Ugo Foscolo traduttore di Omero e di Laurence Sterne 2000

di Joseph Eynaud

Traduttore di Omero

Alla versione omerica Ugo Foscolo attese durante tutta la vita, dal 1803 quando pubblicò tre frammenti, due tradotti dall'Iliade, uno dall'Odissea, uno dalla Chioma di Berenice, al 1826, anno al quale risalgono gli ultimi appunti e gli ultimi tentativi. Di queste versioni pubblicò il primo libro e il terzo. L'opera del Foscolo, traduttore di Omero, riguarda soltanto i primi dieci libri dell'Iliade e, per intero, solo quelli pubblicati a stampa, mentre gli altri o non furono tradotti o lo furono soltanto a frammenti.

La storia delle traduzioni dell'Iliade è molto interessante e complessa; fino agli ultimi giorni della vita il nostro autore, infatti, traduceva e variava incessantemente i versi tradotti giacché

ottima fra le possibili traduzioni di poemi antichi in lingua moderna, quella che generalmente ecciterà le stesse passioni nell'anima, e le stesse immagini alla fantasia con lo stesso effetto dell'originale.

Per seguire questo intento non bisognava limitarsi a trasportare in bella forma italiana il testo greco, in quanto le traduzioni con il lessico sono sempre infedeli, specialmente se il vocabolario consultato è quello della Crusca. La lingua greca è ricchissima e le idee concomitanti o accessorie che il traduttore potrà soltanto volgere

imbevendosi dell'originale e venendo come in giostra con esso. Dunque per tradurre l'Iliade bisogna primamente spirito poetico, ed artificio meraviglioso del vero ed affluente ricchezza di lingua, e corredo infinito di erudizione critica, e militare, e geografica, e pazienza incompatibile col caldo ingegno e leggere non tanto i commentatori dal risorgimento delle lettere fino ad oggi, bensì gli scolastici greci dell'età di Atene sino alla caduta del regno di Oriente i quali soli possono come dotti dell'idioma delucidarne infiniti passi di vocaboli ambigui. (Lettera a Vincenzo Monti in Ugo Foscolo, Epistolario, Vol.1, Ed. Naz., Le Monnier, Firenze, 1949.)

Bisogna poi conoscere la Grecia, e Ugo Foscolo nella stessa lettera afferma che non pubblicherà mai, se pur la saprà compiere la sua versione, se non allorché, rivedendo la materna Zacinto, avrà più agio di visitare i luoghi sì precisamente descritti dal vecchio poeta.

Certo l'armonia del greco non potrà essere resa in italiano, e l'endecasillabo sciolto non riprodurrà mai l'ampiezza e la varietà dell'esametro. Tutte queste difficoltà, che impedirono al Foscolo di darci una traduzione compiuta dell'Iliade, sono luoghi comuni a molti critici e traduttori settecenteschi di Omero (Melchiorre Cesarotti, John Locke, Condillac, Jacques Delille, Henri Rochefort, Cesare Beccaria, Antonio Conti, Anton Maria Salvini, Francesco Algarotti).

All'Iliade si può accostare soltanto un poeta soprattutto dotato dalla rarissima facoltà di immaginare fortemente e di ragionare sottilmente; invece, un grammatico come Salvini o un letterato come il Cesarotti, che non voleva nutrirsi degli antichi, bensì nutrirli e vestirli, non potranno mai rendere la passione che circola nel testo.

Ugo Foscolo preferisce la traduzione di Vincenzo Monti perché egli

pur non sapendo il greco e meditando le mille versioni, interpretazioni, chiose e postille di quel poema [...] ha inteso quanti gli altri tutti e, al mio parere lo ha assai meglio tradotto. (Lettera ad Isabella Teutochi Albrizzi, in Epistolario).

Confrontando la sua traduzione con quella del Monti dice: Trovo le sue idee dipinte, e le mie scolpite, a me manca la magia delle tinte, te il rilievo dei muscoli. Foscolo nel suo Saggio sullo stato della letteratura italiana nel primo ventennio del secolo XIX così scrive:

se il Monti ha saputo conferire un colore che piace alle descrizioni nell'Iliade, non è stato sempre abbastanza preciso nel riprodurre il disegno del poeta che fu maestro e padre a tutti i grandi artisti.

Per attenersi al disegno Ugo Foscolo ricercò in continuazione immagini pittoriche che rendessero quelle bellezze che sono piuttosto sentite che non vedute. Si ha infatti una traduzione fedele soltanto quando i lettori sentono quel che il traduttore ha da prima sentito; attuando questa concezione, però, egli faceva rivivere il messaggio poetico omerico attraverso la sua sensibilità e il suo gusto.

