
di Tina Borgogni Incoccia
La Corsica ha una ricca tradizione di poesie popolari che esprimono i sentimenti più immediati e genuini delle creature umane, come lamore per la propria terra, per i figli ed assumono anche talvolta un carattere religioso, tanta è lintensità dolorosa degli affetti evocati a cui si uniscono implorazioni di aiuto a Dio e alla Madonna. Nellinno nazionale che talvolta chiude anche i concerti di musica leggera, si invoca la Regina del cielo:
Diu vi salvi Regina
e Madre universale
per cui favor si sale
al Paradisu.
Voi siete gioia e risu
di tutti i scunsulati
di tutti i tribulati
unica speme.
I poeti popolari attingono ad un patrimonio orale spesso composto di semplici filastrocche caratterizzate da rime facili e abbondanza di ripetizioni, ma che esprimono con vigore realistico sentimenti intensamente vissuti.
A mezzu mare
cè unisuletta
chi sempre aspetta
in eternità.
E profumata di mille fiori
pieni di odori, pieni di odori.
E profumata di mille fiori
pieni di odori e di beltà.
E suminata di paisoli
poveri e soli, poveri e soli.
E suminata di paisoli
chi voi a stuoli, lasciate stà:
Sappiate almenu o vagabondi
in tutti i mondi, in tutti i mondi,
sappiate almenu o vagabondi,
si a nostalgia viene a picchià,
cha mezzu mare cè unisuletta
chi sempre aspetta, chi sempre aspetta.
Così canta Diunisu Paoli in Ronda corsa, usando la lingua corsa (e non il dialetto), che i Corsi rivendicano attualmente nella pratica didattica e nella quale sentiamo risuonare varie parlate italiane. Non è certo difficile immaginare lesodo doloroso avvenuto nel passato da parte degli abitanti dei paisoli poveri e soli, arroccati in cima alle colline dellinterno, verso regioni più promettenti, anche se fortunatamente la situazione economica della Corsica è oggi migliorata e migliorerà ancora, data la bellezza del suo mare e delle sue coste, sulle quali ardue girolate fanno intravedere negli scoscendimenti delle rosse Calanche, strane pietrificazioni dal disegno fantastico.
Guido Colucci Fior d'agave, spolvero per posacenere in ceramica, matita c. 1921, inedito (Coll. Fausta Samaritani)
La poesia popolare canta naturalmente anche lamore, come questa, anonima che racconta di due ragazzi innamorati scappati di casa:
Di casa eramu scappati
cume dui zitellacci;
andavamu soli soli
ti tenia in li me bracci;
ogni passu era un arrestu
per godé di dolci abbracci.
Ne sembrava la campagna
cumun beatu giardinu,
tante curolle di fiori
cuprianu lu caminu
per prutegge da li sassi
u to pede cusì finu.
Ed anche:
Sai che tu mi promettesti
dessemi sempre custante?
Cun quellamurusi gesti
vengu a te, fidato amante,
e perché da me tascondi
che nun vega u to sembiante?
Oppure:
Avà semu in primavera
quandellu spunta lu fiore;
vene lalba messaggera
bellu e relucente albore;
tu nun senti la me voce
cantà in fucine damore.
Talvolta si tratta di qualche strambotto umoristico:
Vurrebbe piglià moglia,
ma un ne trovu!
Ne trovai una longa longa
chi facia i passi come i frati
e mi disse: Caru amicu
ho sissanta innamurati,
e cu te so sissantuno,
senza spusanne mancuno!
Riprendo questi versi da un testo del 1939: Corsica XVII dellera fascista, di Paolo Monelli, il quale, accordandosi con la politica del tempo (rivendicazioni multiple: Nizza, Corsica, Malta), attraverso la citazione di versi popolari di autori ignoti voleva dimostrare litalianità dei Corsi, «la cui lingua cristallina, limpida, pura, antica, solenne, evocava modi arcaici toscani, umbri, siciliani.» In certe quartine Monelli sentiva leco della nostra tradizione, quasi motivi rinascimentali:
O giovinette garbate
e sempre piene dardore,
ditemi, a cosa vi date?
cosa tenite a lu core?
Può essere interessante rievocare le sue attestazioni appassionate sullitalianità dei Corsi: «Hanno un bellagitarsi e dimenarsi i ministri corsi, i Corsi funzionari impiegati pensionati e quegli abitanti ignari che hanno imparato alla scuola francese che i loro antenati erano i Galli, che Genova gli ha angariati nei secoli, che l Italia è una nazione povera, arretrata, incapace di sfamare tutti i suoi figli [&] hanno un bel gridare che sono francesi. I Corsi, così affermando, barattano duemila anni di storia, di gloria, di tradizioni, con una chincaglieria straniera e nemica. [&] E che altro fece quel loro eroe Pasquale Paoli, del quale le ossa si rivolterebbero nella tomba se sapesse che lo onorano nel linguaggio dei suoi nemici se non combattere tenacemente disperatamente contro i Francesi, se non esaltare litalianità dellisola e la sua propria (egli non si chiamò mai altrimenti che italiano) e morì in esilio vituperando lintrusione straniera?
I poeti popolari, gente semplice, chi oste, chi contadino, chi bottegaio, chi prete di campagna, questi poeti in lunghi componimenti, nelle forme tradizionali del lamento antico, nel loro dialetto che differisce da luogo a luogo (di qua dai monti affine al toscano, di là dai monti affine al sardo, a Bonifazio, un genovese del XII secolo), cantano le giovinette garbate della terra, le sventure e le speranze della patria.»
Dialetto italiano, dunque, è il Corso? Monelli polemizza con il giornalista Peretti della Rocca (chiamandolo rinnegato), il quale aveva precedentemente affermato: «Il Corso è una lingua dai vari dialetti a seconda delle varie regioni, come litaliano, come il francese, il provenzale, il castigliano, ecc. Se il signor Monelli frequentasse un corso di lingue romanze, si convincerebbe che la lingua corsa ha le sue proprie caratteristiche e non è la lingua italiana, né uno dei suoi dialetti.» (Journal des debats, 1938)
I Corsi chiamavano i Francesi: Pinzuti, per il berretto pinzuto, a tre cocche dei soldati che nel 1769 avevano combattuto a Pontenovo contro la libertà dellisola e la loro ostilità nei loro riguardi è fortemente presente anche in varie poesie popolari che esprimono laspirazione allindipendenza dellisola:
Un vulemu più Pinzuti
razza e sangue di Cainu.
Un vulemo più bastardi
chi so nati a mal distinu;
vulemu la razza corsa
tutta dentro la so scorza.
Poichì no semo pinzuti
solu par pagà le spese,
tinitevi u vostru lussu
cu lo vostru mal francese
e lasciateci stà soli
a piegne li nostri doli.
Tra i versi popolari riportati dal Monelli citiamo ancora questa dolcissima ninna-nanna che canta il motivo antico e sempre attuale dellamore materno:
Addurmentati, o tesoru
o fiore de li zitelli,
chi spenta è la luce doru
e saccendenu li stelli:
in pratu, fra lu serenu
dormeno li fiori anchelli.
Lu me alberu fiuritu,
lu me frutt inzuccheratu,
lu me vinu culuritu
cume le rosule in pratu:
benedettu da u Signore
quandellu tha battezzatu.
Fa ninnà lu me tesoru
fa ninnà lu me bambinu,
sparghi le to ale doru
lu me columbu divinu;
fa ninnà chi la to mamma
ti sarà sempre vicinu.
Tina Borgogni Incoccia
28 settembre 2003
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it