Il gioco dei Tarocchi
nel Castello di Italo Calvino
2000
di Lydia Pavan

Le carte affascinano gli amanti della competizione, ma anche coloro che cercano una soluzione ai problemi personali. Come prova di questa seconda opzione, basta sfogliare le pagine di offerte commerciali di qualsiasi quotidiano o rivista, o praticare lo zapping o navigare su Internet o osservare i cartelli pubblicitari. Molti, se non tutti i medium, si dichiarano professionalmente preparati a chiedere ai Tarocchi le risposte alle aspettative dei loro clienti. Ma chi sono i Tarocchi e che cosa c'entrano con Italo Calvino, lo scrittore italiano nato a Cuba nel 1923 e morto a Siena nel 1985?

Chi sono i Tarocchi?

Disegnati anche da artisti del '900 come Salvador Dalì, conosciuti dalla fine del '300, molto diffusi nel '400, cantati da poeti quali Matteo Maria Boiardo, Luigi Pulci, François Rabelais, affrescati sulle pareti del milanese Palazzo Borromeo si giocavano alle corti estensi e viscontee, servivano per svagarsi e per divinare. Prima del '500 erano definiti ludus triomphorum, gioco dei trionfi, ovvero marce trionfali per la presenza di figure allegoriche importanti e di personaggi potenti: Imperatore, Imperatrice, Papa, Papessa.
La loro origine è incerta, forse bohémienne o egiziana o islamica.
Sono collegati al Sufismo e alla Cabala.
In una mostra svoltasi a Bologna nel 1995 si è sostenuta la nascita bolognese dei Tarocchi; insomma, il fatto che le origini suscitino diverse supposizioni significa che molti ambiscono alla loro paternità.
Secondo recenti ricerche, il Tarocco divinatorio sarebbe posteriore a quello del gioco, in quanto si sarebbe diffuso a partire dal '700. Fanno parte dell'iconografia di tutti i tempi ed hanno giocato un ruolo in pieno '900, incluso il movimento hippy, fino all'assassinio rituale in California. Ancor oggi vengono usati nella cartomanzia e nella sofrologia.
Ciò che è interessante è la polivalenza di significati, del resto tipica del gioco delle carte: ogni carta, infatti, assume un determinato senso in base alla sua posizione.
I Tarocchi riguardano la vita e la realtà degli individui: secondo la Cabala, i Tarocchi maggiori corrispondono alle lettere dell'alfabeto ebraico e raccontano il rito iniziatico del giovane, rappresentato dal Bagatto o Bateleur o Mago (n.1), mentre il Mondo (n.22) è il raggiungimento della verità, l'unione degli opposti, l'armonia, la creazione dell'ordine dal Caos, che è lo zero.
Il raggiungimento della verità è rappresentato da questo tarocco:

Il binomio ordine/caos è basilare anche nel mondo poetico calviniano, compreso il Castello dei destini incrociati, opera abbinata ai Tarocchi. Lo stesso gioco delle carte offre garanzie contro il disordine, perché finisce con una soluzione, ovvero mette ordine dopo le svariate combinazioni ludiche: combinando, si geometrizza e si armonizza il mondo entropico. Alla fine delle due parti del romanzo di Italo Calvino, Il Castello e La Taverna, vediamo completati i quadrati dei Tarocchi: si desume che il gioco delle carte ed il gioco della scrittura abbiano raggiunto il loro scopo.

Perché, Italo Calvino?