La posizione di Ugo Foscolo sul problema del tradurre non fu costante: in un momento di impazienza e di avvilimento cui spesso si abbandonò nel corso delle sue lunghe fatiche, scriveva alla Martinetti nel 1812: No, no io non son fatto dalla Madre natura per servire mai; e la traduzione non è ella forse una servitù da scolaro?

Scorrendo l'epistolario potremmo trovare altre simili frasi, che ci attestano quante volte egli quasi si rassegnasse all'impossibilità di compiere la traduzione omerica secondo i criteri che si prefiggeva, come quando nel 1816, annunciando alla "Donna Gentile" di aver ripreso a tradurre l'Iliade con rinnovata energia, aggiungeva: vedi d'impetrarmi da Domeneddio una vita di cento vent'anni, ché tanti, a dir poco mi ci vorrebbero a terminare la mia traduzione.

Una traduzione la sua, frammentaria, perché nata da successive intuizioni di bellezza, e differente di tono, per un diverso atteggiamento letterario di fronte all'originale; bisognerà ricercare il valore dell'Iliade foscoliana nelle singole immagini, in certi quadretti suggeriti da poche parole del testo omerico.

Traduttore di Laurence Sterne

Alla traduzione del Viaggio sentimentale di "Yorick" di Laurence Sterne Ugo Foscolo attese prima in Francia fra il 1805 e il 1806 e poi a Firenze fra il 1812 e il 1813, stendendola in successive redazioni che, come ci dimostrano le sue lettere di quell'epoca, gli costarono non poca fatica. Il 10 giugno 1813 scrive a Sigismondo Trechi:

Faccio ora stampare a Pisa il Viaggio Sentimentale che io aveva già tradotto per me, ma ora dovendolo tradurre per gli altri l'ho ritradotto e mille volte rifatto e lambiccato e corretto e ricorretto, e copiato e fatto ricopiare in guisa ch'io ho perduto dietro tutto il verno passato e quasi mezzo l'ingegno perch'io purtroppo non son fatto che per tradurre per me stesso.

Nel Primo disegno della Notizia di Didimo Chierico e de' suoi manoscritti Foscolo specifica:

La prima traduzione è fatta dall'inglese non solamente con la giuntura ma ben anche con la giacitura de' vocaboli del testo. La seconda è in istile boccaccesco con molte lunghe trasposizioni di verbi; nel che vi sarebbe più noia che male; ma il male, a mio credere, sta nello innumerabile numero di voci antiquate, le quali non che si trovino nel Boccaccio appena si leggevano sparse qua e là negli scrittori che l'han preceduto. La terza è scritta sì fattamente che chi la traducesse in francese non avrebbe a sconnettere né una sillaba; e somiglia a' moltissimi libri de' nostri tempi. L'ultima è questa ch'io con religiosa diligenza ho trascritto e fatto pubblicare; sì perché sono fedele nelle parole, mi pare fedelissima nel senso, nel colore e negli spiriti originali, sì perché quantunque a primo occhio sembri scritta senza affettazione di vezzi grammaticali e cruschevoli; mi pare tutta piena di semplice e genuino stile italiano.

Di queste successive stesure di cui parla Foscolo abbiamo soltanto la prima e l'ultima.

La versione fu stampata a Pisa nel 1813. La traduzione foscoliana del Viaggio Sentimentale ha una notevole importanza come esperimento linguistico e stilistico. L'autore stesso asserisce di aver intrapreso la traduzione di Sterne per

provare l'arrendevolezza della nostra lingua anche nella traduzione di un autore dilicatissimo nei concetti, terso nell'espressione, stringato nello stile; per mostrare che i Francesi l'hanno tradotto male, come fanno per lo più de' libri stranieri, e più che mai negli scritti di bella letteratura, e per ismentire la laida traduzione italiana fatta sulla francese; per far gustare la satira finissima de' costumi francesi, di cui ogni parola di quel libro è pregna, sebbene pochi se ne siano interamente avveduti. (Lettera ad un editore ignoto, 1806).

La versione foscoliana di Sterne, non è però una traduzione testuale, in quanto l'autore (lo ricaviamo da una lettera ad Ugoni del 1818) vi perseguiva due intenti: quello di recuperare modi e frasi disusati della lingua italiana, soprattutto trecenteschi di Guido Cavalcanti e di Messer Cino ed altri a loro anteriori con gusto e perizia eccezionali; e quello di rendere questi modi e frasi il più naturali possibile, ricreandoli e inserendoli in un nuovo contesto in modo che divenissero tutti suoi propri e nativi.

Traduzione di Foscolo
e originale di Sterne

Dal capitolo XXXII Il polso (Parigi)

Hail ye small sweet courtesies of life, for smooth do ye make the road to it! Like grace and beauty which beget inclinations to love at first sight: 'tis ye who open this door and let the stranger in.

