Il seme del piangere di Giorgio Caproni2001

 

di Tina Borgogni Incoccia

 

Si tratta di una giovane operaia, che lavora di bianco, tutta fresca in alba e in trina, con un rubino rosso che si appanna sul suo petto. Non è una gentildonna medievale, ma anche lei è donna di salute e diffonde gioia e voglia di lavorare.

 

L’uscita mattutina

Come scendeva fina

e giovane le scale Annina

mordendosi la catenina

d’oro, usciva via

lasciando nel buio una scia

di cipria […]

Quando passava

Livorno, quando lei passava,

d’aria e di barche odorava […]

Né ombra né sospetto

Livorno popolare

correva con lei a lavorare. […]

 

Sullo sfondo c’è una Livorno fresca e ariosa, malata di spazio, come Giorgio Caproni la definisce, con le sue ampie piazze, tra le quali ritorna spesso il ricordo del Voltone, sotto cui scorre un canale navigabile. Il poeta si esprime con un linguaggio quotidiano e sciolto, musicale, fatto di levità e di chiarezza:

 

Per lei

Per lei voglio rime chiare,

usuali in -are. […]

Iscrizione

Frescbi come i bicchieri

furono i suoi pensieri. […]

 

E’ un tono cosi scandalosamente chiaro, scrive Biancamaria Frabotta, da mettere addirittura in imbarazzo i critici di professione, abituati a interpretare la poesia contemporanea spesso ammantata di una fitta cortina di oscurità.

 

Occorreva senza dubbio una particolare leggerezza di tocco per una rievocazione così delicata, e il poeta ne è consapevole:

 

Battendo a macchina

Mia mano, fatti piuma:

fatti vela; e leggera

muovendoti sulla tastiera,

sii cauta […]

 

Sono versi, illimpiditi al limite della trasparenza, come nota De Robertis, con un che di popolare e di sapiente insieme, con un timbro genuino e aristocratico al tempo stesso.

 

Il lato oscuro, funereo di Caproni, che pure caratterizza tanta parte della sua poesia è presente anche nel poemetto Ad portam inferi o Il seme del piangere

 

Chi avrebbe mai pensato, allora,

di doverla incontrare

un’alba (così sola

e debole, e senza

l’appoggio d’una parola […]?


II vento popolare

veniva ancora dal mare.

 Ma ormai chi si voltava

più a guardarla passare? […]

 

Nelle raccolte posteriori, il lato buio si accentuerà sempre più, diffondendo un senso di profonda solitudine. Il ricordo del mare si caricherà di nostalgia e la ricerca del passato si farà più assorta, quasi onirica:

 

Gli  amici sono spariti

Tutti. Le piazze

sono rimaste biancbe.

Il vento. Un sentore

sfatto d’acqua pentita. […]

 

C’è un senso di congedo, di fine del viaggio, e Carlo Bo osserva che il poeta del sole, della luce e del mare si è trasformato in un poeta di ombre, di figure svaporanti nella nebbia. La nebbia costituisce un topos di Caproni che già nell’ultima strofa de La funicolare ne aveva fatta la dominatrice della scena:

 

Percbé è nebbia, e la nebbia è nebbia, e il latte

nei biccbieri  è ancor nebbia, e nebbia, ba

nella cornea la donna che in ciabatte

lava la soglia di quei magri bar […]

 

Ormai le parole amore e mare richiamano la parola muore e diventa amaro il gusto tipicamente caproniano, talvolta anche un po’ compiaciuto, dei giochi di parole:

 

Albàro

Sparire

come il giorno che muore

dietro i vetri […]

 

Nell’ultimo periodo la poesia diventerà sempre più concentrata, epigrammatica, tutta tesa ad esprimere il grande tema della inesistenza di Dio e la disperazione che ne consegue:

 

I coltelli

Ah, mio Dio,

Mio Dio.

Percbé non esisti?

 

Si tratta di una forma di nichilismo dignitoso, calmo, riservatissimo a cui l’ironia offre una difesa contro l’angoscia del vivere, espressa in strofette brevi, cariche di ossimori. I riferimenti alla realtà quotidiana sono comunque sempre presenti, come per difendersi dal pericolo di un eccessivo abbandono lirico:

 

Ritorno

Sono tornato là

dove non ero mai stato.

Nulla di come non fu è mutato.

 

Il poeta, nella sua ricchezza di temi e di registri, ha raggiunto esiti formali di grande intensità poetica, con un particolare timbro che è al tempo stesso popolare e disciplinato dalla tradizione letteraria, senza alcuna esibizione estetizzante, così da poter essere apprezzato sia dai colti che dagli incolti, apprezzamento non frequente tra i nostri poeti del Novecento. Il pieno riconoscimento del suo valore da parte della critica arrivò un po’ tardi, quando il poeta stava ormai percorrendo l’ultima parte del suo viaggio. Ci furono grandi celebrazioni a Genova per i suoi settanta anni, laurea honoris causa ad Urbino, giro di conferenze in America. Giorgio Caproni è ormai entrato nella storia della letteratura. Ci sembra di sentire il suo commento ironico, come in una sua poesia:

 

Fa freddo nella Storia.

Voglio andarmene

Tina Borgogni Incoccia

 

Giorgio Caproni Poesie, Garzanti, 1989

Illustrazione: Mario Puccini Vele al vento, 1913 (Collezione privata)

 

21 Luglio 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

 

 

Top