Nel 1969 Italo Calvino ha ricevuto l'incarico dall'editore Franco Maria Ricci di illustrare con un testo i Tarocchi del mazzo visconteo, diviso fra Bergamo e New York. Lo scrittore ha accettato, non solo attratto dagli intrecci combinatori del gioco, dall'ars combinatoria, ma anche perché, come detto in Lezioni americane, la fonte del lavoro sui Tarocchi stava nelle divagazioni infantili sulle pagine illustrate: così è nato il Castello dei destini incrociati, che associa il codice narrativo con quello iconico e che per La Taverna utilizza i Tarocchi non del Rinascimento, ma del '700, di Marsiglia, e in più di grezza e popolare fattura.
Il libro è stato pubblicato per Einaudi nel 1973.
L'originalità sta nel fatto che le figure dei 78 Tarocchi accompagnano sia le pagine del testo, sia le diverse storie che vengono raccontate dai protagonisti i quali, attraversato il bosco, arrivano alla locanda del Castello dopo aver perso la parola, per magia, per incantesimo. Ognuno ha una storia, ma essendo muto, per riviverla e farla rivivere usa i Tarocchi disponendoli sul tavolo, il che significa che l'afasia è risolta dalle carte, che hanno il grande merito di salvare l'arte del racconto.
Sono storie per lo più drammatiche vissute da personaggi che di volta in volta assumono la fisionomia dei Tarocchi stessi. Per esempio, nella prima storia dell'Ingrato punito, un bel giovane roseo e biondo s'identifica nel Cavaliere di coppe: tutti notammo la somiglianza tra il suo viso e quello della figura. Il Cavaliere approfitta della fanciulla (La Temperanza) che l'aiuta nel bosco (Nove di bastoni), dopo che è stato aggredito da un brigante (La Forza), che l'ha lasciato a testa in giù (L'Impiccato). Ma il suo comportamento, ingrato ed egoista nei confronti della giovane donna, lo riporterà nel bosco dove troverà la morte, straziato dalle lame taglienti delle seguaci di Cibele (Otto di spade), che poi altro non sono che la fanciulla abbandonata. Il bosco finale è un labirinto da cui non si esce.
Anche gli altri commensali raccontano le proprie vicende, sia mettendo sul tavolo Tarocchi non ancora usati, sia utilizzando quelli degli altri: in questo modo le storie s'incrociano, si combinano in un gioco che ha coinvolto, oltre ad Italo Calvino, tanti intellettuali, come Vladimir Propp e seguaci, che si sono occupati della combinatoria della cartomanzia, o Raymond Queneau in Esercizi di stile, autore tradotto e commentato dallo stesso Calvino, il quale dagli anni '60 in poi, attento al rapporto tra scienza e letteratura, si è interessato alla combinazione di suoni e parole, alla scienza della comunicazione, al linguaggio che lo scrittore deve saper controllare e combinare, alle unità narrative che possono combinarsi in svariati modi.

Prendiamo ora in considerazione alcuni Tarocchi particolarmente densi di valenze esistenziali: per esempio, come ha sottolineato Giorgio Bertone, il Due di denari che nella cartomanzia in genere equivale a perdita di soldi. Il fatto che sia configurato a forma di S stimola la fantasia di Calvino che gli attribuisce altri significati. Dal momento che un tema fondamentale del Castello è il rapporto tra scrittura e lettura attraverso i segni dei Tarocchi, la lettera S è il segno della semiotica, lo scambio della comunicazione. Nella Taverna il Re di bastoni è lo scrittore, il bastone rappresentando lo strumento dello scrivere. Una delle sue carte è appunto il Due di denari: anche per me è un segno di scambio, di quello scambio che è in ogni segno.
Ma il Due di denari lo troviamo anche in altre storie, come in quella di Faust o nella storia di Parsifal. Nel Faust è il patto con il diavolo, nella storia di Parsifal la stessa carta raffigura il giro tortuoso per sedersi alla tavola (Dieci di coppe) di Re Artù (Re di spade): tre funzioni diverse dunque, le prime due intellettuali, la terza fisico-motoria.
Un altro Tarocco incisivo è Il Bagatto o Bateleur o Mago, arcano n.1, cui abbiamo già accennato. Un giovane sta dietro un tavolo quadrato o rettangolare, su cui sono disposti degli oggetti che corrispondono ai quattro elementi, fuoco acqua aria terra, ovvero bastoni coppe spade denari. Sul cappello non manca il segno dell'infinito, come infinita è la ricerca del giovane adepto che nella Cabala è pronto a percorrere l'itinerario mistico.
E nell'iperomanzo di Italo Calvino? Essendo diversi i ruoli che riveste, ne cito alcuni: nella seconda storia del Castello è il diavolo o Mefisto che tenta Faust con il segreto dell'oro (Sette di denari). Nella sesta storia di Astolfo sulla luna è il poeta che risponde ad Astolfo in un modo non ariostesco, in quanto la luna non è un mondo pieno di senso, ma un deserto (la calva circonferenza dell'Asso di denari), un orizzonte vuoto, come a dire che l'Astolfo calviniano è ben lontano dall'armonia rinascimentale, in quanto è illusorio cercare la saggezza, il senno nel nostro mondo moderno. Nella Taverna lo ritroviamo sia nei panni del Mago Merlino, sia come narratore, scrittore, giocoliere, illusionista in Anch'io cerco di dire la mia, in cui la voce narrante è lo stesso scrittore, che come un mago manipola i segni della scrittura.
Interessante lo stesso arcano n.1 disegnato da Dalì: il Mago è lo stesso Dalì in posizione verticale, come le colonne ascendenti dell'ogiva che fa da sfondo. La mano sinistra tende verso il basso per dominare il mondo materiale e servire il vero Bene che è l'Arte, la spiritualità. La tavola, a forma di cubo, è anche un altare dove il Mago Dalì, grande trasgressore, tramuta pane e vino nella sua coppa. Accompagna il Tarocco un orologio molle, tipico topos del pittore spagnolo.


