Le avventure di Pinocchio
di
Fausta Samaritani
Il babbo di
Pinocchio si chiamava Carlo Lorenzini ed era nato a Firenze nel 1826. I suoi
genitori erano il cuoco e una domestica di casa Garzoni. Collodi è il nome
di un borgo vicino a Pescia, dove era nata Angela Orzal, mamma amatissima
che Lorenzini ritrasse nella Fata dai capelli Turchini. Egli non ebbe figli
carnali, non prese moglie: era un toscano burbero e visse in solitudine. Si
definiva:
un vegetale che nasceva e fioriva abbarbicato tenacemente fra le fessure del lastricato della sua città.
Al primo figlio
letterario dà il nome Giannettino: creatura dagli occhi celesti e con
un ricciolone rosso in capo, lo mette al mondo nel 1876. Piccoso e prepotente,
Giannettino ha come precettore il dottor Boccadoro che segue i canoni della
pedagogia ottocentesca e vede nella ignoranza lorigine di ogni male.
Per una scuola che si apre, sostiene il dottore, cè una cella del carcere
che si chiude. La seconda creatura letteraria di Lorenzini è Minuzzolo
che con occhi disincantati guarda la famiglia della borghesia italiana piccola
piccola, tranquilla nei suoi costumi senza storia e senza fato, orgogliosa
della sua probità, fiduciosa del vaso da note dentro il comodino e di un cane
di terracotta davanti al portone. Minuzzolo riceve qualche predicozzo
e molte nozioni di geometria, di botanica, di storia, di mitologia. Minuzzolo
che fugge in groppa al ciuco Baffino prelude a Pinocchio.
Lorenzini ebbe in gioventù una tiepida vocazione sacerdotale. Studiò nel Seminario di Colle Val dElsa, uscendone a venti anni pretofobo e mazziniano. A Firenze, la vista del Granduca, un vecchio con le gambe storte che chiamavano per burla Canapone, rinvigorì la sua adesione alla causa dellunità dItalia. Nel 48 fu volontario a Curtatone e Montanara. Di quella esperienza rivoluzionaria restano due lettere, veri reportage di guerra. Racconta Lorenzini che la vigilia della battaglia dormì nei prati, sotto un gran cielo lombardo. La sua divisione mancava soprattutto di sigari, di tabacco e di carta da scrivere.
Tornò a Firenze, ma vi tornò anche il Granduca. Con pochi amici Lorenzini diede vita ad un foglio umoristico-politico-artistico che battezzò Il Lampione, presto sospeso e sostituito dal periodico di critica teatrale La Scaramuccia.
Quali sono
le due cose più facili? egli si chiede. Risposta: i peccati di desiderio
e le commedie. Lorenzini scrive
allora scialbe commedie, di cui presto si pente (Gli amici di casa,
La coscienza e limpegno). Seguono il drammone dalle tinte spente Anna Buontalenti e
due romanzi scipiti I misteri di Firenze e Un romanzo a vapore.
Nel 1859 Carlo
Lorenzini è a Milano, impiegato presso la Casa Ricordi. Arrotonda lo stipendio
con articoli sui giornali. Sceglie lo pseudonimo Collodi come
firma per una serie di opuscoli, in cui chiede lannessione della Toscana
al Piemonte. Si arruola nel Reggimento di Cavalleria Novara e
dopo lArmistizio di Villafranca torna a Firenze e riprende la pubblicazione
de Il Lampione. E impiegato non zelante presso la
Commissione per la Censura teatrale, poi presso la Prefettura di Firenze,
dove soffre uno stipendio di 60 lire al mese. Non arrivava al 27 del
mese, perché ama il gioco. Volontario di tre guerre (si arruola anche nel
66), mazziniano, giornalista ironico e a volte caustico, le sue battute
fanno il giro di Firenze. Frequenta il letterario caffè Michelangelo, dove
il pittore Angelo Tricca lo ritrae in una gustosa caricatura, mani in tasca
e cappello sulle ventitré. Collabora a La Nazione ed è scontento
di tutto: di Cavour quando cè Cavour, della capitale provvisoria a Firenze, dei giornalisti
ministeriali che iniziano con Siamo lieti di
, oppure
Siamo dolenti di... Traduce Il libro delle fate di Charles Perrault,
ma il compenso sfuma per pagare debiti di gioco. Preferisce dedicarsi ai libri
per linfanzia, perché giudica incontentabili gli adulti. In Macchiette
e in Occhi e nasi, del 1880-81, raccoglie gustosi profili di fiorentini
contemporanei.
Ha labitudine
di recitare in pubblico questa curiosa preghiera:
Signore, preservami da un ricco rovinato, da un povero arricchito, da un usuraio, dagli equivoci dei farmacisti, da coloro che ascoltano la Messa tutti i giorni, e da quelli che giurano sulla loro coscienza e sul loro onore.
