Da scaglie di mare a l’ultima foglia dell’alloro 2001

Frammenti su Eugenio Montale

di Fausta Samaritani

In cerca di un ruvido riparo, di un luogo dimenticato dove potersi ritrovare, Eugenio Montale si isolava, ombroso, in uno spicchio di paesaggio delle Cinqueterre, dove la fissità della rupe e la presenza imperiosa del mare, occhieggiante attraverso le foglie rarefatte degli ulivi parlavano al suo cuore in una epifania di suoni aspri e di luci accecanti. Sopra quelle terrazze aeree, con minimo spreco e fantasia di suoni e di colori, una natura avara di passaggi sfocati colmava la geografia della sua anima melanconica. Montale scrutava, ascoltava, registrava ogni minimo ripetersi dei segnali naturali: il respiro infinito del mare, lo stormire faticato dei rami, il concerto variato del vento. Spiava il mutare improvviso delle luci e il farsi della vita, scopriva il segno e il suono di presenze animali e vegetali, raccoglieva meravigliose reliquie che il mare abbandona, in provvisoria incertezza, sulla riva. Ripensò sempre alle lunghe stagioni estive della infanzia e della giovinezza passate a Monterosso, dove i Montale possedevano una villa; al giardino magico dove due palme erano cresciute vicine ma disarmoniche e sbilenche: alta e esile l’una, nana l’altra. Le rocce impraticabili e a strapiombo sul cangiante Mare Ligure, i pinastri scheletrici e contorti nati sulla poca terra, i grandi fiori gialli, nel gioco arcano della poesia di Montale sono segni forti di presenze, sono l’unico mezzo per svelare il mondo interiore del poeta. Da Corno inglese:

il vento che nasce e muore

nell’ora che lenta s’annera

suonasse te pure stasera

scordato strumento,

cuore.

Scrisse Carlo Panseri su "Il Secolo" del 20 maggio 1928:

Montale ha vissuto fino a qualche anno fa a Genova. Discreto, misurato, gentile, parco di parole e di fatti, quasi sempre chiuso in se stesso, schivo dalle compagnie rumorose, egli viveva in un’ombra piena di mistero e quasi di pudore.

Nel 1925 l’editore Piero Gobetti aveva pubblicato, in soli mille esemplari, gli Ossi di Seppia, composti da Montale fra il ’16 e il ’24. Una parte di queste poesie è dedicata a Camillo Sbarbaro. La parola diventa febbre, estasi profumo, malattia_ confessò Montale, in una lettera al poeta e giornalista Francesco Meriano, il 10 maggio 1918; e in una intervista, rilasciata a ottanta anni di età, Montale ammise:

Quella delle Cinqueterre, di Monterosso, è stata una stagione molto formativa; però ha anche contribuito l’avvio all’introspezione, mi ha portato a un imprigionamento del cosmo. Firenze per me è stata la terraferma della cultura, delle idee, della tradizione.

Eugenio Montale si trasferì a Firenze a febbraio 1927 e lì trovò un impiego presso la Casa editrice Bemporad, con lo stipendio di 600 lire al mese. Punto focale intorno al quale ruotava la nuova letteratura italiana, Firenze aveva visto nascere, fiorire e morire molte riviste letterarie: "Il Marzocco", a cui avevano collaborato anche Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio; il "Leonardo" (1903-1907), "Il Regno"(1903-1906) di Enrico Corradini, "La Voce" (1908-1916) di Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini e Giuseppe De Robertis; "Hermes" (1904-1906), (1913-1915) e "Italia futurista". Dopo la guerra, nacquero a Firenze "Il Selvaggio" di Mino Maccari e Curzio Malaparte, "Il Frontespizio" di ispirazione cattolica e "Solaria" (1926-1936) che pubblicò numeri unici su Umberto Saba e su Italo Svevo e fu un luogo di incontro non accademico per critici come Giacomo Debenedetti, Sergio Solmi, Alessandro Bonsanti, Gianna Manzini, Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale, Bonaventura Tecchi, Gianfranco Contini; infine vide luce a Firenze "Letteratura", fondata nel 1937 da Alessandro Bonsanti, rivista attenta alle avanguardie europee e americane, alla quale collaborarono anche Elio Vittorini, Tommaso Landolfi, Giovanni Comisso e Gianfranco Contini. Su "Letteratura" Montale pubblicò alcune poesie, poi raccolte in volume ne Le occasioni, e su "Solaria" pubblicò la versione de Il canto di Simone di T. S. Eliot.

Passioni, non troppo celate, di Eugenio Montale erano la pittura e la musica. Raccontò in una intervista, nel 1962:

Ero con De Grande, così, per fargli compagnia, ho cominciato ad abbozzare qualcosa anch’io. Usavo sempre un colore o due, il marrone e il giallo. Però, nemmeno adesso ho una tavolozza. Uso i pastelli.

Musica e pittura erano per Montale due Arti sorelle.

Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli "Ossi di seppia" _ confessò Montale _avevo certo un’idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i "Ministrels" di Debussy e nella prima edizione del libro c’era una cosetta che si sforzava di rifarli: "Musica sognata". E avevo scorso gli impressionisti del troppo diffamato Vittorio Pica.

Scrisse anche:

So che l’arte della parola è anch’essa musica, sebbene abbia poco a che fare con le leggi dell’acustica.

