Congressi e Convegni letterari 2001

Anno 2001

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Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana

Se chiama, e se grolia, Meo Patacca

Giuseppe Berneri e la poesia romana fra Sei e Settecento

Roma, 13 dicembre 2001

Protetta dal cardinale Giulio Rospigliosi, poi Clemente IX, nella Roma barocca della Controriforma, sotto la vigile regia dei Gesuiti, fiorì l’Accademia degli Infecondi che promosse un teatro edificante e “popolare” e commedie con musica inneggianti alle vittorie della cristianità. Il poema eroicomico giocoso Il Meo Patacca ovvero Roma in feste ne i trionfi di Vienna fu stampato nel 1695. L’autore era Giuseppe Berneri, segretario della Accademia degli Infecondi e membro di quella degli Intrecciati, noto per versi latini e per un teatro devozionale, sacro e morale, andato in scena all’Oratorio San Filippo Neri e a Palazzo Borghese a porto di Ripetta. Le ottave dei dodici canti del poema eroicomico in romanesco Meo Patacca narrano le imprese di uno sbirro, o “bullo”, che arringa il popolo per sostenere la guerra contro i Turchi che assediano Vienna. Meo ha come antagonista Marco Pepe, un antieroe, un bullo a chiacchiere. Alla notizia della vittoria (1683), Meo devolve le somme raccolte per festeggiare. Roma è un tripudio di banchetti e di filate di carri allegorici. Ne fanno le spese i “provinciali”, presi a bastonate e i negozi del ghetto, saccheggiati. Genere tipico del barocco, Il Meo Patacca è dissacrazione e ribaltamento degli eroi della grande tradizione epica. Trae lontane origini ed si apparenta con La secchia rapita di Alessandro Tassoni, con Scherno degli dei di Francesco Bracciolini, con L’Eneide travestita di Giambattista Lalli, con il Cunto de li cunti di Giambattista Basile, con Il Malmantile racquistato di Lorenzo Lippi, con Il catorcio d’Anghiari di Federico Nomi, con Il torracchione desolato di Bartolomeo Corsini. Nel gusto barocco di Berneri le metafore classiche per annotare i passaggi temporali _ come dal giorno alla notte o dalla notte al giorno _ sono spogliate dei paludamenti mitologici e abbassate dal cielo alla terra, dagli dei ai “pizzicaroli”. Anche Boiardo aveva intessuto l’Orlando innamorato di forti reagenti comici, inaspettati. Berberi non era plebeo e mescolava il dialetto dei personaggi, utilizzando le risorse della manipolazione linguistica del romanesco. Oltre ai due strati dialettali _ romanesco delle persone colte e quello del volgo “incoltissimo” _  Berneri inserì varianti, come il giudaico-romanesco, il romanesco toscaneggiante e il pedantesco. Grande sfarfallìo di ottave, per la descrizione giocosa, fastosa e ammirata di piazza Navona e per le raffinate scoperte di folklore romano.

Interventi: Lucio Felici, Salvatore Nigro, Claudia Micocci, Claudio Costa, Ugo Vignuzzi, Patrizia Bertini Malgarini, Donato Tamblè, Arnaldo Morelli, Laura Biancini, Franco Onorati, Marcello Teodonio, Sabino Caronia.

Letture poetiche a cura di Gianni Bonagura. Il Convegno è organizzato dal Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari della Facoltà di Lettere della Sapienza e dal Centro Studi Giuseppe Giochino Belli.

Segreteria: Centro Studi Giuseppe Giochino Belli. 2, Piazza Cavalieri di Malta 00153 Roma. 

