori compensi. Scoppiata la guerra fra Venezia e Milano, il comportamento del conte nella conduzione della battaglia aveva suscitato nel senato veneto forti sospetti di tradimento. A Maclodio il Carnagnola, dopo aver riportato una strepitosa vittoria sulle truppe del Visconti, commise infatti due atti non giustificabili: non sfruttò la vittoria, nel senso che non incalzò il nemico e quindi rinunciò ad una avanzata utile, e rimandò i prigionieri senza pretenderne il riscatto. Il senato veneto ritenne questi due atti indizi certi di un riavvicinamento del Carmagnola al Visconti, suo parente ed antico padrone. Di conseguenza condannò a morte il capitano, che fu decapitato.

Con le sue ricerche Manzoni era giunto alla conclusione che il Carmagnola era in realtà innocente, cosa improbabile, e perciò contrappose alla lealtà ed onestà del conte la spietatezza del senato veneto che, al di sopra di ogni legge morale, aveva seguito soltanto la ragione di Stato. La tragedia si presenta frammentaria e i personaggi non presentano chiaroscuri psicologici reali. Lo stesso Carmagnola, che non era un santo, proprio per il mestiere che esercitava, improvvisamente si muta in una sorta di predicatore quando, ricevuta in carcere la visita della moglie e della figlia, parla loro della speranza di vita nell’aldilà. Unico personaggio in cui si può riconoscere un realismo psicologico è il senatore Marco, che è agitato da un angoscioso dilemma: è convinto della lealtà del Carmagnola e quindi della sua innocenza _ egli lo conosce bene e gli è amico _ ma come senatore ha il dovere di condannarlo.

In questa tragedia, un Coro descrive l’azzuffarsi delle opposte schiere nella battaglia di Maclodio e contiene una amara considerazione sulla crudeltà delle lotte fratricide. Il ritmo martellante del decasillabo,

S’ode a destra uno squillo di tromba

a sinistra risponde uno squillo

vuol dare il senso dello scontro. Manzoni invita le madri e le spose italiane a fare opera di persuasione presso gli uomini, dell’una e dell’altra schiera, perché si riconoscano fratelli e rinuncino a combattersi.

La tragedia si riferisce a vicende dei primi decenni del secolo XV e non rispetta le unità aristoteliche. Manzoni vi premise una lettera a Victor Chauvet sull’unità di tempo e di luogo, pubblicata su "Licée Français" a maggio 1820. Stimata positivamente da Wolfgang Goethe, la tragedia fu ritenuta colma di difetti da Ugo Foscolo, nel saggio critico londinese Della nuova scuola drammatica in Italia. I rilievi fatti da Foscolo sono capillarmente esatti dal punto di vista storico, ma egli pecca per rancore personale. Sia Manzoni che Goethe avevano infatti rifiutato l’amicizia chiesta da Foscolo, che era di famiglia veneta e il senato veneto non faceva una buona figura ne Il conte di Carmagnola: approvare la tragedia "romantica" di Manzoni equivaleva anche a condannare le proprie, che avevano una struttura neoclassica.

Adelchi

Compiuto Il conte di Carmagnola, dopo un esperimento con l’Ataulfo ambientato nella Gallia meridionale, Manzoni iniziò nel 1820 una nuova tragedia, l’Adelchi, che pubblicò a Milano nel 1822. Come Il Carmagnola, è in cinque atti e in endecasillabi. E’ preceduta da Notizie storiche, nelle quali Manzoni chiarisce le sue libertà poetiche nei confronti della verità storica. Afferma inoltre che interamente da lui creato è il protagonista, Adelchi. L’opera fu rappresentata a Torino nel 1843, dunque molti anni dopo la sua pubblicazione e, come afferma Vittorio Bersezio, si salvò a stento, grazie alla bravura degli attori e alla notorietà di cui Manzoni godeva. L’Adelchi è più adatto come lettura che per la scena.

Rappresenta l’ultimo atto della storia longobarda in Italia settentrionale, una storia che Manzoni interpreta e chiarisce in un’altra premessa all’opera, il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia. In questo saggio Manzoni, contrariamente a quanto affermava la critica storica, sostiene che i Longobardi, in due secoli di dominazione, non si erano fusi con gli Italici che continuavano a considerarli quali erano, cioè oppressori crudeli e spietati. Il primitivo intento di Manzoni, di vedere in Adelchi un possibile unificatore dell’Italia, muta sostanzialmente nella tragedia.

