Manzoni e la poetica del vero 2001

di Vincenzo Laforgia

Nel carme In morte di Carlo Imbonati, scritto prima della "conversione" (1805-6), Alessandro Manzoni aveva già inserito la fedeltà al Vero tra i suoi impegni morali; aveva anzi attribuito al Vero la definizione di santo, nei versi pronunciati dall’ombra di Carlo Imbonati apparsagli in sogno, che erano la risposta alla sua domanda su come comportarsi per vivere una vita eletta.

Sentir _riprese _, e meditar: di poco

esser contento: da la meta mai

non torcer gli occhi, conservar la mano

pura e la mente: de le umane cose

tanto sperimentar, quanto ti basti

per non curarle: non ti far mai servo:

non far tregua coi vili: il santo Vero

mai non tradir: né proferir mai verbo,

che plauda al vizio, o la virtù derida.

In vari scritti, Manzoni affermò che materia della poesia doveva essere il Vero: lo dichiarò esplicitamente nella lettera Sul romanticismo, inviata al marchese Cesare D’Azeglio nel 1823. Nel 1846 un giornale parigino pubblicò questa lettera. Più tardi Manzoni la rivide e la inserì tra le sue Opere varie, nel 1870. In questa lettera, dopo aver condannato l’uso della mitologia da parte dei Classicisti, dopo aver considerato le favole false una causa di deviazioni morali, Manzoni sosteneva che la letteratura doveva avere come soggetto il Vero, come scopo l’Utile e come mezzo l’Interessante. Questa poetica, detta del Vero e che poggia dunque sui tre elementi: Vero, Utile e Interessante, si trova enunciata nella lettera del 1823; ma quando Manzoni nel 1870 la pubblicò, riveduta, ridusse i tre elementi al solo Vero, dichiarando che se tale è il soggetto di un’opera letteraria, ciò significa che è anche Utile ed Interessante.

In un passo della lettera, Manzoni precisa che è opinione dei Romantici che la poesia debba riconoscere il Vero come unica sorgente di un diletto nobile e duraturo, specialmente perché il falso finisce sempre per creare fastidio. Il mezzo più naturale per dare valore alla poesia è scegliere soggetti che interessino sia i dotti sia la maggioranza dei lettori, e questi soggetti si trovano sia nella storia, sia nelle esperienze di vita. Il problema porta con sé una difficoltà: bisogna affrontare la definizione di Vero nei confronti dell’opera letteraria. Non si tratta, sostiene Manzoni, di rivolgersi a ciò che è banale o di respingere ciò che è palesemente falso. Il concetto di Vero è sempre stato incerto; i Romantici tuttavia si sono avvicinati più degli altri, perché hanno cominciato a respingere il falso, il dannoso e l’inutile. I Romantici inoltre si rivolgono ad un Vero che non si discosta da ciò che la fede cristiana indica per tale: per questo motivo Manzoni riconosce una identità di interessi fra lui e i Romantici. Manzoni altrettanto esplicitamente sostiene l’elezione del Vero a materia di letteratura, in una lettera scritta a Marco Coen il 2 giugno 1832.

Il testo completo è sui CD_Rom numero 1 e numero 2

L’esposizione di questi due veri, fra loro chiaramente complementari, per il Manzoni cattolico assumeva una funzione morale ed educativa, sia in senso patriottico sia in senso religioso. Per questa sua poetica, poteva quindi Manzoni introdursi nelle vicende narrate ed interpretare storia e sentimenti, così come la sua visione morale della vita esigeva. Da ciò il suo soggettivismo, pur nell’ambito della poetica del Vero, cioè la valutazione dei fatti alla luce della morale cattolica.

Vincenzo Laforgia

Verismo e Francesco Jovine e la realtà contadina molisana Tragedie di Manzoni

20 Gennaio 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

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