Da
scaglie di mare a l’ultima foglia dell’alloro
2001
Frammenti
su Eugenio Montale
di
Fausta Samaritani
il
vento che nasce e muore
nell’ora
che lenta s’annera
suonasse
te pure stasera
scordato
strumento,
cuore.
Scrisse Carlo Panseri su "Il
Secolo" del 20 maggio 1928:
Montale
ha vissuto fino a qualche anno fa a Genova. Discreto, misurato, gentile, parco
di parole e di fatti, quasi sempre chiuso in se stesso, schivo dalle compagnie
rumorose, egli viveva in un’ombra piena di mistero e quasi di pudore.
Nel 1925 l’editore Piero Gobetti aveva pubblicato, in soli mille esemplari, gli Ossi di Seppia, composti da Montale fra il ’16 e il ’24. Una parte di queste poesie è dedicata a Camillo Sbarbaro. La parola diventa febbre, estasi profumo, malattia_ confessò Montale, in una lettera al poeta e giornalista Francesco Meriano, il 10 maggio 1918; e in una intervista, rilasciata a ottanta anni di età, Montale ammise:
Quella
delle Cinqueterre, di Monterosso, è stata una stagione molto formativa; però
ha anche contribuito l’avvio all’introspezione, mi ha portato
a un imprigionamento del cosmo. Firenze per me è stata la terraferma della
cultura, delle idee, della tradizione.
Passioni, non troppo celate,
di Eugenio Montale erano la pittura e la musica. Raccontò in una intervista,
nel 1962:
Ero
con De Grande, così, per fargli compagnia, ho cominciato ad abbozzare qualcosa
anch’io. Usavo sempre un colore o due, il marrone e il giallo. Però,
nemmeno adesso ho una tavolozza. Uso i pastelli.
Musica e pittura erano per
Montale due Arti sorelle.
Quando
cominciai a scrivere le prime poesie degli "Ossi di seppia"
_ confessò Montale _avevo certo un’idea della musica nuova e della
nuova pittura. Avevo sentito i "Ministrels" di Debussy e nella prima
edizione del libro c’era una cosetta che si sforzava di rifarli: "Musica
sognata". E avevo scorso gli impressionisti del troppo diffamato Vittorio
Pica.
Scrisse anche:
So
che l’arte della parola è anch’essa musica, sebbene abbia poco
a che fare con le leggi dell’acustica.
Nel 1915 Montale prese lezioni
di canto dal baritono Ernesto Sivori e progettava il debutto nella parte di
Valentino nel Faust di Gounod; ma la sua carriera come cantante lirico
fu interrotta, prima dalla guerra, poi dalla morte di Sivori.
L’esperienza
mi fu utile:_ scrisse Montale_ esiste un problema d’impostazione
anche fuori del canto, in ogni opera umana. E credo d’essere rimasto
uno dei rari uomini d’oggi che comprenda il nostro melodramma.
Alla fine del 1939 l’editore
Einaudi pubblica Le occasioni, il secondo libro di versi di Montale.
Principale musa ispiratrice, con il nome di Clizia, è l’amica americana
Irma Brandeis che Montale ha conosciuto nel 1933, quando era direttore del
Gabinetto Vieusseux. Il poeta attraversa un periodo di dubbi esistenziali,
tentato dal "sogno americano" che lo vedrebbe riunito Oltreoceano
alla donna amata e tormentato dalla crisi della civiltà letteraria, travolta
dalla storia dei fascismi trionfanti. Lo scenario europeo è totalmente mutato:
Hitler ha invaso la Polonia e il mondo è di fronte ad una guerra rovinosa.
La natura in Montale diventa la cassa di risonanza di questo tempo procelloso,
in cui drammatica e quasi impossibile appare ogni ricerca di salvezza. In
un paesaggio lugubre e scatenato il poeta ricerca tenui barlumi, poveri oggetti
quotidiani, affetti salvifici in grado di esorcizzare la paura dell’ignoto
che presagi funesti annunciano. Gli endecasillabi sciolti, mescolati ai quaternari,
nella poesia Vecchi versi presentano un paesaggio marino elementare,
caliginoso e corruscato, all’ultimo, algido riflesso del tramonto:
Muoveva
tutta l’aria del crepuscolo a un fioco
occiduo
palpebrare della traccia
che
divide acqua da terra.