Nel 1915 Montale prese lezioni di canto dal baritono Ernesto Sivori e progettava il debutto nella parte di Valentino nel Faust di Gounod; ma la sua carriera come cantante lirico fu interrotta, prima dalla guerra, poi dalla morte di Sivori.

L’esperienza mi fu utile:_ scrisse Montale_ esiste un problema d’impostazione anche fuori del canto, in ogni opera umana. E credo d’essere rimasto uno dei rari uomini d’oggi che comprenda il nostro melodramma.

Alla fine del 1939 l’editore Einaudi pubblica Le occasioni, il secondo libro di versi di Montale. Principale musa ispiratrice, con il nome di Clizia, è l’amica americana Irma Brandeis che Montale ha conosciuto nel 1933, quando era direttore del Gabinetto Vieusseux. Il poeta attraversa un periodo di dubbi esistenziali, tentato dal "sogno americano" che lo vedrebbe riunito Oltreoceano alla donna amata e tormentato dalla crisi della civiltà letteraria, travolta dalla storia dei fascismi trionfanti. Lo scenario europeo è totalmente mutato: Hitler ha invaso la Polonia e il mondo è di fronte ad una guerra rovinosa. La natura in Montale diventa la cassa di risonanza di questo tempo procelloso, in cui drammatica e quasi impossibile appare ogni ricerca di salvezza. In un paesaggio lugubre e scatenato il poeta ricerca tenui barlumi, poveri oggetti quotidiani, affetti salvifici in grado di esorcizzare la paura dell’ignoto che presagi funesti annunciano. Gli endecasillabi sciolti, mescolati ai quaternari, nella poesia Vecchi versi presentano un paesaggio marino elementare, caliginoso e corruscato, all’ultimo, algido riflesso del tramonto:

Muoveva tutta l’aria del crepuscolo a un fioco

occiduo palpebrare della traccia

che divide acqua da terra.

All’interno della casa, nella domestica quotidianità penetra una farfalla nera, orribile insetto con un teschio sul dorso. Batte le funeree ali nel calice pendulo di una lampada color fucsia, scompigliandone le perline, poi brucia e crolla alitando pazzamente sui giornali. Questa scheggia minima_ la morte di una farfalla notturna che, in una estrema illusione di salvezza, volteggia sulla lampada_ è un segnale della tragedia immane che incombe. Altre farfalle, ma bianche, a nuvoli, a sciami invadono Firenze che, in una mattina di maggio 1938, si prepara ad accogliere Hitler. Il Lungarno è pieno di questi inutili insetti che i passanti calpestano, infastiditi. Nei versi de La primavera hitleriana, pubblicata nel 1943 in La bufera e altro, Montale fa la cronaca di questa strana giornata fiorentina, di questa raggelata primavera, dove pur albeggia un segnale di speranza.

Forse le sirene, i rintocchi

che salutano i mostri nella sera

della loro tregenda, si confondono già

col suono che slegato dal cielo, scende, vince

La raccolta Satura comprende poesie scritte da Montale fra il ’62 e il ’70. Il titolo evoca la satura lanx latina, cioè il piatto colmo di cibi vari da offrire agli dei. Il poeta, disilluso dal mondo contemporaneo dominato dai mass media, satireggia sugli aspetti più volgari e gretti del consumismo. Egli mescola il sarcasmo per l’insensatezza del mondo contemporaneo con i teneri accenti per la moglie, da poco tempo scomparsa. L’ultimo Montale, autore di Quaderno di quattro anni (1977), è un uomo che vive la celebrità: Saragat nel 1967 lo ha nominato Senatore a vita e nel 1975 L’accademia di Svezia gli ha conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Nel 1963 è morta Drusilla Tanzi, la sua "Mosca", amica carissima e ispiratrice, conosciuta negli anni fiorentini e da pochi mesi diventata sua moglie. Montale si dedica alla raccolta dei suoi scritti e alla pubblicazione di inediti. Nelle lettere private si svela sempre più scontroso, acidulo e corrosivo, anche verso vecchi amici. Parco, come sempre, detesta la società dei consumi che per lui segna la fine della sana etica, laica e borghese, del vivere con poco ma in modo onesto; detesta anche la fonduta psichica del villaggio globale elettronico, in cui l’io si smarrisce. Nel discorso E’ ancora possibile la poesia? tenuto in occasione del Nobel, ha detto:

In tale paesaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia? La poesia così detta lirica è opera, frutto di solitudine e di accumulazione. Lo è ancora oggi ma in casi piuttosto limitati. Abbiamo però casi più numerosi in cui il sedicente poeta si mette al passo coi nuovi tempi. La poesia si fa allora acustica e visiva. Le parole schizzano in tutte le direzioni come l’esplosione di una granata, non esiste un vero significato, ma un terremoto verbale con molti epicentri.

Sull’orlo della morte, la creatività letteraria lo sostiene ancora e con un velo di ironia raccoglie cose minime, estremi frammenti del vivere quotidiano:

il sole si raffredda

e l’ultima foglia dell’alloro

era polverosa

e non servì nemmeno per la casseruola

dell’arrosto.

Fausta Samaritani

21 Marzo 2001. Giornata mondiale della poesia.

Bibliografia: Giuseppe Marcenaro Eugenio Montale, Bruno Mondadori, 1999 (con dizionario di termini montaliani e bibliografia ragionata).

vedi anche: Eugenio Montale, press

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

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