Emilio De Marchi un secolo dopo

Pavia, 5 e 6 dicembre 2001

In quanto al “Demetrio Pianelli” _ scriveva Emilio De Marchi il 20 dicembre 1900 al suo editore francese Lacoche _  so che l’edizione è molto diffusa in Italia specialmente nelle librerie delle stazioni ferroviarie. Prima che si allarghi la cerchia ristretta, ma eletta, dei fedeli di Demetrio Pianelli _ come li definiva Alfredo Panzini _ e De Marchi attragga l’attenzione del grande pubblico, la morte lo coglie a Milano, il 6 febbraio 1901. Il Convegno celebra i centocinquanta anni dalla sua nascita e i cento anni dalla sua morte. Emilio De Marchi è stato narratore, drammaturgo, poeta, critico letterario e studioso della lingua. Con finezza e passione si è dedicato al mondo dei ragazzi, scrivendo libri morali e didattici che divennero dei classici. Esordì sull’onda breve e disarmonica della seconda Scapigliatura milanese e fu uno dei fondatori di “Vita nuova”, un periodico letterario di sapore manzoniano e con vaghe aspirazioni sociali. Dopo le tragiche giornate milanesi del 1898, come antidoto contro la sterzata politica di segno reazionario, pubblicò i 28 opuscoli sociali de La buona parola. De Marchi è stato la voce dell’eroico e oscuro piccolo borghese, dell’impiegato “soprammaniche”, come veniva detto chi, per non logorar le giacche, indossava in ufficio le mezze maniche di grossolano cotone nero. Per la morte prematura, si ebbe sentore che si fosse interrotta prima del tempo la sua opera di scrittore: ipotesi che trova conferma nella gran mole di carte ancora inedite, dalla narrativa al teatro, dalla poesia alla prosa educativa e alla critica testuale, oggi conservate all’Università di Pavia, nel Centro ricerca sulla tradizione manoscritta. E’ da poco uscita una edizione critica del Demetrio Pianelli, a cura di Anna Modena e per i tipi di Guanda, con in appendice una serie di varianti e di abbozzi, segno della vitale e sofferta genesi del romanzo. L’Italia letteraria, distratta dal nazionalismo dannunziano, poi dalle avanguardie che sgretolavano la continuità col passato, fece poco caso a questo malinconico manzoniano, al suo triste desiderio di chiudersi nel proprio intimo dolore, a quella indefinita voglia di non essere che si manifestava nelle sue pagine migliori. In Due anime in un corpo (1877), storia di gusto già pirandelliano, parlò di sdoppiamento di personalità e di un cristianesimo angosciato, a fronte dei problemi reali. Ne Il cappello del prete (1887), un giallo scientifico, raccontò il precipizio fatale verso il delitto, quindi il rimorso e il limitare della pazzia. In Demetrio Pianelli (1888-1890), descrisse la decadente voglia di non esserci di un uomo giusto ma deluso, vinto ma generoso. In Arabella (1892-1893) raccolse la nota più intima e sofferta dell’animo di una educanda, naufraga dentro una nostalgia triste che rasenta i brividi del subconscio.   

Interventi: Giuseppe Nava, Angelo Stella, Anna Modena, Luca Danzi, Andrea Masini, Patrizia Zambon, Silvana Goldmann, Sergia Adamo, Giuseppe Polimeni, Franca Lavezzi, Guido Lucchini, Ermanno Paccagnini, Rossana Melis, Nicoletta Trotta.

Segreteria: Raffaella Zanaletti, Centro ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei. 65, Strada Nuova 27100 Pavia.

Mostra: Emilio De Marchi (1851-1901). Milano, Museo di Storia Contemporanea. Via Sant'Andrea, 6. Dal 3 dicembre 2001 al 27 gennaio 2002.

Gli Altrove di Tommaso Landolfi

Firenze, 4 e 5 dicembre 2001

Se la critica letteraria per molto tempo ha sfumato, dentro un cono d’ombra, la significativa presenza di Landolfi nel panorama letterario del Novecento, questo convegno fiorentino gli restituisce centralità, rispetto alle correnti della sperimentazione letteraria. Autore raffinato, nevroticamente in contrasto con la realtà, traduttore attento dal francese e dal tedesco, slavista non accademico, punta avanzata verso la scrittura più attuale, Landolfi parte dall’iperrealismo della prima produzione e arriva al simbolismo e al surrealismo, disgregando la sintassi, disarticolando e liberando la lingua da ogni ordine logico, in un manieristico alternarsi di elementi aulici e bassi. Per Landolfi, la scrittura non è puro esercizio, ma necessità assoluta. Egli distingue la ricciuta prosa dalla nuda poesia: due mondi, in apparenza distanti, che slittano verso inaspettate convergenze o si torcono con improvvisi cambiamenti di rotta. La lingua, sotto la penna di questo virtuoso della negazione, diventa parodia di scritture cifrate e oscure, non senso, gioco artificioso di adattamenti fonetici, cortocircuito di significati, smarrimento delle radici lessicali, un ponte verso altre dimensioni, possibili, sognate, irreali. Un rumore, un suono catturato possono dare il titolo ad un racconto, come accade in Zzzz. Nella ricerca, Landolfi assapora anche il gusto notturno per l’esoterico, per la cabala, l’alchimia, che interpreta in chiave ironica. In Tradimento e in Viola di morte, la poesia che è il suo testamento letterario, egli si proietta oltre la sua morte, in un al di là pagano, inabitabile, privo di metafisica e di catarsi: dietro alla maschera linguistica, approda a questo nulla la sua condizione umana. Landolfi eccelle nel personaggio della “scimia” de Le due zitelle, animale senza parola che non è una metafora dell’uomo, bensì una sua forma sostitutiva e apparentata. Nell’opera teatrale Faust 67, che meritò il Premio Pirandello, Landolfi esaspera il tema del non finito e manda in mille pezzi il personaggio del seduttore: il protagonista, spogliato di ogni personalità, si chiama Nessuno e rappresenta il “grado zero” dell’essere. Landolfi è arrivato alla inutilità della scrittura.