In un mondo da sempre in bilico fra saggezza e follia, non si può non prendere in considerazione Il Matto, arcano n.0 o 21 o 22, per il quale Italo Calvino si ispira, come già per altri tarocchi, alla letteratura. Per esempio nel Castello all'Orlando Furioso, il Matto è Orlando impazzito; invece nella Taverna è molto presente William Shakespeare, con il Matto che rappresenta il raptus di Edipo che uccide il padre senza saperlo, oppure Amleto che si finge fuori di senno davanti alla madre ed allo zio od ancora l'accompagnatore di King Lear che ha perso la ragione. Mentre Il Castello rende omaggio all'Ariosto, ovvero ad un principe del Rinascimento, La Taverna si chiude nel segno di Shakespeare, l'artista della crisi del Rinascimento, come a dire che la storia dell'uomo è un alternarsi ciclico. Calvino ci vuole anche suggerire che Shakespeare e La Taverna son più vicini all'angoscia dei nostri tempi, angoscia rappresentata anche dai capelli bianchi dei Tarocchi marsigliesi, sia giovani sia vecchi. Nel Castello invece i commensali, tutti belli ed eleganti, costituiscono una compagnia di eletti.
L'ultimo Tarocco su cui mi soffermo è il n.12, affascinante e peculiare perché lo si può leggere all'incontrario, con la testa in su o in giù: si tratta dell'Impiccato o Pendu, che nella Cabala corrisponde al compimento della grande opera, alla conoscenza a testa in giù:

Le gambe accavallate formano una croce, l'iniziato è nel pieno delle sue forze, ha l'aureola perché pronto al sacrificio. Nel tarocco del '400, utilizzato da Calvino nel Castello, manca l'aureola ed il fondo a losanghe porta il sole dei Visconti, simbolo elegante e raffinato della vita di Corte. Nella Taverna invece l'Impiccato, al posto dell'aureola ha una folta capigliatura, con intorno i dodici segni zodiacali. Nel Castello Orlando è anche L'Impiccato, inseguito e appeso a testa in giù per ricevere il supposto senno racchiuso nell'ampolla: il suo occhio è limpido, la sua voce dice: Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge anche all'incontrario. Tutto è chiaro.

Per Maria Corti, Italo Calvino ci vuol dire che la ragione ha il compito di leggere l'universo in modo demistificante. L'Orlando calviniano è sceso nel Caos, nel centro del quadrato dei Tarocchi e del mondo, perché per conoscere è necessario inabissarsi.
Un'ultima considerazione sulle due parti, Castello e Taverna, che compongono l'opera di Calvino. Numerose sono le distinzioni in parte sottolineate, ma esistono delle analogie, tra cui una importantissima: alla fine del Castello, l'ostessa o Regina di bastoni, come ancella dello stesso castello, dopo essere scampata all'assassinio nel bosco, apparecchia la tavola e mescola il mazzo dei Tarocchi per riprendere il gioco. Alla fine della Taverna Macbeth dice: Sono stanco che il sole resti in cielo, non vedo l'ora che si sfasci la sintassi del Mondo, che si mescolino le carte del gioco. Dunque, sia l'ostessa, sia Macbeth si lasciano alle spalle il male del passato e ritengono sia opportuno ricominciare da capo, con il gioco del narrare, con il gioco combinatorio dei segni rappresentati dai Tarocchi, perché narrare equivale a sopravvivere.

Lydia Pavan

Letteratura e Internet

5 novembre 2000

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