Le creature letterarie di un toscano burbero e solitario

Le avventure di Pinocchio

Le avventure di Pinocchio

capolavoro involontario 2001

di Fausta Samaritani

Il babbo di Pinocchio si chiamava Carlo Lorenzini ed era nato a Firenze nel 1826. I suoi genitori erano il cuoco e una domestica di casa Garzoni. Collodi è il nome di un borgo vicino a Pescia, dove era nata Angela Orzal, mamma amatissima che Lorenzini ritrasse nella Fata dai capelli Turchini. Egli non ebbe figli carnali, non prese moglie: era un toscano burbero e visse in solitudine. Si definiva:

un vegetale che nasceva e fioriva abbarbicato tenacemente fra le fessure del lastricato della sua città.

 

Al primo figlio letterario dà il nome Giannettino: creatura dagli occhi celesti e con un ricciolone rosso in capo, lo mette al mondo nel 1876. Piccoso e prepotente, Giannettino ha come precettore il dottor Boccadoro che segue i canoni della pedagogia ottocentesca e vede nella ignoranza l’origine di ogni male. Per una scuola che si apre, sostiene il dottore, c’è una cella del carcere che si chiude. La seconda creatura letteraria di Lorenzini è Minuzzolo che con occhi disincantati guarda la famiglia della borghesia italiana piccola piccola, tranquilla nei suoi costumi senza storia e senza fato, orgogliosa della sua probità, fiduciosa del vaso da note dentro il comodino e di un cane di terracotta davanti al portone. Minuzzolo riceve qualche predicozzo e molte nozioni di geometria, di botanica, di storia, di mitologia. Minuzzolo che fugge in groppa al ciuco Baffino prelude a Pinocchio.

 

Lorenzini ebbe in gioventù una tiepida vocazione sacerdotale. Studiò nel Seminario di Colle Val d’Elsa, uscendone a venti anni pretofobo e mazziniano. A Firenze, la vista del Granduca, un vecchio con le gambe storte che chiamavano per burla “Canapone”, rinvigorì la sua adesione alla causa dell’unità d’Italia. Nel ’48 fu volontario a Curtatone e Montanara. Di quella esperienza rivoluzionaria restano due lettere, veri reportage di guerra. Racconta Lorenzini che la vigilia della battaglia dormì nei prati, sotto un gran cielo lombardo. La sua divisione mancava soprattutto di sigari, di tabacco e di carta da scrivere.

 

Tornò a Firenze, ma vi tornò anche il Granduca. Con pochi amici Lorenzini diede vita ad un foglio umoristico-politico-artistico che battezzò “Il Lampione”, presto sospeso e sostituito dal periodico di critica teatrale “La Scaramuccia”.

Quali sono le due cose più facili? egli si chiede. Risposta: i peccati di desiderio e le commedie.  Lorenzini scrive allora scialbe commedie, di cui presto si pente (Gli amici di casa, La coscienza e l’impegno). Seguono il drammone dalle tinte spente Anna Buontalenti e due romanzi scipiti I misteri di Firenze e Un romanzo a vapore.

 

Nel 1859 Carlo Lorenzini è a Milano, impiegato presso la Casa Ricordi. Arrotonda lo stipendio con articoli sui giornali. Sceglie lo pseudonimo “Collodi” come firma per una serie di opuscoli, in cui chiede l’annessione della Toscana al Piemonte. Si arruola nel Reggimento di Cavalleria “Novara” e dopo l’Armistizio di Villafranca torna a Firenze e riprende la pubblicazione de “Il Lampione”. E’ impiegato non zelante presso la Commissione per la Censura teatrale, poi presso la Prefettura di Firenze, dove soffre uno stipendio di 60 lire al mese. Non arrivava al 27 del mese, perché ama il gioco. Volontario di tre guerre (si arruola anche nel ’66), mazziniano, giornalista ironico e a volte caustico, le sue battute fanno il giro di Firenze. Frequenta il letterario caffè Michelangelo, dove il pittore Angelo Tricca lo ritrae in una gustosa caricatura, mani in tasca e cappello sulle ventitré. Collabora a “La Nazione” ed è scontento di tutto: di Cavour quando c’è Cavour, della capitale provvisoria a Firenze, dei giornalisti “ministeriali” che iniziano con Siamo lieti di…, oppure Siamo dolenti di... Traduce Il libro delle fate di Charles Perrault, ma il compenso sfuma per pagare debiti di gioco. Preferisce dedicarsi ai libri per l’infanzia, perché giudica incontentabili gli adulti. In Macchiette e in Occhi e nasi, del 1880-81, raccoglie gustosi profili di fiorentini contemporanei.

Ha l’abitudine di recitare in pubblico questa curiosa preghiera:

 

Signore, preservami da un ricco rovinato, da un povero arricchito, da un usuraio, dagli equivoci dei farmacisti, da coloro che ascoltano la Messa tutti i giorni, e da quelli che giurano sulla loro coscienza e sul loro onore.