La vicenda ha una durata storica di tre anni e ha inizio nella reggia di Pavia, dove sono Desiderio re dei Longobardi e suo figlio Adelchi, associato al regno. Lo scudiero Vermondo annuncia la venuta di Ermengarda che il marito Carlo ha ripudiata. Questo è l’antefatto: i due figli di Pipino, Carlo Magno e Carlomanno, avevano sposato le due figlie di Desiderio, Ermengarda e Gerberga. Morto Carlomanno, il primogenito, a cui toccava il regno secondo la legge dei Franchi Salii, la moglie e i due figlioletti, di cui Carlo era tutore in attesa che salissero legittimamente al trono, furono da questo rimandati a Desiderio. Carlo si impadronì del regno, quindi ripudiò la moglie Ermengarda e sposò Ildegarde.

All’inizio della tragedia Desiderio, che ha già occupato alcuni territori del papa, vorrebbe costringerlo ad ungere re dei Franchi i suoi nipoti, mentre Adelchi preferirebbe fare pace con il pontefice ed evitare la guerra con i Franchi. Carlo è in Val di Susa e, non riuscendo a trovare un passaggio per il suo esercito, si accinge a tornare indietro. Aveva deciso di venire in Italia, chiamato dal papa Adriano I contro i Longobardi. Giunge da Carlo il diacono Martino che indica un passaggio segreto, per il quale una parte dell’esercito franco potrà passare inosservata e prendere alle spalle i Longobardi. Alcuni duchi longobardi intanto, in casa di un oscuro soldato, meditano di tradire Desiderio e di accordarsi con Carlo. Nello scontro decisivo i Longobardi sono sconfitti. Ermengarda muore delirando nel convento di S. Salvatore a Brescia, di cui è badessa sua sorella Ansberga. Desiderio, tradito da uno dei suoi, è prigioniero di Carlo. Adelchi, trafitto a morte, catturato e poi condotto alla tenda dove è rinchiuso il padre, lo conforta della comune sventura, indicandogli quel Regno dei Cieli, al quale non aprono le porte onori e potenza sulla terra. Egli afferma che amara legge della storia è fare il torto o subirlo. Aldilà di questa legge è solo pace nella volontà di Dio.

La tragedia presenta personaggi psicologicamente ben definiti e ricchi di sfumature. Da un lato sono i potenti, accecati dalle passioni, dal desiderio di vendetta (Desiderio) e dalla brama di potere (Carlo); dall’altra gli uomini dal grande animo, come Adelchi, che riconosce di non avere alcun diritto sull’Italia: ma egli deve combattere per conservare il dominio, come longobardo e re. Altrettanto ben delineato è il personaggio di Ermengarda, nel cui animo, nell’ora della morte, si aggrovigliano il ricordo di gioie passate, la sofferenza per l’offesa fattale dal marito e un bisogno di pace. Ella morirà come vittima innocente che paga le colpe della sua gente. Altri personaggi costituiscono la massa degli umili, cioè di coloro che subiscono dolorosamente gli eventi voluti dai grandi. Tra questi si distingue Anfrido, lo scudiero di Adelchi, fedele incondizionatamente al proprio signore fino al sacrificio. La tragedia ha due Cori. Il primo

Dagli atri muscosi, dai fori cadenti

presenta gli Italici che si illudono di raggiungere con un nuovo Signore la libertà soffocata dai Longobardi e non si rendono conto che, accordatisi Longobardi e Franchi, si ritroveranno soggetti a due padroni. Un popolo _è questa la tesi di Manzoni _non può ricevere la libertà da altri: il riscatto è solo nella difesa della propria dignità e nell’impegno ad affermarla. Il secondo coro

Sparsa le trecce morbide

rappresenta il travaglio di Ermengarda agonizzante ed espone con estrema chiarezza la concezione manzoniana della provvida Sventura.

Te collocò la provvida

sventura in fra gli oppressi

Vincenzo Laforgia

20 Gennaio 2001

Poetica del vero in Manzoni

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

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