Un giorno incontra
un ragazzo di strada e ne fissa i connotati: viso sudicio, mani sudice, tutto
il resto sudicio. Il ragazzo si sente libero: si tuffa in Arno, non per igiene,
ma perché è proibito dai regolamenti municipali. Collodi non sa di avere in
tasca lidea per Pinocchio: a confronto, Minuzzolo e Giannettino erano
falsi ragazzini. Per il Giornalino dei bambini, diretto
da Ferdinando Martini e redatto da Guido Biagi, Lorenzini ha promesso un racconto
a puntate. Una sera il padre Ermenegildo Pistelli incontra Collodi nella libreria
del sor Felice Paggi (editore di libri, tutti con la morale), seduto ad un
tavolo tondo di marmo, luogo di dispute tra letterati ancora ignari dei misteri
dellestetica. Collodi ha tre buoni motivi per essere imbronciato: ha
urgente bisogno di soldi, ha promesso di scrivere, non ha voglia di farlo.
Pinocchio gli esce insolentemente dalla punta del pennino, in quella notte
fiorentina del 1881, abbozzato appena, come il legno da catasta che
sfugge di mano a Geppetto. Collodi accompagna il primo capitolo con queste
parole per leditore:
Ti mando questa bambinata, fanne quello che ti pare, ma se la strappi pagamela bene, per farmi venire la voglia di seguitarla.
La storia è scritta in un toscano nitido
e secco. Collodi ha voluto il suo eroe burattino di legno, con certi occhiacci
e con una boccaccia da sberleffi: appena ha le mani strappa la parrucca a
Geppetto, appena ha i piedi gli sferra un calcio sul naso. Poi fugge in strada.
Con il fracasso di venti paia di zoccoli contadineschi Pinocchio batte sul
selciato. Sembra un cavallo e la gente ride. Un carabiniere lo acchiappa per
la punta del naso.
La creatura di Collodi ha vissuto a
puntate per un anno e mezzo, prima di essere ristampata come libro dal Paggi,
che retribuì lautore con 500 lire. Collodi ha tentato in vario modo
di liberarsi da Pinocchio: appenderlo per il collo a un ramo di quercia, affogarlo
sotto le spoglie di un ciuchino azzoppato, darlo in pasto ad un pescecane
mostruoso, arderlo per larrosto di Mangiafuoco, quello sgorbio colore
dellinchiostro, friggerlo nella padella del Pescatore Verde, orrida
visione di Nettuno; ma Pinocchio risorgeva, a gran richiesta del pubblico.
Alla fine il suo babbo lo ha ucciso, facendolo diventare un bimbo per bene.
Ad Ermenegildo Pistelli che gli chiedeva il perché della imprevista metamorfosi
del burattino in un bambino con capelli castani e occhi celesti che abita
in una camerina ammobiliata, Lorenzini rispose:
Sarà, ma io non ho memoria daver finito a questo modo.
Collodi si è spento a Firenze nel 1890,
per un colpo apoplettico. Eroe spigoloso e scomodo, il suo Pinocchio è stato
paragonato ad Ulisse, a Renzo, ad Enea, ad alcuni personaggi di Pulci e di
Ariosto e di Dante, perfino a Gesù Cristo, e in questo caso dietro Geppetto
ci sarebbe San Giuseppe e dietro la Fata Turchina la Madonna. Morte e rinascita
del burattino nel ventre del pesce sarebbero ispirate alla vicenda di Giona.
Che interpretazioni, per questa bambinata!
Parenti e antenati
tanti, ma nessun figlio o nipote di Pinocchio, a quanto pare. E un eroe
minuscolo, libero e trasgressivo, in lotta eterna contro le consuetudini e
contro la legge, impersonata dal giudice della
razza dei Gorilla
che giudica nel paese di Acchiappa-citrulli. Con i suoi trentacinque milioni di
copie, Le Avventure di Pinocchio è il nostro romanzo più letto e più
tradotto, dopo I promessi sposi. Ha ispirato illustratori di fama,
come Enrico Mazzanti, Chiostri, Mussino, Severino Baraldi, Cassinelli cubista
affamato di colore, Piero Bernardini dolce e ingenuo, Jacovitti il più ironico,
Leo Mattioli, Flavio Costantini surreale e calligrafico, Alarico Gattia, Giuliano
Cenci, Sigfrido Bartolini incisore raffinato. Poco amata in Italia è la versione
cinematografica di Disney; ma straordinaria è stata quella televisiva, girata
da Luigi Comencini. Carmelo Bene ne ha tratto uno spettacolo teatrale.
Le avventure di Pinocchio è anche un ironico ritratto della Italietta
umbertina, che non sarebbe comprensibile senza quella smorfia insolente, quella
fantocciata burlesca, quella martellata contro il Grillo Parlante vagamente
jettatore e senza altri due libri, di strepitoso ed involontario successo:
Cuore di Edmondo de Amicis e La scienza in cucina o larte del magiar bene di Pellegrino Artusi.
Fausta Samaritani
Illustrazione: F. Faorzi Pinocchio e il pescecane e Pinocchio e il carabiniere. Da: C. Collodi Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Firenze, Adriano Salani, 1946 (Collezione Fausta Samaritani)
1 Luglio 2001
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua
Italiana online. www.repubblicaletteraria.it