All’interno della casa,
nella domestica quotidianità penetra una farfalla nera, orribile insetto con
un teschio sul dorso. Batte le funeree ali nel calice pendulo di una lampada
color fucsia, scompigliandone le perline, poi brucia e crolla alitando pazzamente
sui giornali. Questa scheggia minima_ la morte di una farfalla notturna che,
in una estrema illusione di salvezza, volteggia sulla lampada_ è un segnale
della tragedia immane che incombe. Altre farfalle, ma bianche, a nuvoli, a
sciami invadono Firenze che, in una mattina di maggio 1938, si prepara ad
accogliere Hitler. Il Lungarno è pieno di questi inutili insetti che i passanti
calpestano, infastiditi. Nei versi de La primavera hitleriana, pubblicata
nel 1943 in La bufera e altro, Montale fa la cronaca di questa
strana giornata fiorentina, di questa raggelata primavera, dove pur albeggia
un segnale di speranza.
Forse
le sirene, i rintocchi
che
salutano i mostri nella sera
della
loro tregenda, si confondono già
col
suono che slegato dal cielo, scende, vince
La raccolta Satura comprende
poesie scritte da Montale fra il ’62 e il ’70. Il titolo evoca
la satura lanx latina, cioè il piatto colmo di cibi vari da offrire
agli dei. Il poeta, disilluso dal mondo contemporaneo dominato dai mass
media, satireggia sugli aspetti più volgari e gretti del consumismo. Egli
mescola il sarcasmo per l’insensatezza del mondo contemporaneo con i
teneri accenti per la moglie, da poco tempo scomparsa. L’ultimo Montale,
autore di Quaderno di quattro anni (1977), è un uomo che vive la celebrità:
Saragat nel 1967 lo ha nominato Senatore a vita e nel 1975 L’accademia
di Svezia gli ha conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Nel 1963 è
morta Drusilla Tanzi, la sua "Mosca", amica carissima e ispiratrice,
conosciuta negli anni fiorentini e da pochi mesi diventata sua moglie. Montale
si dedica alla raccolta dei suoi scritti e alla pubblicazione di inediti.
Nelle lettere private si svela sempre più scontroso, acidulo e corrosivo,
anche verso vecchi amici. Parco, come sempre, detesta la società dei consumi
che per lui segna la fine della sana etica, laica e borghese, del vivere con
poco ma in modo onesto; detesta anche la fonduta psichica del villaggio
globale elettronico, in cui l’io si smarrisce. Nel discorso E’
ancora possibile la poesia? tenuto in occasione del Nobel, ha detto:
In
tale paesaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più
discreta delle arti, la poesia? La poesia così detta lirica è opera, frutto
di solitudine e di accumulazione. Lo è ancora oggi ma in casi piuttosto limitati.
Abbiamo però casi più numerosi in cui il sedicente poeta si mette al passo
coi nuovi tempi. La poesia si fa allora acustica e visiva. Le parole schizzano
in tutte le direzioni come l’esplosione di una granata, non esiste un
vero significato, ma un terremoto verbale con molti epicentri.
Sull’orlo della morte,
la creatività letteraria lo sostiene ancora e con un velo di ironia raccoglie
cose minime, estremi frammenti del vivere quotidiano:
il
sole si raffredda
e
l’ultima foglia dell’alloro
era
polverosa
e
non servì nemmeno per la casseruola
dell’arrosto.
Fausta
Samaritani
21 Marzo 2001. Giornata mondiale
della poesia.
Bibliografia: Giuseppe Marcenaro Eugenio Montale, Bruno Mondadori, 1999 (con dizionario di termini montaliani e bibliografia ragionata).
vedi anche: Eugenio Montale, press
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it