Artisti inquieti, antiborghesi, irreligiosi, anticlericali, dissacratori

Scapigliatura

La Scapigliatura 2001

di Fausta Samaritani

L’origine del termine, libera traduzione dal francese "bohême", si fa risalire al 1862, al romanzo di Carlo Righetti, in arte Cletto Arrighi, La Scapigliatura e il 6 febbraio. In realtà Arrighi aveva già usato il vocabolo "Scapigliati" in una prima redazione del romanzo, apparsa su l’Almanacco de "Il Pungolo" per il 1858 e nel romanzo Gli ultimi coriandoli, del 1857. Il termine era precedentemente in uso e appare in una lettera, parzialmente inedita, indirizzata nel 1855 ad Ippolito Nievo, e in cui si trova un elenco di poeti scapigliati veneti e lombardi. Ribelli alla egemone cultura manzoniana di cui avvertivano tuttavia il fascino, ricettivi alla suggestione di nuove correnti straniere e alla poesia del simbolo e del mistero, inquieti fino alla nevrosi, anticipatori di mode, antiborghesi, irreligiosi ed anticlericali, dissacratori ironici della tradizione e attratti dal nascente realismo, irrequieti, travagliati, antimilitaristi, turbolenti ma non ancora rivoluzionari, vagamente anarchici semmai, gli Scapigliati trovarono fertile humus in mezzo alle brigate di giovani chiassosi che a Milano frequentavano caffè e osterie periferiche, come lo Gnocchi, l’osteria del Polpetta, di Monforte, di Marietta, dove Giuseppe Rovani dettava interminabili lezioni di estetica letteraria. A Milano la cultura positivista fioriva, fortificata dalla secca e scientifica prosa del "Politecnico" di Carlo Cattaneo; erano ancora vive le tracce della grande tradizione illuministica; la nascente borghesia imprenditoriale, sulle ali di una idea di progresso civile ed economico, attuava un nuovo modello urbanistico di città tentacolare. A Milano gli Scapigliati divennero lo sberleffo alla oleografia risorgimentale e romantica, attuarono il radicalismo della piccola rivolta quotidiana, erano un brivido contro l’orrore della moderna civiltà industriale che, in nome del progresso, fissava rotaie e piantava pali del telegrafo, distruggendo una visione idillica di natura incontaminata. Sull’esempio del primo romanticismo tedesco, essi riscoprivano il gusto del macabro, del demoniaco, dell’orrido, una moda che culminò nel romanzo Fosca di Igino Ugo Tarchetti, dove la scomposizione estrema della carne e dello spirito, in una donna orrenda, sono l’esatto contrario della visione di una casta ed eterea fanciulla romantica. Indagatore di nevrosi nascoste, creatore di visioni fantastiche estreme alla Hoffmann, Tarchetti è il più tipico esempio di "poeta maledetto" nostrano.

Eugenio Prati, Serata d'inverno

Il rifiuto di forme, di temi, di sintassi si trasforma in Carlo Alberto Pisani Dossi, il più innovativo ed originale tra gli Scapigliati, in uno sperimentalismo linguistico avanzato e personalissimo. La sua lingua è maculata da voci arcaiche tratte da testi del Trecento e del Cinquecento, miscelata con termini aulici, latini o vagamente latineggianti, con parole lombarde, con inserti dialettali e gergali; le sue costruzioni sintattiche sono improntate ad altre lingue. Ne viene fuori uno Zibaldone linguistico, grottesco e bizzarro sul versante sintattico, fonetico, grafico e lessicale, in cui si è dissolta la struttura consueta dell’italiano letterario: conquista rapidissima e sicura, in un Pisani Dossi ventenne, autore di L’altrieri (1868) e della Vita di Alberto Pisani (1870). Il pastiche di Dossi non è mai un vuoto esercizio letterario: precorre quello, più articolato e maturo, di Carlo Emilio Gadda.

Noi siam figli di padri malati

dettava Emilio Praga nel Preludio a Penombre. Era nato in un sobborgo di Milano e aveva viaggiato in Francia, Svizzera e Olanda. Fu pittore, poeta, romanziere. Morì alcolizzato, come Rovani. Nel 1863, insieme ad Arrigo Boito andò a Torino, per presentare la commedia Le madri galanti, scritta in collaborazione con Boito. Fu un clamoroso insuccesso: ma da allora, in un circolo culturale a Piazza Carignano, ambiente ovattato e chiuso, frequentato dalla buona borghesia sabauda, tra ritrovi mondani e cauta disputa letteraria il credo scapigliato attecchì. In Piemonte la figura più originale è Giovanni Faldella. Il suo stile, tra parlato e libresco, si apre allo scatto ironico, alla regionale coloritura, al vigore espressivo in ossequio alla rappresentazione di una sua ipotetica realtà. Talvolta forzatamente umoristico, con un personale gusto del bozzetto, del documentario, dell’aneddoto, dell’osservazione minuta, Faldella è uno scrittore dall’equilibrio precario, volubile, incrinato, moderno. Il romanzo più noto, di tutti quelli prodotti dagli Scapigliati è Senso di Camillo Boito, immortalato dal film di Visconti. Sullo sfondo della terza guerra d’Indipendenza e di una Venezia sontuosa e notturna, al tramonto della presenza austriaca, vi si narra l’infelice amore della contessa Livia per il tenente austriaco Remigio Ruiz, uomo cinico e dal fascino perverso che sottrae denaro alle amanti e in cambio dona loro la sua vigorosa bellezza da "novello Alcide". L'ultimo anelito del mondo scapigliato introduce al realismo meditativo e sofferto di Emilio De Marchi che rappresentò la società piccolo-borghese di fine Ottocento in romanzi dal sottile intuito psicologico, dentro le pieghe dolorose dell' "essere e del non essere".

Fausta Samaritani

Cletto Arrighi e la Scapigliatura Camillo Boito Colore a Venezia Almanacco de Il Pungolo per l'anno 1858. Alba della Scapigliatura

Libretti d'opera di Antonio Ghislanzoni

Scapigliatura milanese Un dipinto a Milano

5 febbraio 2001

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