 

Un giorno incontra un ragazzo di strada e ne fissa i connotati: viso sudicio, mani sudice, tutto il resto sudicio. Il ragazzo si sente libero: si tuffa in Arno, non per igiene, ma perché è proibito dai regolamenti municipali. Collodi non sa di avere in tasca l’idea per Pinocchio: a confronto, Minuzzolo e Giannettino erano “falsi” ragazzini. Per il “Giornalino dei bambini”, diretto da Ferdinando Martini e redatto da Guido Biagi, Lorenzini ha promesso un racconto a puntate. Una sera il padre Ermenegildo Pistelli incontra Collodi nella libreria del sor Felice Paggi (editore di libri, tutti con la morale), seduto ad un tavolo tondo di marmo, luogo di dispute tra letterati ancora ignari dei misteri dell’estetica. Collodi ha tre buoni motivi per essere imbronciato: ha urgente bisogno di soldi, ha promesso di scrivere, non ha voglia di farlo. Pinocchio gli esce insolentemente dalla punta del pennino, in quella notte fiorentina del 1881, abbozzato appena, come il legno da catasta che sfugge di mano a Geppetto. Collodi accompagna il primo capitolo con queste parole per l’editore:

 

Ti mando questa bambinata, fanne quello che ti pare, ma se la strappi pagamela bene, per farmi venire la voglia di seguitarla.

 

La storia è scritta in un toscano nitido e secco. Collodi ha voluto il suo eroe burattino di legno, con certi occhiacci e con una boccaccia da sberleffi: appena ha le mani strappa la parrucca a Geppetto, appena ha i piedi gli sferra un calcio sul naso. Poi fugge in strada. Con il fracasso di venti paia di zoccoli contadineschi Pinocchio batte sul selciato. Sembra un cavallo e la gente ride. Un carabiniere lo acchiappa per la punta del naso.

La creatura di Collodi ha vissuto a puntate per un anno e mezzo, prima di essere ristampata come libro dal Paggi, che retribuì l’autore con 500 lire. Collodi ha tentato in vario modo di liberarsi da Pinocchio: appenderlo per il collo a un ramo di quercia, affogarlo sotto le spoglie di un ciuchino azzoppato, darlo in pasto ad un pescecane mostruoso, arderlo per l’arrosto di Mangiafuoco, quello sgorbio colore dell’inchiostro, friggerlo nella padella del Pescatore Verde, orrida visione di Nettuno; ma Pinocchio risorgeva, a gran richiesta del pubblico. Alla fine il suo babbo lo ha ucciso, facendolo diventare un bimbo per bene. Ad Ermenegildo Pistelli che gli chiedeva il perché della imprevista metamorfosi del burattino in un bambino con capelli castani e occhi celesti che abita in una camerina ammobiliata, Lorenzini rispose:

Sarà, ma io non ho memoria d’aver finito a questo modo.

 

 

Collodi si è spento a Firenze nel 1890, per un colpo apoplettico. Eroe spigoloso e scomodo, il suo Pinocchio è stato paragonato ad Ulisse, a Renzo, ad Enea, ad alcuni personaggi di Pulci e di Ariosto e di Dante, perfino a Gesù Cristo, e in questo caso dietro Geppetto ci sarebbe San Giuseppe e dietro la Fata Turchina la Madonna. Morte e rinascita del burattino nel ventre del pesce sarebbero ispirate alla vicenda di Giona. Che interpretazioni, per questa bambinata! Parenti e antenati tanti, ma nessun figlio o nipote di Pinocchio, a quanto pare. E’ un eroe minuscolo, libero e trasgressivo, in lotta eterna contro le consuetudini e contro la legge, impersonata dal giudice della razza dei Gorilla che giudica nel paese di Acchiappa-citrulli. Con i suoi trentacinque milioni di copie, Le Avventure di Pinocchio è il nostro romanzo più letto e più tradotto, dopo I promessi sposi. Ha ispirato illustratori di fama, come Enrico Mazzanti, Chiostri, Mussino, Severino Baraldi, Cassinelli cubista affamato di colore, Piero Bernardini dolce e ingenuo, Jacovitti il più ironico, Leo Mattioli, Flavio Costantini surreale e calligrafico, Alarico Gattia, Giuliano Cenci, Sigfrido Bartolini incisore raffinato. Poco amata in Italia è la versione cinematografica di Disney; ma straordinaria è stata quella televisiva, girata da Luigi Comencini. Carmelo Bene ne ha tratto uno spettacolo teatrale.

Le avventure di Pinocchio è anche un ironico ritratto della “Italietta” umbertina, che non sarebbe comprensibile senza quella smorfia insolente, quella fantocciata burlesca, quella martellata contro il Grillo Parlante vagamente jettatore e senza altri due libri, di strepitoso ed involontario successo: Cuore di Edmondo de Amicis e La scienza in cucina o l’arte del magiar bene di Pellegrino Artusi.

Fausta Samaritani

 

Illustrazione: F. Faorzi Pinocchio e il pescecane e Pinocchio e il carabiniere. Da: C. Collodi Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Firenze, Adriano Salani, 1946 (Collezione Fausta Samaritani)

 

Testo scritto per la Repubblica Letteraria Italiana e di cui sono vietate la riproduzione, la sintesi automatica, la traduzione

Mostra editoria per ragazzi Carlo Lorenzini (Collodi) Le mie impressioni (Caffè Martini)

 

1 Luglio 2001

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