Il Convegno Internazionale è organizzato dall'Università di Firenze, Dipartimento di Italianistica, in collaborazione con il Centro Studi Landolfiani.

Interventi: Giorgio Luti, Enrico Ghidetti, Maria Fancelli, Mario Domenichelli, Marino Biondi, Ornella De Zordo, Maria Carla Papini, Stefania Pavan, Idolina Landolfi, Enza Biagini, Mario Marchi, Ernestina Pellegrini, Stefano Pallanti, Rita Guerricchio, Monique Baccelli, Ghennadij Kiselev, Margit Lukàcsi, Maria Ragni Gschwend.

Comunicazioni: Cristina Terrile, Francesca Serra, Mauro Della Ferrera, Giovanni Maccari, Paolo Zublena, Francesca Serafini, Paolo Trama.

Segreteria: Università di Studi di Firenze. Dipartimento di Italianistica. Piazza Savonarola 1. I-50132 Firenze.

Paesaggi istriani e dalmati nella letteratura del Novecento

Roma, 24 e 25 ottobre 2001

Sullo stendardo dell’Istria campeggia la triplice capra rampante, animale fiero e indipendente che non teme fatica, si nutre di erbe odorose che altri animali scartano e dà prodotti squisiti, tanto saporiti al gusto quanto delicati per la sostanza. Il territorio che scivola verso la costa, frastagliandosi in una miriade di golfi e di isole, è composto dalle vette di una catena montuosa, inghiottita dal mare in ere geologiche lontane. Colori, odori, rumori sono quelli descritti da Claudio Magris, in pagine musicali ed eleganti, dove il paesaggio istriano diventa metafora di un sentimento struggente. In questi luoghi, nel Novecento la bussola della storia è impazzita e sulle popolazioni civili si sono alternate poca pace e molta guerra, dittature terribili e improvvisi squarci di libertà. Qui è passato un confine insanguinato. Gli abitanti si sono identificati in una idea di confine che ha marcato in modo diverso le generazioni: dalla dominazione austriaca al Regno d’Italia e al Fascismo, dall’occupazione americana alla Jugoslavia titina, ogni generazione ha subito la sua croce. Fanno parte del paesaggio urbano, e quindi letterario, le mura con il Leone di San Marco, ma anche quell’ammasso di pietrame, lasciato dai bombardamenti del ’44, e quelle lugubri stazioni coi treni speciali per i profughi che avevano deciso di lasciare le terre di origine per mantenere la cittadinanza italiana. Coscienza e memoria avevano abbandonato le città svuotate. La letteratura di confine ha rappresentato un legame fra la diaspora e chi è rimasto: ha tenuto viva una cultura mediterranea, aperta a stimoli diversi, in questi luoghi straziati, sospesi fra terra e acqua e fra desiderio di libertà e angoscia per la dittatura.

Protagonisti di stagioni, distinte nel tempo ma unite da vincolo di comune appartenenza, sono stati Marisa Madieri che riverberava il mare triestino e dalmata con tutte le sue sfumate varianti, Biagio Marin che usava il dialetto come una lingua interiore, Pier Antonio Quarantotto Gambini che narrò le stagioni della sua adolescenza, Carlo Stuparich che aveva attinto raro senso di equilibrio dalla cultura greca e che si uccise nella I guerra mondiale per non cadere in mano nemica, Fulvio Tomizza che narrò storie di etnie divise e contrapposte dalla storia ma che si ritrovano nell’esperienza quotidiana, Umberto Saba, il cantore delle immagini semplici e limpide, che è stato l’erede estremo della melica greca.

Convegno organizzato dall’Istituto della Enciclopedia Italiana, dal Coordinamento Adriatico e dall’IRCI (Istituto Regionale per la Cultura Istriana Fiumana e Dalmata).