Prima stesura di Foscolo

Benedette, o voi dilicate cortesie della vita, voi che la spianate il sentiero! Pari alla grazia ed alla beltà che a prima vista fanno germogliare lo spirito d'amore, voi n'aprite la porta per introdurvi il forestiero.

Ultima stesura di Foscolo

Siate pur benedette, o lievissime cortesie! Voi spianate il sentiero della vita; voi gareggiando con la Bellezza e le Grazie che fanno alla prima occhiata germinare in petto l'amore, voi disserrate la porta al timido forestiero.

In inglese abbiamo trentasette parole e quarantasette sillabe, in italiano rimane invariato il numero delle parole, mentre aumenta il numero delle sillabe che giunge ad ottanta tre unità. Questo per dare un'idea di quanto la lingua italiana tenda al polisillabismo.

La prima stesura è molto vicina al testo inglese; ci sono già degli scostamenti, non solo sul piano lessicale ma anche sul piano sintattico. Sul piano lessicale osserviamo che Foscolo con un unico significato dilicate rende small sweet, il cui senso corrisponde in italiano a piccole deliziose; con sentiero, road (strada); con fanno germogliare lo spirito d'amore, la frase beget inclinations to love (suscitare inclinazioni ad amare).

Sul piano sintattico notiamo nella prima frase che, mentre nell'originale abbiamo una principale ed una subordinata, nella traduzione a quest'ultima corrisponde una coordinata collegata per asindeto. Nell'ultima frase, invece, ad una principale ed a due relative corrisponde una sola finale. Anche in questa prima stesura compaiono elementi squisitamente foscoliani, come la tendenza a spostare parole ed espressioni, come la preferenza per strutture sintattiche semplici.

La traduzione si è allontanata notevolmente dal testo sterniano; non per questo, però, è mutato il contenuto del messaggio che viene comunicato. Certo, anche ad una prima lettura possiamo avvertire che il tono è più poetico. Non solo ci si distacca del tutto dalla struttura sintattica inglese, ma anche vengono introdotte parole nuove che connotano maggiormente il testo. Il passo è costituito soltanto da coordinate; il che è consono con la preferenza foscoliana per la struttura paratattica.

L'espressione della vita, che nella prima stesura compariva nella prima frase, muta in alla vita e trasposta nella seconda frase, probabilmente per esigenza di equilibrio: le due prime frasi vengono così ad avere la stessa lunghezza. Nella terza frase abbiamo al posto della similitudine pari alla grazia una metafora introdotta da una forma verbale al gerundio, cambiamento dovuto, forse, alla nuova struttura sintattica che abbiamo osservato nel secondo "rifacimento".

Ma gli elementi più connotativi del passo sono quel siate pur benedette, forma ridondante rispetto al benedette della prima stesura e al Hail ye del testo inglese, che è un modo tutto foscoliano di iniziare un brano _ si veda per esempio O! quella ragazzetta è pur cara dalla lettera IX dell'Ortis _ il superlativo lievissime più espressivo di dilicate; il sintagma germinare in petto l'amore, forma più ricercata di germogliare lo spirito d'Amore; l'uso delle maiuscole per Bellezza e Grazie; infine disserrare ospitalmente e timido forestiero.

Le precedenti varianti si possono spiegare come ricerca di immagini che rendono meglio il senso del brano sterniano, mentre queste ultime sono aggiunte che hanno un notevole valore stilistico.

In disserrare ospitalmente l'avverbio è in stretto rapporto con il verbo e ne modifica il significato di base. Disserrare (latino disser composto da dis e da sero, = chiudere; sera = serratura, sbarra, spranga) non ha un puro valore denotativo, in quanto è uno scarto del significato aprire, usato normalmente per esprimere il medesimo significato. Foscolo stesso dice di aver trovato questa parola in Dante (Paradiso, XI.60). L'aggettivo timido non è presente in Sterne, si ritrova invece, nella seconda traduzione in sequenza regressiva (t, t): comportamento tipico della lingua poetica.

Un'ultima cosa che testimonia l'intensa ricerca stilistica avvenuta in questo piccolo testo: l'anafora, accennata nel testo inglese e qui messa in rilievo (Voi spianate [...] voi gareggiando [...] voi disserrate) dà un particolare ritmo e collega per asindeto le frasi. L'armonia che il Foscolo ricercava negli scritti in prosa deriva, oltre che dagli elementi che abbiamo esaminato, dai frequenti dittonghi e dal grande numero di vocali, specialmente dalla a. La traduzione di Sterne presentò ovviamente meno difficoltà di quella omerica: si trattava di tradurre un'opera in prosa, di un contemporaneo, da una lingua viva.

Joseph Eynaud

Ugo Foscolo critico letterario Ugo Foscolo Saggi sopra il Petrarca Foscolo lettera alla sorella Rubina

5 Dicembre 2000

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it