Relatori: Renato Bertacchini, Gilbert Bosetti, Giorgio Luti, Renate Lunzer, Fabio Todero, Erica Mastriciani, Anna Maria Mori, Raffaele Manica, Elisa Deghenghi Oluijc, Hans Kitzmüller, Ernestina Pellegrini.

Proiezione di: La Frontiera per la regia di Franco Giraldi e  L’Isola per la regia di Pino Passalacqua. Mostra fotografica: Paesaggi istriani e dalmati nelle fotografie dell’Archivio Fratelli Alinari. Archivio Fratelli Alinari. 16, via Alibert, Roma. Fino al 17 novembre 2001.

Informazioni: Istituto della Enciclopedia Italiana, Attività Culturali. 4, piazza della Enciclopedia Italiana, 00186 Roma.

Confini: Linguaggi e culture in contatto

Convegno su Paola Masino

Roma, 28-30 maggio 2001

Toscana di nascita ma romana di adozione, Paola Masino (1908-1989) è stata una intellettuale eclettica, inquieta, precoce. Trasgressiva e antiborghese, ma anche scrittrice di respiro europeo, ha avuto rapporti di amicizia con grandi artisti del Novecento, tra cui Pirandello, e un intenso legame d’amore con Massimo Bontempelli. Esordisce giovanissima, nel 1931, con i racconti Decadenza della morte e il romanzo Monte Ignoso. Nel 1933 pubblica il romanzo espressionista Periferia, ambientato entro l’ordine esteriore di una nuova periferia borghese che cela il disordine morale dei personaggi. In Nascita e morte di una massaia, del 1945, ritrae la protagonista chiusa entro un condominio surreale, affacciato su un mondo di macerie. Nei  libri della Masino c’è un vuoto di storie: il percorso è interiore, psicologico, caotico. Ella ricusa la cronaca e sprofonda la indagine nel magma misterioso di una natura umana primigenia e ferina. Negli anni tra le due guerre, quando tutte le Avanguardie e tutte le rivoluzioni possibili sembrano esaurite o assopite, la Masino vive il dramma della modernità e avverte la profonda crisi di valori che sta trasformando in rovina il Novecento della civiltà europea. Nel 1947, sotto il generico titolo Poesie, raccoglie alcune liriche. Compone libretti per opera, collabora alla realizzazione di programmi radiofonici e collane editoriali, scrive per riviste e giornali articoli di moda, di cinema, di costume. E’ amica di Alba de Cèspedes che dirige il mensile di politica e cultura “Mercurio”, su cui la Masino pubblica un racconto. Negli ultimi anni la sua vena artistica appare esteriormente sfaldata e stanca. Dimostra scarso interesse per i suoi lettori, si chiude in piccola cerchia di amici e prova orrore per la cultura di massa. Un romanzo epistolare, in cui tenta di riassumere la sua vicenda di narratrice, rimane incompiuto e inedito. La Masino lavora tenacemente ma in privato, riversando pensieri e abbozzi nelle lettere familiari e in particolare nei diari intimi, dove la sua scrittura surreale e beffarda, sempre astratta, inquietante e sperimentale si confronta, lungi dallo scenario della contemporaneità, con la presenza della morte. Negli arcani abissi dell’inconscio, personale e collettivo, ella continua a cercare una ragione della esistenza. Dalle carte inedite è ripartito lo studio di questa scrittrice antimoderna, impietosa, non gradevole, non facile.

  Interventi: Francesca Bernardini Napoletano, Marinella Mascia Galateria, Giuliano Manacorda, Cesare De Michelis, Marisa Volpi, Marina Zancan, Rita Guerricchio, Giamila Yehya, Beatrice Manetti, Fulvia Airoldi Namer, Maria Rosa Cutrufelli, Maria Vittoria Vittori, Ernestina Pellegrini, Valeria Della Valle, Angela Bianchini, Flavia Arzeni, Franco Mannino, Laura Di Nicola, Alessandro Taddei. Testimonianze: Giuliana Morandini, Elio Pagliarani, Elio Pecora.

Il Fondo Paola Masino è conservato a Roma, nell’Archivio del Novecento dell’Università “La Sapienza”.

Alla Casa delle Letterature, in Roma, fino al 23 giugno 2001, una mostra di documenti originali, lettere autografe, foto, ritratti, prime edizioni, manifesti, ritagli di riviste e giornali d’epoca, ripercorre l’arco della vita di Paola Masino. Catalogo a cura di Francesca Bernardini Napoletano e Marinella Mascia Galateria, Mondadori.

Informazioni: Casa delle Letterature. 3, Piazza dell’Orologio. Roma.

Opera di Aldo Palazzeschi
Firenze, 22-24 febbraio 2001

Al Convegno Internazionale, promosso dalla Università di Firenze, dal Centro Studi "Aldo Palazzeschi", dal Comune di Firenze, dalla Rai e dal Gabinetto Vieusseux, i relatori erano: Luigi Baldacci, Gino Tellini, Adele Dei, Fausto Curi, Marziano Guglielminetti, Giuseppe Nicoletti, Aldo Menichetti, Edoardo Sanguineti, Marco Marchi, Franco Contorbia, François Livi, Massimo Fanfani, Rita Guerricchio, Jean Michel Gardair, Marino Biondi, Denis Ferraris, Willi Hirdt, Jole Soldateschi, Giuseppe Savoca, Anna Nozzoli, Stefano Giovanardi, Sandro Bernardi, Maria Carla Papini, Fabio Storelli, Alessandro Tinterri, Angelo Sferrazza. Paolo Poli ha letto brani e poesie scelte di Palazzeschi. Al Museo Alberto Della Ragione inaugurata la mostra "Album Palazzeschi", con catalogo riccamente illustrato a cura di Simone Magherini e Gloria Manghetti. Resterà aperta fino al 31 Marzo 2001.
Luigi Baldacci ha detto testualmente:
Come dovette essere salato il conto rimesso a Palazzeschi che, ad onta di ogni tentativo di farne uno scrittore colto, resta fuori da ogni circolazione intellettuale, anzi ha sempre mantenuto rapporti difficili con la lingua, con la grammatica, con la sintassi, e quando cerca una espressività barocca di là della comunicazione, è perché la chiave realistica lo metterebbe in imbarazzo a causa del codice rigidamente definito che essa impone.
Gino Tellini ha detto testualmente:
Il poeta funambolo e saltimbanco le sue visite in biblioteca le ha fatte, forse meno occasionali e fuggitive di quanto voglia far credere, come documentano, nero su bianco, i registri del frequentatori del Gabinetto Vieusseux, proprio negli anni dell'autodidattismo avventuroso, tra il 1903 e il 1907. Avventuroso, eppure non sprovveduto, come prova la richiesta nel gennaio 1905 del Verlaine erotico di "Chair", poi nel maggio di "Il fu Mattia Pascal", che non era per allora una lettura scontata; nell'agosto 1906 di Mallarmé e insieme di Nietzsche: "Così parlò Zarathustra" e, in versione francese, "Opinioni e sentenze diverse", nonché "Il viandante e la sua ombra", come si vede dalle schede di Simone Magherini nell' "Album Palazzeschi", a cura sua e di Gloria Manghetti. Più tardi, nel pieno fervore dell'avanguardia, Aldo confidava a Marinetti, nel marzo 1912: "per quanto futurista, ò la collezione dei Classici italiani".
Fausto Curi ha visto in Palazzeschi l’artista isolato che crede in una poesia pura, fonte di puro divertimento, dissacratoria, vitale, che uccide ogni solennità accademica. Marziano Guglielminetti ha parlato di alta scuola della ironia; Giuseppe Nicoletti ha sottolineato la poesia che appicca fuoco per rigenerare la società e la maliziosa volontà del poeta di infrangere il codice di un corretto lavoro letterario, ma ha anche veduto personaggi messianici che dissacrano la società borghese. Edoardo Sanguineti ne Il codice di Perelà (1911) ha visto invece una radice anarchica: Perelà si libra nell'aria, come una figura senza gravità, ha detto, non è un puro divertimento, ma un messaggio eversivo. Per Sanguineti la pulsione anarchica di Perelà è la matrice stessa di ogni possibile valore: egli è il martire della leggerezza e le sue origini vengono dalle stampe satiriche ottocentesche, dai giornalini caricaturali, da Vamba, dalla favola di Pinocchio. Nel Codice di Perelà c’è una enciclopedia di patologie sessuali […] una rassegna tipologica di maschere.

Informazioni: Università degli Studi di Firenze. Dipartimento di Italianistica. Piazza Savonarola, 1. 50123 Firenze.

Atti: L'opera di Aldo Palazzeschi, a cura di G. Tellini, atti del convegno, Firenze 22-24 febbraio 2001, Firenze, Olschki, 2002.

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Per favore non copiate queste recensioni che mi costano tempo e fatica. (f. s.)